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mercoledì 23 gennaio 2008

Morire per Mastella? Lo merita
l'Italia “Stato della Chiesa”
La vendetta di Clemente: uccide
Prodi per Berlusconi e i cardinali

di Giorgio Melis

Che Prodi dovesse tirare le cuoia prima, anzi molto prima della scadenza naturale al 2011, era cosa che sapevamo tutti: guida l'unico governo che da molti decenni a questa parte ha la maggioranza in una sola Camera e nell'altra poteva al massimo pareggiare, che al Senato significa perdere. L'illusione di poter durare non era venuta dalla maggioranza che virtuosamente prendeva atto dei numeri deficitari al Senato e si dava una compattezza superando l'eterogeneità rissosa degli alleati.

La finta forza ha retto finché Berlusconi, contro il parere di Casini e in parte anche Fini, di spallata in spallata lo ha compattato nei passaggi cruciali, finendo per rompersi la testa lui: senza immaginare che gliel'avrebbero ricucita proprio quelli contro i quali era andato a sbattere. Al punto che appena due mesi fa la Casa delle libertà era stata dichiarata estinta dagli inquilini. I capicondomini - Berlusconi, Fini, Casini e Bossi - addirittura si parlavano solo a distanza: per insultarsi.

Raramente nelle vicende politiche si è assistito a un rovesciamento di parti così rapido, drastico e distruttivo. L'Unione è a tocchi e ormai senza più i numeri minimi al Senato, rassegnata al peggio nonostante la cocciutaggine di Prodi, spaccato e senza strategia. All'opposto, il centrodestra si ricompatta non perché abbia superato i suoi problemi ma perché rimettendo insieme i cocci politici attaccati a sputo, ricostruirà il vaso della vittoria elettorale: se non passerà il partito trasversale del no-voto subito, meglio un governo di decantazione o responsabilità nazionale (Casini).

Comunque il variegato centrodestra deve quasi tutto agli avversari che lo hanno rialzato dal tappeto dopo il ko seguito all'assalto disastroso di Berlusconi. Ringraziando en passant Mastella. Ma molto di più le gerarchie ecclesiocratiche che, come si era sospettato da subito, sapevano da sabato che Mastella avrebbe ri-ri-saltato il fosso, probabilmente l'hanno incoraggiato a farlo per liberarsi di un governo notoriamente di mangiapreti e anticlericali che vuole trasformare l'Italia in un Paese di libertini licenziosi, culattoni e lesbiche abortisti ed eutanasisti. Mentre è solo popolata da cittadini che si sono totalmente (escluse le minoranze fisiologiche contro) identificati con la politica che dicono di odiare e ne hanno mutuato - per necessità, opportunismo o scelta - le pratiche più deteriori.

Ormai non c'è più grande differenza morale tra la massa degli elettori e gli eletti: non solo al Mezzogiorno. Non sono solo le folle festanti per Mastella o quelle oranti per Cuffaro: anche al Nord, specie in Veneto ma anche in Lombardia, l'infamità politica ed etica dei boss che sanno spartire bene il potere e gli affari viene premiata elettoralmente e difesa nelle piazze da chiunque minacci l'ordine costituito. La legalità è un corpo estraneo che infastidisce tantissimi, il richiamo all'etica politica demodé e fastidioso, meglio dialogare con politici comprensivi che risolvono per le spicce i problemi di ciascuno e gli altri si fottano. In fondo, il prezzo da pagare è solo il voto, già confiscato con la legge-porcellum di Calderoli per cui i parlamentari non vengono più eletti ma nominati prima delle urne dai partiti che stilano le liste dei candidati.

Si capisce bene perché ormai tantissimi cittadini siano mitridatizzati, resi inerti, passivi, indifferenti: viva la Franza, viva la Spagna purché se magna. Non c'è altro da sperare, tanto vale adattarsi. Se del diman non c'è certezza, tanto vale praticare un vorace carpe horam, nel quale i furbi sguazzeranno come sempre, gli onesti e i non cinici affonderanno. Il trascurabile effetto finale sarà che così il Paese, non una maggioranza o un'altra, tirerà davvero le cuoia perché senza un'idea di sé, una morale condivisa, una legalità accettata e rispettata, l'Italia pulviscolare tornerà rapidamente ad essere l'espressione geografica che è stata per tanto secoli: tardando di due-trecento anni a farsi Stato unitario rispetto a Inghilterra, Francia, Spagna, Austria grazie anche alla salvifica e dissolvente presenza della Chiesa nel proprio territorio.

