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venerdì 18 gennaio 2008

La povertà pesa ma la disuguaglianza
aggrava il disagio sociale
in una Sardegna che sta meglio del Sud

di Anna Oppo

Troppe notizie in un solo giorno: Mastella e signora nei guai con la giustizia e lo scatto di solidarietà bipartisan della classe politica, le genuflessioni sincere o interessate, anch'esse bipartisan, verso un Papa che, dispiace dirlo, difetta di carisma, le “solite” navi della spazzatura che cercano di attraccare da qualche parte e da noi altri due morti ammazzati che significa anche altri assassini in libertà (ma non ne prendono mai uno che sia uno?). E gli ultimi dati Istat, 2005-2006, sulle condizioni economiche degli italiani, le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, la povertà che resiste, soprattutto al Sud. Solo Veltroni, inseguito dai cronisti e sull'orlo di una crisi di nervi, rileva il dato e dice che questa è la vera notizia, preoccupante, nella girandola della giornata. Anche a me, modestamente, sembra così - a parte i nostri morti ammazzati - e penso valga la pena di spenderci due parole.

Intanto dal 2005 al 2006 non vi sono stati molti cambiamenti, la geografia sociale del disagio e della ricchezza è la medesima così come sono molti simili le cifre della disuguaglianza, sempre molto forti. Il reddito netto delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2005, in media, 27.736 euro (2.311 euro al mese) ma la maggioranza delle famiglie - il 61% - ha avuto un reddito inferiore a questa cifra. E se invece della media si considera la mediana, si ha che il 50% delle famiglie ha percepito meno di 22.460 euro (2.354 al mese). L'altra metà ha ovviamente percepito di più, talvolta molto di più.

La geografia sociale delle povertà e della ricchezza ripercorre sempre gli stessi itinerari: hanno redditi più alti le famiglie dove i percettori di reddito sono più d'uno, quando il percettore del reddito principale è maschio, occupato, laureato, delle classi di età centrali. I più poveri sono gli anziani che vivono soli o in coppia senza figli, i nuclei monogenitoriali (madri prevalentemente) con figli minori a carico, le coppie con tre o più figli minori specie se il principale percettore di reddito ha bassi o bassissimi livelli di istruzione.

E permane un forte divario - il più forte - fra il nord e il sud. Recita l'Istat: «Il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Sud e nelle Isole è pari a circa il 70% del reddito delle famiglie residenti al Nord… il reddito netto familiare è inferiore al dato nazionale in tutte le regioni meridionali e insulari, mentre risulta superiore in tutte le regioni centro-settentrionali, ad eccezione della Liguria». Il reddito mediano familiare più alto è delle province autonome di Trento e Bolzano, seguite dalla Lombardia, il più basso si ha in Sicilia.

Corre l'obbligo di vedere come si situa la Sardegna in questo panorama. La regione entra certamente nel gruppo meridionale con redditi medi e mediani inferiori alle cifre nazionali ma, come avviene da molti anni, i numeri dell'isola sono molto meno disastrosi di quelli del complesso delle regioni meridionali continentali e della Sicilia. Se, escludendo la Sardegna, le regioni meridionali hanno un reddito netto medio che ammonta all'83,8% della media nazionale, quello della Sardegna è del 92%, mentre considerando le mediane contro l'84% del Mezzogiorno si situa la Sardegna col 98% rispetto al dato nazionale.

Anche considerando un primo indicatore della distribuzione del reddito, risulta che nella fascia più bassa si situa ben il 24,7% delle famiglie sarde contro il 20% del complesso dei paese ma le cifre meridionali sono sensibilmente più alte, per non dire drammatiche: nel Mezzogiorno le famiglie più povere sono il 39% del totale, con la punta più alta in Sicilia che arriva al 45,6%. Correlativamente, nelle fasce abbienti o relativamente abbienti si situa il 40% delle famiglie italiane. Ma nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia solo il 19% delle famiglie si trova in queste rassicuranti fasce di reddito. La Sardegna sta un po' meglio, col 28,4% di famiglie abbienti o relativamente abbienti.

Si può aggiungere che, in linea generale, quanto più povera è una regione tanto più acuta è la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi: le regioni in cui la disuguaglianza è più alta (calcolata convenzionalmente con l'indice di Gini) sono la Calabria, la Sicilia e la Campania. Anche la Sardegna ha un indice elevato, generalmente più elevato della maggior parte delle regioni centro-settentrionali, ma un po' meno alto delle regioni meridionali già menzionate o della Puglia.

Povertà e disuguaglianza, così strettamente correlate, stanno alla base di molti segni di disagio denunciati dalle famiglie. Arriva a fine mese con difficoltà il 14,7% delle famiglie italiane, il 9% è stata in arretrato con le bollette, il 28,9% non è riuscita a far fronte a spese impreviste. Anche su questi indicatori si ripete la geografia sociale che si è vista per la distribuzione del reddito e si ripetono i divari territoriali, talvolta di grande intensità non solo fra Nord e Sud ma, soprattutto, fra alcune regioni del Nord e alcune del Sud: ad esempio, solo il 4,2% delle famiglie del Trentino Alto Adige nel 2006 ha fatto fatica ad arrivare a fine mese contro il 23,8 % delle famiglie campane o il 23,8% delle famiglie siciliane. E le famiglie sarde, nella maggior parte di questi indicatori, risultano essere fra le meno svantaggiate delle famiglie meridionali.

Non si tratta di dati esaltanti ma, come dire, l'emergenza da noi sembra molto più contenuta. E fra il 2005 e il 2006, per alcune esigenze di base - cibo, vestiario, spese mediche - si sono avuti piccoli miglioramenti, più sensibili rispetto alla maggior parte delle regioni del Mezzogiorno.

I ricercatori dell'Istat mettono le mani avanti specificando che in queste stime non entrano i proventi dell'economia sommersa e che, in generale, le indagini campionarie sottostimano una parte dei redditi per effetto della scarsa memoria o della reticenza degli intervitati (redditi da attività finanziarie, parte dei redditi da lavoro autonomo). Dunque, i redditi potrebbero essere superiori. E, aggiungerei io, le disuguaglianze potrebbero essere più acute.

Che dire per concludere? Forse tanti malumori nazionali e regionali trovano qui la loro principale ragione. Non tanto, forse, nei livelli assoluti del reddito ma nelle fortissime disuguaglianze territoriali e, soprattutto, di ceto. Infinite ricerche ci dicono che non è la privazione in sé a provocare risentimenti e infelicità ma la privazione relativa, il confronto con gli altri. E noi in Sardegna - che disponiamo di redditi superiori a quelli che produciamo - abbiamo acute sacche di povertà ma assolutamente non paragonabili a quelle siciliane o campane. Con queste regioni, tuttavia, condividiamo una stratificazione sociale iniqua.


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