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venerdì 18 gennaio 2008

L'autoassoluzione del ministro sdegnato
e la gogna per lo scienziato laico
nel paese abituato agli opportunismi

di Nanni Spissu

Nel turbinio di queste giornate da cardiopalma credo si debba fare appello alla coerenza. Ai principi che hanno formato la nostra generazione, ai buoni maestri che ci hanno consegnato lasciti di grande ricchezza, alle nostre famiglie che hanno saputo trasmetterci regole e forze per rispettarle.

Le reazioni alle vicende Mastella e Ratzinger non sembrano orientate sui grandi principi che vanno seguiti con il coraggio della coerenza che sa pagare un prezzo. Sono reazioni buone per tutte le stagioni: quelle degli opportunismi e quelle inossidabili del potere, quelle della dignità svenduta, perché nessun prezzo si vuol pagare per difenderla.

Mastella considera un vulnus alla sua inattaccabilità il fatto di essere inquisito. Conserva un'idea del potere come di un diritto conquistato una volta per tutte e non accetta il sospetto che grava sulla sua famiglia. Rifiutare il sospetto è un suo diritto e si difende come è giusto e doveroso. Egli intuisce che il suo ruolo istituzionale non pare compatibile con le accuse e si dimette. Dimissioni giuste, corrette e rispettose dell'alta funzione pubblica che ricopre e segno riconoscibile di sensibilità istituzionale. Quindi un gesto di normale civiltà, che viene però inquinato dall'accusa di lesa maestà che egli rivolge al potere giudiziario, che si presume che faccia, invece, il suo dovere.

Quando però un ministro di Grazia e Giustizia si difende dalle accuse che evidentemente considera - come è possibile e come è suo diritto - infondate e ingiuste, se lo fa denunciando congiure e sopraffazioni, deve dare corpo alle sue accuse, come egli pretende per quelle che gli sono rivolte.

Altrimenti siamo in ambito di autoassoluzioni o, semmai, di assoluzioni extra moenia, come quella che gli è arrivata da Berlusconi, che in base alle notizie di stampa dichiara non doversi precedere per la inconsistenza delle accuse. Che è anche possibile e auspicabile. Ma che va riconosciuta nelle sedi adatte, che sono quelle dove si esercita la giustizia. Quella degli uomini, fragile come è e può essere, persino affidata - lo abbiamo saputo - a qualche magistrato corrotto: ma pur sempre l'unica possibile in uno stato di diritto.

Ora Mastella ha riscosso unanimi applausi dall'aula, ben felice di stringersi intorno a chi dava, con le sue parole, corpo alla incurabile malattia dell'impunità che gira in quelle sedi del potere come un male endemico e incurabile, patrimonio esclusivo di una categoria di eletti, non solo dal popolo, ma dalla storia e forse anche da più in alto. Stringersi in un abbraccio solidale e mortale è stata la scelta dettata dall'istinto di sopravvivenza degli intoccabili.

E anche intorno a Ratzinger gli eletti si stringono, compatti, non si sa mai che qualcuno non rischi di restare fuori dall'accogliente mantello di santa madre chiesa. Ma quel mantello non è così ospitale come credono i nostri convertiti dell'ultim'ora. Quel mantello è un'idrovora che aspira impietosamente e che chiede un prezzo, in questa stagione sempre al rialzo.

Ora gli insulti a grandi ricercatori come il prof. Bernardini, colonna della fisica contemporanea, cui i chierichetti neoconvertiti non sono degni di allacciare i lacci dei calzari, mi paiono il segnale di un degrado non solo della politica come status, ma anche della qualità dei singoli omuncoli, che ancora dimostrano di avere dello stato che dovrebbero difendere un'idea miserevole e serva di altri padroni.

Ora credo che Ratzinger possa essere invitato a parlare e che possa decidere o meno di accettare come è nel suo diritto. Ma quegli scienziati eminenti pongono un problema serio per una delle massime istituzioni scientifiche del paese. Ogni presenza ospite accetta della sede ospitante lo spirito fondante, che in un'Università sta nel dialogo, nel rispetto del valore della ricerca e della sua capacità di anticipare e mutare la percezione del tempo che si vive, della sua capacità di sorprendere per la imprevedibilità delle soluzioni che sa prospettare alla conoscenza, per la sua libertà, per la fiducia nel metodo come libera, intrinseca qualità del suo procedere. Per la sua capacità di porre il dubbio come spinta e motore per guardare avanti, contro ogni possibile stagnazione che venga dalla palude del dogma e dalla presunzione di infallibilità.

Questo è il terreno su cui cresce e si sviluppa la conoscenza e è anche orgoglio giusto e proprio di chi con quello spirito lavora. Quello stesso invito alla ricerca della verità, che Ratzinger propone come intrinseco al suo ministero - nel testo dell'interessante discorso inviato alla Sapienza - si caratterizza per l'invito alla ragione a un percorso unidirezionale verso la fede cristiana. E non sembra lasciare spazio a una ricerca verso obiettivi aperti e non necessariamente obbligati, come è giusto debba essere e sia la ricerca libera in una pubblica università. Il che può non sorprendere se proviene da un papa, ma la storia ci ha insegnato, da Galileo a Darwin, che quell'approccio ha solo prodotto rigetto della scienza e del metodo come strumento autonomo e tipico della ricerca.

L'episodio della Sapienza, che poteva tranquillamente concludersi con la visita papale, cui il governo aveva assicurato i massimi livelli di sicurezza, pare dettato dal vezzo di non sopportare dissenso di qualunque tipo, anche quello nobile ispirato alla difesa del diritto dell'intelligenza a fare il suo mestiere, cioè di capire e offrire strumenti per capire quello che ci sta intorno. Ma anche qui la coerenza dei nostri statisti consente che vengano dileggiati come spazzatura alcuni degli scienziati che ci onorano per la loro qualità altissima, proni - quegli stessi statisti - davanti a un potere estraneo allo stato che non viene difeso nella sua sovranità compiuta.

Allora queste vicende così diverse ci portano - lo abbiamo detto - ai principi come ancoraggio: senza imbambolarsi per il fascino di falene suadenti e di sirene dal dolce canto. Quei principi sono il valore dell'intelligenza e della libertà dei suoi percorsi; sono il rispetto degli ordinamenti, senza titubanza accettando le regole, anche quando sono dure; sono la sincera e non ipocrita sospensione del giudizio su persone non regolarmente processate; sono la dignità dello stato non prono, affidato a orgogliosi tutori della sua libertà e autonomia. Sono, ancora, la limpidezza e trasparenza nell'esercizio di funzioni pubbliche, fatto senza ombre né altri fini che non siano l'interesse di tutti.

E ciò anche quando l'impopolarità dovrà essere messa a rischio da un esercizio delle propria funzione pubblica coerente con il bene di tutti.

Un esempio a due passi da noi? Anche quando si deve dare una mano per quattro sacchi di rifiuti che possono attraversare il nostro territorio senza scalfire il nostro orgoglio, esaltando al contrario la nostra generosità tanto spesso cantata dalla retorica identitaria.


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