giovedì 17 gennaio 2008
di Giorgio Melis
Finalmente l'Italia politica bipartisan, solidale, coesa e concorde. Una falange macedone, una legione romana in formazione a testuggine, un'armata di panzer d'attacco. Miracolo: la rissosa e sgangherata classe politica di governo e di opposizione, sempre divisa su tutto e decisa al niente, diventa un coro armonioso senza una stecca. Non ci voleva molto. Una contestazione discutibile ma non infondata sul Papa da un pezzo di università (non tutta la Sapienza, non certo rappresentativa dell'intera Italia laica e credente). L'avviso di reato al ministro Clemente Mastella dimissionario (forse) e l'arresto (a casa) della moglie Sandra, inquisita assieme a mezza Udeur campana e due assessori regionali. Il via libera della Corte costituzionale al referendum per la riforma della legge elettorale “porcata”, proposto da Mario Segni e altri, in primis Gianfranco Fini. Tre palle, un centro clamoroso.
La comunità politica (con pochissime eccezioni) tutta insieme, appassionatamente, all'attacco dei nemici comuni: 1) i laici critici sull'intervento di Ratzinger, assediato dall'aggressiva difesa soffocante di ogni schieramento, esponente istituzionale e commentatore politico: quasi il Papa fosse stato vittima di un attentato, umiliato e profanato, per aver deciso di rinunciare a un discorso dopo le proteste di molti professori e studenti; 2) la magistratura, rea di aver osato indagare la coppia Mastella, dunque colpire una famiglia partitica nella quale si identifica l'intero intoccabile famiglione politico nazionale; basta con questi giudici: sono loro la vera “casta”, ha tuonato per tutti Pierferdi Casini, con standing ovation dall'estrema destra all'estrema sinistra; 3) il referendum elettorale firmato da milioni di cittadini, indicato come pericolo destabilizzante da esorcizzare per il bene della democrazia: mette in pericolo la grottesca, insulsa, frustrante e inutile ricerca di un accordo tra i partiti e fa scattare le lancette dell'orologio fissando un termine ineludibile alla farsa in atto.
Tre fatti quasi simultanei, un terremoto che scuote il cielo d'Italia. Sembra sul punto di far rovinare sul Paese il cupolone di San Pietro, le volte del Quirinale (un tempo residenza dei Papi-re), della Camera e del Senato in fibrillazione. Mentre il popolo che fa? Se gratta, avrebbe detto Petrolini. Sarà pure qualunquista (ci hanno trascinato) ma se ne catastrafotte, ha problemi seri e non ha tempo di prendere sul serio le tempeste parolaie nazionali. Delle quali, in aggiunta, all'estero quasi non si curano minimamente. Né dell'attentato al Papa, né dell'incriminazione di un altro ministro (dov'è la notizia, dov'è la novità?), e tanto meno del referendum che è barocco e inestricabile anche se infinitamente meglio della legge-truffa elettorale che vuole riformare.
Ma il trittico di due giorni riconsegna agli italiani e al mondo un'Italia disperante e anormale, sempre uguale a se stessa, nell'incapacità di cambiare, di esorcizzare i demoni che la traggono a fondo mentre una sua parte affonda nell'immondezza, per non dire altro. E l'altra sa solo scannarsi come qui in Sardegna, usando come pretesto la stessa mondezza: in bilico tra anarchismo senza senso del Paese nello Stato assente, pulsioni solidaristiche e irresponsabilità diffusa. Della serie, muoia la nazione (o la Regione) purché trionfi la fazione. Ma lo scenario delle ultime 48 ore merita un'analisi più di dettaglio perché svela che niente deve cambiare perché tutto resti com'è: al peggio.
Occorre partire dalla vicenda che ha coinvolto il Papa. L'offerta del Rettore dell'università La Sapienza era uno strano evento. L'inaugurazione dell'anno accademico trasformato in un evento mediatico con la partecipazione di Ratzinger che avrebbe dovuto tenere la lectio magistralis. Mai sentito che le grandi e storiche universitarie europee e americane rinuncino alla loro caratura culturale per affidarne la celebrazione a un capo spirituale, un'autorità religiosa, un cardinale o un primate. Sono due mondi separati che devono restare distinti non per anticlericalismo o spirito antireligioso. Semplicemente, le due sfere non sono sempre integrabili e comunque è bene che restino sovrane ciascuna nel proprio campo. L'errore è stato nell'invito, specie in una fase turbolenta dei rapporti tra mondo cattolico e laico per le ininterrotte, pesanti interferenze del Vaticano nella vita nazionale.
