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giovedì 24 gennaio 2008

Tempo scaduto per Prodi
o supplementari con reincarico?
Le elezioni fanno paura,
alla fine vince il “tengo famiglia”

di Giorgio Melis

Tempo scaduto per Romano Prodi? Comunque. Ma forse con un tempo supplementare che ne salvi la dignità personale, lo mantenga in sella con un reincarico a tempo per le riforme possibili: a partire da quella elettorale. Altrimenti il professore non si farà archiviare come dieci anni fa: la sua non è propriamente la linea del “muoia Sansone con tutti i Filistei” ma gli somiglia. Rifiuta di apparire come l'unico responsabile di tutto, il solo colpevole di una crisi che ha molti padri, padrini, figli e figliastri: non vuole pagare per tutti e vuole che questo appaia chiaro agli occhi degli italiani, in diretta tv se si andrà alla drammatica conta in Senato. Da affrontare forse comunque, anche contro il pallottoliere infausto di palazzo Madama e contro il parere del presidente della Repubblica, che l'ha sconsigliata. Per cadere in piedi, mettere in brache di tela gli oppositori interni palesi e occulti (a cominciare dall'improvvido e sospetto Walter Veltroni), chiarire a tutti che dopo e senza di lui, sarà il diluvio e l'apocalisse per il centrosinistra: festa finita chissà per quanto.

Il Professore non va allo sbaraglio a cuor leggero. Ha anche fatto i suoi conti. Si fa presto a dire: al voto, al voto. Certo, larga parte del Polo vuole la rivincita. Ma non la conquista sul campo, dove ha buscato fino a due mesi fa. Gliela regala l'impresentabile anche se utile Clemente Mastella. Ovvero un signore dell'1,2 per cento dei voti, leader di un partitino personal-familiare-localistico (la repubblica di Ceppaloni allargata a qualche altro feudo clientelare) che era il pretoriano principale di Prodi. Quello che lo indusse-costrinse allo scellerato indulto voluto soprattutto dal Vaticano, passo dal quale è cominciata la caduta verticale di consensi al governo.

Per un'inchiesta giudiziaria sul suo famiglione politico, Mastella decide così di abbattere un governo già appruato, per manifestare l'indignazione di un intoccabile boss di provincia: come un personaggio comune avrebbe dato un cazzotto sul tavolo o un calcio alla sedia. La sproporzione è talmente clamorosa da trasmettere a tutti il senso di un grande Paese occidentale in balia di un signorotto che fa comodo alla destra ma anche un bel po' di schifo (Bossi, il più sincero, non lo manda a dire): ne saranno riscossi i pelosi favori ma prima o poi sarà correttamente messo da parte come un interlocutore indecente. Esaurita la fase del tracollo di Prodi e blandito con qualche piatto di lenticchie, finirà in mora: la destra non ha certo bisogno dei suoi voti per vincere le elezioni, quindi procederà all'usa-e-getta ben adatto a simili figuri.

Dunque, tutti o molti dicono via il governo ed elezioni anticipate. Ma molti di quelli che lo dicono, hanno retropensieri di segno opposto. Anche nel centrodestra. Intanto, non è che torna Berlusconi al governo e i problemi che ha incontrato Prodi (li avrà mica inventati tutti lui in un anno e mezzo a palazzo Chigi) svaniscono. Le tensioni sociali, il malcontento popolare (in tutto il mondo, la sfiducia verso la politica, le istituzioni gli improbabili leaders ha raggiunto quote quasi italiane come il pessimismo per il futuro mentre arriva una gelata economica mondiale e si annunciano almeno otto milioni di disoccupati nell'area occidentale), le scelte di sistema sono un muro alto, tanto che nessuno può immaginare di saltarlo facilmente, rischiando anzi di sbatterci contro rovinosamente.

Ecco perché, smaltita l'euforia immediata per il cascatone del Professore, scattano vari riflessi contrari alla fine traumatica ed immediata della legislatura. Stavolta non solo perché non è maturata la pensione dei parlamentari, per la quale occorrono altri dieci mesi (benché questo sia sempre stato un potente effetto ritardante sugli scioglimento del Parlamento troppo vicino alle urne). Secondo, la voglia matta di cacciare Prodi e il centrosinistra comincia a scontrarsi con diverse paure. Intanto, quella di dover affrontare la via crucis di interventi di riforma drammatici per tutti. Infatti lo stesso Berlusconi manda a dire realisticamente, se non fa pretattica, che anche lui è stanco, non ha la bacchetta magica, a palazzo Chigi manca il volante per poter realmente dirigere e indirizzare l'intervento governativo.

C'è anche il non detto. Il Cavaliere sa che Casini e Fini torneranno all'ovile per necessità ma farebbero volentieri a meno di ritrovarselo, avviato ai 73 anni, come lider maximo e loro sempre in posizione di valletti in attesa. I due, ma specie Casini, preferiscono un governo di decantazione nel quale stemperare l'insostenibile prevalenza dell'ultrasettuagenario Cavaliere. Anche perché non si fidano affatto di poter fare al governo meglio di Prodi, consapevoli del disastro dell'esperienza non di 18 mesi ma di cinque anni di Berlusconi al comando.

