martedì 22 gennaio 2008
di Anna Oppo
Fino a qualche anno fa non avevo dubbi nello spiegare ai miei studenti che tratto distintivo della modernità occidentale fosse stato il progressivo trasformarsi della sfera del sacro da religione di chiesa, istituzionale, a religione individuale, intima, di coscienza. Aggiungevo anche che, nonostante i complessi e mutevoli rapporti fra organizzazione sociale e istituzioni religiose, il processo di perdita di influenza delle chiese istituzionali sulla vita quotidiana delle persone si mostrava inarrestabile, anche in un paese come il nostro dove pure la chiesa è sempre stata assai invadente. C'è anche un nome per definire questo processo, si chiama “secolarizzazione”.
Non avrei difficoltà a ripetere i numeri della secolarizzazione italiana: del 90% circa di italiani che si dichiarano credenti solo il 30-32% va a messa la domenica; i matrimoni di rito civile sono ormai il 32% del totale dei matrimoni e nei comuni capoluogo del Nord e del Centro, le cifre sono di gran lunga superiori, fino al 70% (il 78,9% a Bolzano). In divorzio finiscono il 15% dei matrimoni - e le cifre sono crescenti - e ci sono oltre 500 mila coppie che scelgono di formare famiglia fuori del vincolo matrimoniale, per cui quote significative di bambini nascono in famiglie di fatto (circa il 15 per cento in Sardegna).
E i tassi di natalità, i comportamenti giovanili, i costumi delle star o, anche, di molti politici ci dicono, senza ombra di dubbio, che la morale sessuale della Chiesa è sconosciuta ai più o, se conosciuta, viene considerata o obsoleta o irrilevante. E si tratta di comportamenti che riguardano la sfera familiare, quella su cui più insiste la chiesa cattolica e coloro che se ne fanno interpreti o megafoni. Non abbiamo dati recenti sull'influenza delle istituzioni ecclesiastiche su altri comportamenti sociali - diciamo, su quelli “civici”, tipo l'evasione fiscale o cose come l'insider trading, i falsi in bilancio, il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e tutta la lista dei cosiddetti “reati dei colletti bianchi” di cui sono piene le cronache. Ma, anche ad occhio, non sembra che preti o vescovi italiani spendano molte parole al riguardo.
Nonostante tutto ciò, il XXI secolo si è presentato, anche in Occidente, pieno di bisogno di religione. I conflitti armati che non finiscono mai, l'incertezza delle esistenze individuali, il pianeta malato, il senso di insensatezza della vita che non riguarda ormai più solo le minoranze riflessive che ci sono sempre state stanno alla base, credo, di questo bisogno. Che non si è tradotto, tuttavia, in una ritrovata vitalità delle chiese istituzionali, anzi. Nuove chiese e sette dilagano, antiche e nuove confessioni cristiane minoritarie si danno all'evangelizzazione, senza contare le moschee che si diffondono per i servizi religiosi alle nostre popolazioni immigrate ma che possono presentarsi come inquietante alternativa alle nostre cattedrali.
In Italia, sembra evidente, la chiesa cattolica si sente assediata e sulla difensiva. E fra tutte le scelte possibili - ce ne sono un certo numero - ha deciso per il momento di ricorrere al braccio secolare. Il discorso del cardinale Bagnasco all'apertura della conferenza della CEI di qualche giorno fa, con la lista delle richieste cristiane alla politica - il niet alla regolamentazione delle famiglie di fatto, l'attacco alla legge sull'aborto, la chiusura agli omossessuali e via di questo passo - è un elenco arrogante e patetico al medesimo tempo. Arrogante per la sua impudenza, patetico per la distanza siderale, non dico dal Vangelo, ma dalle drammatiche questioni del mondo di oggi.
E c'è un discreditato braccio secolare che risponde: delegittimato in tante sue espressioni e in tanti suoi rappresentanti francamente impresentabili, privo di un'etica propria, di un minimo senso di decenza, crede di salvarsi l'anima e i voti rifugiandosi sotto le ali protettive di Santa Madre Chiesa. Non voglio fare di tutte l'erbe un fascio né su lato chiesa né sul lato politica ma certo le troppe processioni dei politici in piazza San Pietro rivelano le incertezze e le tremebonde debolezze di molto ceto politico che, rinunciando ad una propria, autonoma autorevolezza e credibilità rischia di delegittimare le istituzioni repubblicane. E non è che la chiesa ci guadagni poiché finisce per rivelarsi anch'essa fragile e localistica, peggio, di parte, un ulteriore fattore che alimenta le fratture italiane.
Con tutta la mia diffidenza per i sondaggi - ma quelli Eurispes sono più credibili - mi è sembrato abbastanza impressionante che nella caduta della fiducia degli italiani verso le principali istituzioni politiche e sociali entrino anche la chiesa e le istituzioni religiose. Meno della metà, infatti, ha fiducia nella chiesa, meno che nella polizia e nei carabinieri. Sembra, appunto, una chiesa che divide, una chiesa di parte. Peccato, c'è tanto bisogno di parole di senso oggi e nessun bisogno, però, di scomunica ai “Dico”.
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