Le proteste che si sono levate dall'università, capeggiate da prestigiosi professori di fisica spesso ultraottantenni, mica ragazzini, e da molti studenti, contestano la visione teologica e critica verso la scienza e la libertà di ricerca di papa Ratzinger, a loro avviso impropriamente coinvolto nell'avvenimnto. Possono non piacere ma erano e sono legittime. È stato obiettato che il diritto di parola è sacro per i laici e i cattolici, credenti e agnostici. Sacrosanto. Ma non sempre e per tutti in ogni luogo, se una parte non accetta il dialogo con chi ritiene portatore di convinzioni incompatibili con la sua. Il confronto è sempre necessario: ma non può essere imposto. La responsabilità non è del Pontefice ma di chi ha creato una situazione che ha poi assunto una piega negativa. E Ratzinger ha fatto benissimo a rinunciare: opportunamente, perché una contestazione nell'università sarebbe stata sgradevolissima, incompatibile con la sua figura universale di capo della Chiesa. L'incidente c'è stato ma il seguito è decisamente peggiore.
Da ogni parte, a partire dal presidente della Repubblica a Prodi, alle più alte istituzioni, forze politiche, culturali e sociali (D'Alema che parla di fango sul Paese) si è gridato allo scandalo, all'imbavagliamento del Papa, con una terribile caduta d'immagine dell'Italia. Si è scatenata la gara della solidarietà esagerata, con un j'accuse a voci unificate di criminalizzazione dei responsabili. Siamo al punto che sarà invocato un Te Deum riparatorio in ogni sede per lenire l'offesa recata al Pontefice. Proviamo a fare due conti. L'Italia non è l'Università della Sapienza e nello stesso ateneo le voci discordi sono probabilmente maggioritarie. Quindi il dissenso di una parte universitaria, in nome di una parte dei laici italiani, non può essere presentata come una mortificazione da e per l'Italia tutta al Papa. La sua sacralità religiosa non è stata né offesa né umiliata. Una parte che può essere benissimo contestata, ricusata ma non silenziata, ha ritenuto impropria la presenza di Ratzinger all'ateneo nell'occasione.
Sbalordisce il coro dei commentatori laici sul vulnus al buon (quale?) nome del Paese. La chiamata alla colpa (quale?) di cui tutti dovremmo sentirci corresponsabili. Perché non c'è colpa ma solo, al massimo una reazione non condivisibile o ricusabile ma legittima. Non in ambito religioso - nel quale sarebbe stata effettivamente un oltraggio al Capo della Chiesa - ma completamente fuori, in una sfera accademica e civile. Ma è diventato l'evento del giorno, con un clamore del tutto sproporzionato, mentre all'estero è stato quasi ignorato. È il provincialismo opportunistico italo-vaticano o Vaticano-dipendente della nostra patetica politica. La Chiesa e il suo messaggio evangelico non si testimoniano così o vengono sminuiti da un simile dissenso. Il Tevere non diventerà più largo né il prestigio di Ratzinger sarà diminuito dall'episodio, come non viene accresciuto da certo servilismo di facciata e opportunistico di troppi politici.
Monsignor Fisichella ha dichiarato che la Sapienza è diventata una sorta di “centro sociale” popolato di antagonisti ed estremisti. Una sciocchezza che in nessun altro Paese occidentale avrebbe potuto pronunciare senza far insorgere per primi gli spiriti moderati, liberali e laici, benché credenti. Un'esasperazione di toni sbagliata come inopportuna appare la chiamata ai cattolici per domenica a San Pietro chiesta dal cardinal Ruini: come se il Pontefice dovesse essere riconsacrato da un bagno di folla come un leader politico. Il rispetto per lui anche dagli agnostici resta immutato, la devozione dei credenti non ha bisogno di conferme di piazza, sia pure quella di San Pietro.