Che bellezza, un'altra campagna elettorale
di grida e veleni, soap-opera politica

Prepariamoci dunque a una nuova campagna elettorale tossica e livida, tra schiamazzi e urla, insulti e finti moderatismi. Si è già visto ieri a Ballarò, col moderato Casini che dà del cialtrone a Pecoraro Scanio, figurarsi appena le urne saranno dischiuse. Quando la Francia stava per implodere per la crisi politica e la guerra d'Algeria (ma il Paese, con una crisi ogni tre mesi, fu tenuto in piedi e pronto a riprendere la marcia dai grand commis dei ministeri e delle aziende pubbliche non politicizzati né lottizzati) il generale De Gaulle dettò poche righe per assumere il potere che gli fu consegnato come una liberazione da politici non ancora del tutto dimentichi dell'interesse generale: «La gravità dei problemi della Nazione è superiore alla portata del sistema dei partiti».

Naturalmente nessuno potrebbe dire una simile verità accecante in Italia. Non dovrebbe neanche: mica lo abbiamo un De Gaulle nostrano, che poi riformò la Costituzione del Paese, pose fine al colonialismo in Algeria, diede ai francesi l'orgoglio (e la spocchia alla lunga ingannevole) della “grandeur”, fu dipinto da noi come un despota ma alla fine si dimise democraticamente e mollò tutto per non aver vinto un referendum sul decentramento. L'Italia non conosce né il vero dramma di una crisi profonda, resta immersa nella sua squallida soap-opera politica (mò vene Berluscone e 'u Professore se ne va in pensione), non può sperare di rialzarsi: al massimo sopravvivere.

Un magistrato di provincia mi indaga?
Io sparo su Prodi e cancello il governo

Ma poi, questa finis-Prodi è straordinariamente degna della sceneggiata napoletana e italiana. I nostri padri dovettero porsi questi drammatici, pace o guerra, nazismo o comunismo, morire per Danzica. A noi che ci tocca? Morire per Mastella. Viene da pensare all'annegamento nella saponata di un grande catino immondo. Senza onore. Senza dignità. O ci si intende o non avremo mai il senso della nostra decadenza precipite. Un ministro della giustizia inquisito con la moglie e la famiglia per una vicenda di malapolitica ordinaria: appalti, incarichi, raccomandazioni, gare truccate, tutto depenalizzato nella coscienza comune, che avverte questa prassi come normale e alla quale si è acconciata benissimo.

Un'inchiesta forse o probabilmente condotta in toni esagerati, da un anziano procuratore di provincia quasi in pensione, vagamente macchiettistico ma estraneo alle grandi toghe e alla magistratura organizzata, sospetto di avere anche del malanimo localistico. Bene, Mastella e la sua lady sono sotto accusa ma non certo indifesi, il ministro è coperto di solidarietà dal capo del governo e dalla maggioranza. Si dimette e fa benissimo. Poi, però, guardatosi intorno e sicuramente seguito da occhi benevoli e promettenti, comincia una sua battaglia civile contro accuse eventualmente ingiuste, si difende nell'istruttoria come un ministro della giustizia ha l'elementare dovere di fare più di ogni altro? Niente di tutto questo. Si dimette, silura il governo, il suo premier: del quale era il più accanito sostenitore. Che c'entrano Prodi e il governo con quel procuratore di provincia che lo ha indagato? Come si fa a trasformare una questione giudiziaria personale in accanimento contro le sorti del Paese, in un momento così drammatico mentre si rischia una crisi mondiale che l'Italia dovrà affrontare dilaniandosi nelle sue sempiterne guerre da cortile, nelle risse da ballatoio come fosse una periferia estranea ai travagli del resto del mondo? Si può e si fa.

