giovedì 17 gennaio 2008
Un paese che non conosce lo spopolamento di altri. Con un benessere più diffuso che altrove: per il turismo più che per la pastorizia. Dove, in controtendenza, gli uomini sono più numerosi delle donne ma molto al di sotto per acculturazione scolastica. Un paese-simbolo che resta prigioniero dei suoi vecchi dèmoni e di nuovo malessere che colpisce i giovani. Orgosolo non si libera della cultura della violenza e del codice della vendetta barbaricino: un ordinamento solo di “guerra” - secondo l'antropologo Giulio Angioni - che regola nel sangue i conti sociali e personali.
Ma nelle pieghe della sua complessità ancora impenetrabile, c'è stata un'involuzione: il mito e la pratica dei balentes ha generato una generazione residuale di balenteddus, giovani spaesati e immersi nella solitudine della loro condizione irrisolta. Tracotanti e senza certezze, anche per questo portati a darsi e mostrare sicurezza attraverso l'esibizione della forza e della violenza. Una radiografia intensa e partecipata di un'emergenza permanente che Giovanni Maria Bellu ha esposto domenica nel paginone centrale dell'inserto culturale de la Repubblica (pagina 1 - pagina 2). Documentata con un'analisi tra passato e presente e numeri inediti: la società pastorale, ormai il 16 il cento della popolazione sarda, produce un quarto degli omicidi ma detiene anche il record dei suicidi.
Un reportage esemplare, fuori dagli stereotipi e dentro la tragica realtà di un paese che non cessa di affascinare e respingere, prediletto dai turisti ma anche molto inviso. Ha ucciso il suo profeta-poeta Peppino Marotto dopo il povero viceparroco Graziano Muntoni. E poi, ancora, a ridosso dell'uccisione di Marotto, forse collegata e forse presa a pretesto, la feroce esecuzione dei fratelli Mattana. Ma il paese non ha alzato un dito per far colpire dalla giustizia gli autori di omicidi cosi terribili: incluso quello del proprio patriarca.
Un intreccio di violenza e sangue. Vitalità e cultura della morte che Bellu ha riassunto con un affresco penetrante. Accompagnato da un'analisi dello scrittore Salvatore Mannuzzu e illustrato da una grande, stupenda fotografia in bianco e nero di un rito purtroppo frequente: una lunga processione davanti e dietro una bara, le vesti nere delle donne, le grandi croci rustiche viste troppe volte, lungo la strada principale disseminata di morti remoti e recenti. Riproponiamo l'inchiesta di Bellu, ringraziando l'autore e la Repubblica. (giorgio melis)
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