Semmai piacerebbe che la Chiesa si interrogasse sull'insofferenza che serpeggia in una società secolarizzata, in crisi di rapporto con la religiosità per motivi più profondi. È triste dirlo ma il Vaticano è spesso percepito da sempre più italiani non solo come ministero della fede ma anche come una sorta di improprio “partito” che genera dissenso anche fra i credenti. La difesa dell'identità e della tradizione sono assolutamente una prerogativa del Papa e nessuno può certo insegnargli il mestiere o mettere in discussione il suo ruolo. Ma il disagio c'è ed è avvertibile. Non solo per colpa del relativismo troppo spesso demonizzato dalle gerarchie. C'è quello religioso ed è innegabile, c'è anche quello morale ugualmente gravissimo esteso anche al mondo cattolico.
Il punto di rottura si è registrato quando il cardinal Ruini è sembrato cogliere la maggior vittoria, probabilmente un brutto momento di sconfitta per la Chiesa. Quando, al referendum sulla procreazione assistita, esercitò una pressione anche impietosa: pensiamo al divieto di diagnosi prenatale, una crudeltà contro coppie portatrici di gravi malattie ereditarie, frustrate nella loro domanda di avere figli ma non segnati prima della nascita. In quella circostanza, Ruini si comportò da mestierante della politica, chiamando e utilizzando la fisiologica astensione per far mancare il quorum e proclamarsi vincente. Lo stesso Ruini propose il volto di una Chiesa non misericordiosa quando fece negare i sacramenti chiesti dalla famiglia cattolica di Giorgio Welby. In più, la persistente condanna della pillola e del preservativo, del tutto inosservata e revocata nei confessionali. La sordità ai problemi etici della qualità della morte e non solo di quella della vita. Le troppe interferenze politiche nella vita nazionale, anche su temi dove Cesare dovrebbe aver sovranità esclusiva e Dio (ovvero la sua Chiesa) non rivendicare nulla. Nei giorni scorsi, il fedelissimo Veltroni ha chiesto e avuto udienza dal Papa come sindaco di Roma. Ne ha ricavato una lavata di capo non solo inopportuna ma irrispettosa del suo ruolo, comunque in una sede e in un momento sbagliati.
Quando la Chiesa si mette al traino del papista ateo-devoto Giuliano Ferrara per la moratoria sull'aborto, mescola il sacro e il profano in misura da lasciar interdetti molti credenti: adulti, non bigotti che non sentono la necessità di vedere il Vangelo integrato dalle “profezie” di un politico, giornalista, opinionista. Papa Ratzinger, figura affascinante per la sua altissima e raffinata cultura non solo teologica, è tuttavia percepito come portatore di una vulgata anticonciliare, di un ritorno a una tradizione difensiva e arroccata: assolutamente corretta ma che oltre la simpatia umana lo fa apparire come un conservatore e restauratore. Sembra volgere le spalle ai grandi e angosciosi problemi che travagliano l'umanità in questa fase storica, rifugiandosi nello splendore esterno della Chiesa-istituzione e nel rilancio della tradizione come argine al cosiddetto relativismo.
La scelta di ripristinare nei riti il latino (pur così caro e affascinante per tanti di noi), il ritorno alla messa dando le spalle ai fedeli, una rinnovata rigidità dottrinale appaiono come tanti segnali della volontà di un impossibile ritorno al passato. Si capisce benissimo l'obbiettivo di contrastare la pratica di un cattolicesimo à la carte, debole, formale e senza tensione spirituale. Ma non è con la precettistica più severa che si feconda la grandezza del lievito evangelico e se ne testimonia la carica “rivoluzionaria”, provvidenziale e salvifica. Infine, molto controproducente la commistione politica ed elettorale con qualunque forza, schieramento o leader conclamanti una fede malvissuta nella vita quotidiana. Quindi il clamore dello “scandalo” come l'eccesso di solidarietà politica e istituzionale gridata, non hanno peso - se non forse negativo - per i credenti veri. E anche per i laici rispettosi, gli agnostici tolleranti e non da tollerare.