Il “puttano” torna nel Polo
benedetto dai cardinali: avrà posti e prebende

Mastella in fondo è una riuscita maschera nazionale. Trasforma l'infortunio personale in grande occasione: piccona il governo, si è già accordato con l'altra parte (dopo la benedizione dei cardinaloni) per avere, pare, 20 deputati, 10 senatori e naturalmente un numero adeguato di ministeri. Ritorna nell'ovile che aveva tradito nel 1998 e che aveva giustamente reagito trattandolo da “puttano” della politica. Questa è un'Italia da marciapiede, di meretrici e lenoni. Berlusconi lo benedice e minaccia di portare l'Italia in piazza se Prodi non si dimetterà. Ha solidarizzato con Mastella, come aveva fatto Prodi. Ma lui deve sempre esagerare: aveva prima festeggiato con Totò Cuffaro la condanna a “soli” cinque ani di reclusione per favoreggiamento di mafiosi, convenendo che rimanesse al suo posto di governatore della Sicilia benché interdetto dai pubblici uffici.

Pino Caruso, un fantasista siciliano, si produceva in tv in una canzone ambientata all'Ucciardone, il carcere di Palermo, affollato di mafiosi. Allora non c'erano Riina e Provenzano ma il loro “padre” criminale, il sanguinario corleonese Salvatore Liggio. Senza musica, ecco le parole: «A Liggio ci hanno dato l'ergastolo… ma lui non se lo è preso…». Fatte le debite differenze, a Cuffaro hanno dato la sua brava condanna ma lui non se la prende proprio, non esiste. La trasforma anzi in reincoronazione, festeggia a cannoli e paste alla crema di mandorle e viene osannato dal Cavaliere. Lo stesso che, con Fini e stavolta giustamente, chiede la cacciata di Bassolino per la vergogna dei rifiuti. Ma a Bassolino si imputano (per ora) gravi responsabilità politiche e amministrative, non favoreggiamento a mafiosi, e comunque non è neppure indagato. Però deve andarsene (giusto) mentre Cuffaro con cinque anni di pena sul groppone non si tocca, anzi va difeso a spada tratta: anche da Casini. Quando accadono queste cose ormai normali, non sono gli stranieri a restare trasecolati: per primi gli anti-italiani che ancora credono stupidamente alla legalità.

I cretini dell'Unione distrutti dal Vaticano
e da Veltroni, Coniglio Mannaro de sinistra

Insomma, Mastella ha diritto alla sua “vendetta”: reagisce al procuratore di Santa Maria Capua Vetere sparando a Prodi, che c'entrava come i cavoli a merenda. Una vendetta neanche trasversale: frontale e mortale. Manco in Sicilia, per vendicare un Clemente da Ceppaloni ferito nell'onore, sarebbe consentito di ammazzare non l'offensore ma un compagno e amico. Ma non sembra sia solo la sua vendetta: forse ne ha eseguito una in porpora cardinalizia. Quando Maurizio Gasparri tratta da “cretini” gli uomini del centrosinistra perché hanno sfidato Santa Romana Chiesa (come, per il no al Papa di 67 professori e 300 studenti della Sapienza, su migliaia di professori e decine di migliaia di allievi?) spiega cose non dette ma ormai certe. Come il fatto che Mastella avesse già svelato da sabato ai cardinali Bagnasco e Bertone la sua intenzione di far cadere il governo e passare col Polo devoto.

Le due porpore certo non gli hanno chiesto, come usa nei normali confessionali: «Quante volte, figliolo, quante volte?». Clemente non avrebbe saputo rispondere, del resto: ha perso il conto delle giravolte. I due principi della Chiesa avranno preso atto con rammarico, ma si condanna il peccato non il peccatore. Prontamente ammesso nelle grazie delle gerarchie e più ancora del Polo. Se tutto è andato come si dice e scrive, è proprio vero che l'Italia sta regredendo a Stato della Chiesa: potrebbe rilanciare i fasti dei Papa-re, riportarne uno al Quirinale, Sua Eminenza Ruini a palazzo Chigi: per formalizzare una situazione di fatto. Avranno come devoti sacrestani i pii Veltroni e Rutelli. Specie il primo, che ha favorito l'atto finale con la salutare sortita del Pd che «alle elezioni correrà da solo». Male accompagnato, peraltro, se sarà guidato da Veltroni, che somiglia sempre più a una versione senza bavette alla bocca in salsa postcomunista di Arnaldo Forlani: siamo passati dal Coniglio al Walter Mannaro.

Che speranze poteva avere, con alleati simili, il povero Professore? A casa, a casa. E l'Italia a puttani e puttane.


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