martedì 22 gennaio 2008
di Giulio Angioni
Una boccata d'aria, per me, spero anche per altri, per molti altri sardi e no, che in questi giorni ci siamo dovuti preoccupare di cosa succede in Sardegna, tra morti ammazzati alla maniera vecchia pastorale e intolleranze bolse alla leghista di fronte al bisogno napoletano di un po' di aiuto anche da parte nostra. Una boccata d'aria giornalistica, di questi giornali che ci tolgono il fiato ma ogni tanto ce lo restituiscono, come il Corrierone milanese, che ieri ha dedicato tre quarti di pagina della cultura al nuovo libro di Flavio Soriga, giovane trentenne di Uta, che allegramente chiama col risaputo titolo di Sardinia Blues questa sua ultima postmodernissima fatica, che ho solo letto in parte ma che devo leggere presto tutta perché lunedì 28 devo parlarne con altri a Elmas, mentre altri ne parlano a Milano in via Manzoni. So che il libro è bello, perché me l'hanno detto, perché ho letto gli altri libri di Flavio Soriga e perché lo dice il Corriere.
Dunque, tristezze (blues) di Sardegna messe allegramente in mostra, dato che oltre al libro di Soriga nella medesima pagina del Corriere della Sera si parla anche del prossimo libro di Milena Agus (Ali di babbo), già uscito in Francia in francese prima che in Italia in italiano, si annuncia il prossimo libro di Niffoi per Adelphi (Collo d'oro) e si ricorda l'altimo libro di Giorgio Todde per Frassinelli e il Maestrale insieme (L'estremo delle cose), con un richiamo a Marcello Fois col suo ultimo Memoria del vuoto (Einaudi), vincitore del premio Grinzane Cavour.
Un altro titolo, questo Sardinia blues di Soriga, che secondo il Corriere sbarazza il campo da tutti i luoghi comuni sulla Sardegna, sia quella banditesca sia quella smeraldica billionaire. Un altro titolo, comunque, che si aggiunge al catalogo delle lettere sarde di questi anni, di questi ultimi vent'anni che vedono gli scrittori sardi godere, almeno alcuni di essi, di apprezzamenti esterni anche internazionali mai visti primi se non per la Deledda. E godere anche di apprezzamenti isolani mai prima goduti dagli scrittori nostrani in casa propria. Un altro titolo, per quanto deduco, che complica utilmente anche il luogo ormai comune che gli scrittori sardi si dedichino soprattutto al giallo o al noir, sciocchezza che vanno ripetendo quelli che la narrativa sarda non la leggono ma soltanto la giudicano senza che nessuno glielo chieda.
Un altro bel titolo, se è vero che Sardinia blues è un'allegra scorribanda triste di tre giovani sardi di oggi con tipiche difficoltà di oggi a vivere in Sardegna, in Europa, nel mondo grande, complicato, difficile. È una mia debolezza quella di tirare il fiato quando della mia terra sarda leggo sui giornali cose positive scritte fuori dell'isola. È come un rimettersi in sesto, ritrovare agio ed equilibrio. Le arti servono a questo.
Tanto più che in fatto di letteratura, specialmente di narrativa, ciò che si pubblica in Sardegna non è da meno, come prodotto editoriale e come opera letteraria, di ciò che si pubblica altrove. Tutto questo, e anche altro, se tra l'altro si aggiunge il filone ormai non più esile e tutto nostro di letteratura anche in sardo (in vari tipi di sardo con autori come Carlini, Tirotto, Pintore, Pusceddu, Alcioni, Pillonca e anche altri), tutto questo è stato chiamato nouvelle vague letteraria sarda e in altri modi, per dire di questa novità delle fortune della narrativa sarda, che è cosa solo positiva anche quando in molte pagine di certi autori la Sardegna, o una presunta Sardegna di maniera, è un espediente per autoesotismi che però si vendono bene in tutta Europa.
E anche questo va bene, se il mercato poi tira non più solo per queste cose che per altre, magari più serie in fatto di libri anche sardi. Siamo normali europei anche in questo, pare, nel bene e nel male. La scelta ormai è grande e varia in fatto di narrativa sarda, di libri sardi. Io ho le mie preferenze, e fra queste c'è anche il giovane scrittore di Uta, sardo postmoderno che voleva dimettersi da sardo perché non ce la faceva più a essere sardo, e invece poi non ci riesce a dimettersi da quello che è, anche se ne soffre. E per farsene una ragione, scrive. Meglio così.
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