Dalle stelle alle stalle, la seconda inquietante ovazione bipartisan riguarda il caso di Clemente e Sandra Mastella e la levata di scudi del ceto politico per i provvedimenti giudiziari a loro carico. Il ministro si è dimesso gridando che «sceglie l'amore non il potere» per la moglie «presa in ostaggio». Ha esasperato l'autodifesa in Parlamento e con le tv, come a nessun cittadino è dato o pensabile. Berlusconi ha fatto scuola e la lezione l'hanno metabolizzata tutti. Dalla Camera è venuto un grido alto e forte: non ci faremo processare, la magistratura è la vera “casta”, non noi, urla Casini ispirato e applauditissimo. Ma come, fino a ieri tutti a chiedere dimissioni, deposizioni, inchiesta e galera per il malaffare della spazzatura, le complicità e le sinergie con la camorra, contro la corruzione che dilaga nel Mezzogiorno e non solo. Ma subito, appena si tocca qualche politico, ovviamente innocente fino a prova contraria, pollice verso e magistrati da appendere la lampione.
Una schizofrenia molto sospetta. E ridicola nei toni. La moglie di Mastella proclama: «Ci colpiscono perché cattolici: guardate cosa è successo a Papa alla Sapienza». Oddio, le cellule islamiste o gli atei anticlericali e mangiacattolici avranno invaso i palazzi di giustizia della Campania e procedono nella loro crociata alla rovescia? Lo sbocco dell'inchiesta non è certo una sorpresa. Questa e altre indagini sono note e annunciate da molto tempo. Al punto da far sospettare, come si è scritto qualche mese fa, che Mastella abbia voluto a ogni costo il rognosissimo ministero della giustizia - anziché quelli di spesa e di possibile clientela più congeniali - per ragioni non propriamente altruistiche e di servizio.
Sarà vero che pure nella magistratura ci sono pezzi di “casta” (le denunce di Ilda Boccassini non sono parole al vento) ma quella politica è tanto totalizzante e adesso compatta da far paura. Mastella ha pesantemente apostrofato il magistrato che ha firmato gli avvisi. Ma questi, riservandosi di querelarlo, gli ha ricordato d'essere in onorato e rispettato servizio nella magistratura da 44 anni: non un pretorino d'assalto alla ricerca di notorietà. Ma poi, lo sanno anche le pietre che Mastella ha imposto la moglie come presidente del Consiglio regionale campano minacciando il boicottaggio della Giunta e del Governo nazionale. La “lady”, come è impropriamente diventata dopo l'arresto (a casa) sarà sicuramente innocente e potrà provarlo. Ma sarebbe stato di buon gusto che il marito ministro della giustizia si fosse astenuto dall'assolverla alla Camera in diretta tv: essendo anche lui indagato.
Cose che possono accadere solo in Italia. Questa è politica-spazzatura non meno di quella vera che tracima da Napoli. E poi, se per opposti opportunismi convergenti, il centrosinistra e il centrodestra si muovo all'unisono nella difesa acritica di Mastella (Prodi per salvare il governo e salvarsi da elezioni anticipate, Berlusconi per trarlo dalla sua parte, far cadere il governo e vincere le elezioni con lui), lasciamo davvero ogni speranza. Qui non è in discussione la certezza del diritto o le garanzie per chiunque. È una posta politica sconcia, che coinvolge nello stesso fascio la vera, grande “casta”: in tutte le sue espressioni e poche eccezioni.
È la stessa convergenza che oggi fa serrare le file di molti o tutti contro il referendum per riformare la legge elettorale. Il Parlamento ha avuto quasi due anni per controriformare la legge-truffa, la “porcata” di Calderoli. Non ha cavato un ragno dal buco da convulse trattative anche ridicole, con Veltroni disposto a tutto per agganciare Berlusconi. Ripagato dal Cavaliere che chiede in cambio, salvo smentire tutto 12 ore dopo, l'affossamento della «legge criminale” (come Biagi e Santoro nell'editto bulgaro del 2001) sul sistema tv. Ora che il referendum è alle porte, nuovo attacco di unanimismo parlamentare e politico: bloccarlo con un'intesa quale che sia, anche se ormai sembra del tutto improbabile. Brutta situazione, quando i partiti e i loro leaders rifuggono e hanno paura delle urne: ovvero dei loro elettori. Che invece tremano davanti agli eletti.
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