Forse in pochi, pochissimi, c'è anche la consapevolezza che in questa fase di grande turbolenza interna e soprattutto internazionale, una crisi di governo e un nuovo voto non sono una faccenda indolore come in passato. La crisi così, senza uno sbocco tranquillo, somiglia tanto a una roulette russa, con la pistola puntata alla tempia dell'Italia: il dito sul grilletto senza sapere se al giro di tamburo ci sarà un click provvisoriamente innocuo o l'esplosione di un proiettile sfracellerà la testa. Come già rilevano i grandi giornali stranieri, inclusi quelli sempre ostili a Prodi. Un prolungato vuoto di governo o di potere decisionale potrebbe essere rovinoso e far precipitare la situazione economica che richiede capacità piena di affrontare la tempesta, benché dietro lo scudo europeo. Cominciamo a ricordare a scettici e critici che senza questo, una crisi come quella in atto porterebbe come in passato l'Italia a essere in balia e subire tutti i contraccolpi dello scenario internazionale.

Dunque non è che si possa andare come a una festa all'assalto del governo come verso un sicuro trionfo: è l'opposto.  Anche se prevale l'incoscienza dei tanti che vogliono solo riprendere il posto di comando, assolutamente indifferenti alle sorti del Paese. Mastella è solo il peggior rappresentante momentaneo di questa categoria. Manifesta un'irresponsabilità assoluta e intollerabile, un uomo che si assume non per ragioni politiche ma per scarto d'umore di buttare dal Campanile del suo partitino come dalla classica torre un governo con cui ha contratto un patto davanti agli elettori meno di due anni fa.

Dunque le preoccupazione di vario livello e natura sono tante e stanno facendo misurare le difficoltà della situazione a molti: fatti persuasi che anche i probabili vincitori di un altro voto si troverebbero comunque a danzare sull'abisso. In questo passaggio, la determinazione di Prodi ad andare fino in fondo, sfidare la sfiducia del Senato dopo averla riavuta senza l'Udeur alla Camera (le differenti maggioranze sono da sole la denuncia degli effetti disastrosi del sistema elettorale con cui si vorrebbe addirittura rivotare), è un fattore di incertezza ma anche di chiarezza. Il Professore sa di essere comunque a fine corsa ma non intende arrendersi senza combattere contro gli avversari esterni e interni alla sua coalizione: vuole cadere in piedi, davanti agli italiani, senza tatticismi personali.

L'ipotesi di un reincarico per un altro breve giro, da dedicare alle riforme più impellenti, anche perché incalza il referendum Segni-Guzzetta sulle norme elettorali, non è affatto semplice ma potrebbe essere una via d'uscita e di sicurezza per molti, anche per una parte della destra. Altrimenti precipiteremo letteralmente nelle urne, con lo stesso schifoso sistema voluto in extremis dal Polo, confermando la confisca del diritto di voto ai cittadini: i parlamentari sarebbe nominati preventivamente da sei-sette plenipotenziari dei partiti.

Se Prodi si mettesse fino in fondo di traverso, svanirebbe anche l'ipotesi di un governo tecnico di decantazione. E questa prospettiva, come detto, non piace a molti. A partire dal presidente Napoletano a Casini - per ragioni personalissimi ma anche politiche -, a Bossi, allo stesso Mastella che ora accusa Berlusconi di ricatti intollerabili dopo essersi probabilmente offerto a lui. Insomma, la maionese sta rapidamente impazzendo. La classe politica italiana richiama - nel suo scomposto agitarsi senza una bussola - lo straordinario, metaforico e profetico “Prova d'orchestra” di Federico Fellini, dove i musicanti producevano una rissa scomposta, preludio all'arrivo di un direttore-dittatore, in questo caso di un caos distruttivo senza capo né coda.

Ormai è questione di ore per capire se si andrà agli esiti più infausti o qualche parziale paracadute attutirà l'atterraggio. L'eclisse di Prodi non prepara affatto una radiosa aurora per l'Italia. Si ritroverà con gli stessi problemi che da decenni non si vuole o non si riesce ad affrontare: a dimostrazione dell'assoluta inadeguatezza della politica nazionale. Basti notare che ora torna in ballo l'ipotesi di una riforma elettorale in senso tedesco. Ma questa crisi è la negazione di quanto accade ed ha garantito la stabilità dei governi prima a Bonn e ora  Berlino. Dove un governo non può cadere se al Bundestag non si è costituita e si manifesta una maggioranza parlamentare alternativa: quella dei sondaggi usa solo da noi, creando la fibrillazione permanente che distrugge la stessa possibilità di governare i processi di lungo corso. Per i quali comunque occorrerebbe un consenso più largo (sociale e politico non solo elettorale: con la capacità di reggere alle controspinte corporative) di quello che le due coalizioni possono singolarmente offrire.

Ma questo può accadere e accade in Germania, dove resiste uno Stato e il senso di quel che comporta. In Italia trionfa il motto che Leo Longanesi voleva campeggiasse nel tricolore: “Tengo famiglia”. Con tutto quel che ne segue: sul piano dell'asocialità, della malavitosità, dell'illegalità di massa e disprezzo dell'interesse generale, obliato anche da chi, ai vertici del Paese, dovrebbe farne la propria bussola.


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