venerdì 18 gennaio 2008
Lettere.
di Gianluca Scroccu
Gentile direttore,
nel suo commento del 17 gennaio (Finalmente, ecco la bella politica tutti uniti col Papa contro i laici contro i giudici per i Mastella. No referendum, paura degli elettori), mi pare di intravedere, ma spero di sbagliarmi, una strana equazione tra le recenti vicende che hanno coinvolto il ministro Mastella e il referendum Segni-Guzzetta; a suo avviso, chi si oppone al referendum sarebbe un esponente di quella vecchia politica dei “partitini” che proprio dal ministro della Giustizia sarebbe incarnata.
Non sono d'accordo. Rispetto la decisione della Corte costituzionale ma credo che sia palesemente sbagliato presentare questo referendum come la panacea che risolleverà l'Italia.
Per l'ennesima volta nella storia del nostro Paese si cerca infatti di ovviare alla crisi della politica auspicando la soluzione salvifica delle riforme elettorali da ottenere tramite una consultazione referendaria. In un bel saggio dello storico inglese Mark Gilbert, “Il governo e la politica dell'Italia Repubblicana” (contenuto in L'Italia Repubblicana vista da fuori. 1945-2000, a cura di Stuart Woolf, il Mulino 2007), si cita molto opportunamente lo studio del professore dell'Università di Oxford David Hine (Governing Italy. The Politics of Bargained Pluralism, Oxford University Press 1993) nel quale lo studioso britannico metteva in evidenza, già allora, alcune delle potenzialità negative del maggioritario introdotto nel sistema politico italiano dal sempreverde Mario Segni (a proposito di caste anche familiari), come il personalismo, l'individualismo elettorale e la creazione di un parlamento di notabili, di cui proprio Mastella, con il suo partito personale, è stato uno dei rappresentanti più evidenti.
Sotto questo aspetto il referendum Segni-Guzzetta è un grave pericolo perché rischia di impoverire ulteriormente il livello di democrazia del nostro paese, aumentando le spinte oligarchiche e verticistiche. Gli obiettivi che si pongono i referendari, sulla carta, sono quelli di superare la frammentarietà del sistema politico, rafforzando la governabilità. In realtà, se passerà questo referendum (che prevede anche la cancellazione dell'opzione delle candidature multiple della Camera), di fatto verrà abolito il concetto di “coalizione” in quanto si avrà un premio di maggioranza per il partito o il listone che prende più voti, garantendo un semplice diritto di tribuna ai partiti capaci di superare una soglia di sbarramento variabile dal 4% per la Camera all'8% per il Senato.
Con questa legge, un partito che raggiungesse l'11% mentre tutti gli altri si fermassero al 10, avrebbe il premio di maggioranza; un esito ancora peggiore della legge Acerbo del novembre del 1923.
Peraltro tutti gli aspetti più deteriori della legge Calderoli rimarrebbero inalterati, a partire dalle liste bloccate dei candidati scelti solo ed esclusivamente dalle segreterie dei partiti o il premio al Senato attribuito regione per regione (la causa dell'instabilità dell'attuale maggioranza dell'Unione). Per non parlare del fatto che la necessità di avere un voto in più porterà alla costituzione di “listoni-salsiccia” con relativi venditori di voti con forti poteri di ricatto e disponibili ad offrire il proprio pacchetto di consensi al miglior offerente; ottenuto in questo modo il posto nel listone, una volta eletti in Parlamento, nessuno impedirà a questi personaggi di formare il proprio gruppo e condizionare come masnadieri la vita istituzionale.
Rispetto la Corte costituzionale ma mi dispiace che questo referendum sia stato dichiarato ammissibile proprio nell'anno in cui si celebra il 60º anniversario della nostra bella Carta.
Ma tutto questo non è che il frutto della crisi della coscienza pubblica italiana che nasce a sua volta da una visione riduttiva e tutta particolaristica della vita politica, secondo la quale i problemi sarebbero da individuare in fragili contenitori istituzionali e non nell'assoluta mancanza di contenuti della politica. Qualsiasi riforma istituzionale si rivela inefficace nel lungo periodo (vedi maggioritario introdotto nel 1993) se i partiti non si rigenerano e risanano moralmente, tornando a studiare con passione disinteressata i problemi della società e a promuovere la maturazione della cittadinanza. Mai come in questi anni si è visto come rafforzamento dei poteri esecutivi e semplificazione esasperata del quadro politico non portino necessariamente ad una estensione e ad un rinvigorimento dei processi democratici.
Senza dimenticare che il maggioritario ha prodotto una conflittualità costruita sull'asse amico/nemico che ci ha ricondotti, in alcuni frangenti, a pagine tra le più brutte della nostra storia nazionale; oltre al fatto che interi ceti produttivi sono scomparsi dalle sedi parlamentari oramai dominate esclusivamente da ben determinate categorie professionali. O crediamo che con due soli soggetti politici finirà la gestione di interessi privati che oggi sta consumando i partiti italiani e quelli sardi, dove non si esita a lottizzare senza pietà banche o enti o a cancellare ogni parvenza di vita democratica sotto la scure di una implacabile degenerazione correntizia?
Ho sempre pensato che la legge Calderoli si dovesse superare in toto ma guardando, piuttosto, a scelte valide come il modello tedesco che offre garanzie di stabilità e pluralità insieme, oltre che una buona alternanza tra gli esecutivi (dalla fine del secondo conflitto mondiale in Germania i governi di coalizione si sono formati solo due volte e sempre a guida centrista, con Kurt Kiesinger nel triennio 1966-69 e Angela Merkel dal 2005 ad oggi). In Germania, guarda caso si confrontano un partito centrista e uno socialista.
In Italia, invece, si è preferito unire con l'Attack del “ma-anchismo” queste due tradizioni per costruire una macchina elettorale che serve al leader di turno per tentare la scalata a Palazzo Chigi. I risultati, in tema di partecipazione dei cittadini e azione politica mobilitante, anche in Sardegna, sono sotto gli occhi di tutti. E Berlusconi, rilanciato proprio da Veltroni e dal Partito Democratico, già pregusta la sua rivincita, ma questa volta da signore assoluto.
Caro Scroccu, c'è un fraintendimento: la colpa è mia che non mi sono spiegato bene. Non penso affatto che il referendum Segni-Guzzetta sia ottimo, abbondante ed eccellente. Ne ho detto anzi abbastanza male. L'ho citato solo per chiarire che la “casta” si ricompatta davanti a qualsiasi “nemico” ne metta in discussione la non resistibile prevalenza: siano i professori che intralciano il loro automatico e ossessivo “bacio della pantofola” papale, la magistratura che tocca uno di loro, il referendum che ne smaschera l'incapacità di darsi e darci una legge elettorale decente e le riforme indispensabili, disturbandoli nel loro essere indecisi a tutto tranne che a tutelare privilegi e intoccabilità. (Giorgio Melis)
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