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giovedì 17 gennaio 2008

Interventi.

Un invito al professor Ratzinger:
non lezioni ma confronto in una laica università

di Raffaele Deidda

Spero mi si scuserà se, insieme a pochi altri, non canto nel coro, o meglio se non vi canto più, ma io sto con Stefano Rodotà.

Sto con Rodotà, col professor Cini e con i docenti della Sapienza che hanno condiviso il disappunto dello stesso Cini espresso in una lettera aperta al rettore dell'università La Sapienza, Guarini, già nel mese di novembre 2007, che esprimeva contrarietà alla decisione del rettore di invitare Papa Benedetto XVI a tenere la lectio magistralis di apertura dell'anno accademico. Sto con loro da oggi perché fino a ieri non avevo capito, o forse non ero stato sufficientemente attento all'evolversi della vicenda.

Da cittadino orientato ma solo parzialmente informato, fino a ieri stavo con Prodi, con Veltroni e anche con Mussi nel condannare un episodio che ritenevo facesse male alla democrazia e alla libertà e ritenevo indifendibili, da qualsiasi parte provenissero, atteggiamenti e comportamenti che, in nome della laicità, esprimessero giudizi e atti irrispettosi e antidemocratici. Fino a ieri ritenevo che un manipolo di professori universitari, probabilmente nostalgici sessantottini, seguiti e osannati da un manipolo di studenti senza “memoria storica”, stessero facendo un pessimo servizio alla nostra coscienza e ai principi libertari e democratici, utilizzando la peggiore intolleranza per impedire a Papa Benedetto XVI di parlare all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza (del fatto che avrebbe dovuto tenere la lectio magistralis pochi erano davvero a conoscenza).

Di questo avevo parlato e discusso con amici, laici quanto e più di me, e tutti ci eravamo trovati concordi nel sostenere l'assurdità di un fatto che avrebbe avuto una risonanza mondiale negativa e avrebbe bollato la coscienza laica italiana come il peggior esempio di integralismo anticlericale degli ultimi anni. Questo fino all'altra sera, quando il professor Stefano Rodotà, ospite di Ballarò, ha spiegato con pacatezza, serietà e razionalità le ragioni e soprattutto le dinamiche dei fatti della Sapienza, stimolandoci ad approfondire la conoscenza della vicenda.

La prima cosa saltata con prepotenza agli occhi, questa volta più informati, è l'intento mediatico voluto e ricercato dal rettore della Sapienza, il voler concentrare l'attenzione dei media sull'evento dell'inaugurazione dell'anno accademico di un Ateneo fra i più importanti d'Europa. A questo, pare, era mirata la lectio magistralis che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere a La Sapienza. L'intento del rettore era ovviamente in linea e totalmente condiviso dalla diplomazia vaticana, per i ritorni che l'evento avrebbe avuto sull'immagine del Papa e della Chiesa cattolica.

Il professor Cini e i suoi colleghi avevano semplicemente inteso affermare, nelle lettere inviate al rettore, fra l'altro ben poco conosciute fino a ieri, «l'autonomia dell'università dall'intervento di un'autorità esterna che per sua stessa natura si proclama depositaria di una verità assoluta», intervento contrastante con la natura stessa della comunità universitaria, per sua natura cultrice di verità relative sempre aperte alla verifica e al dibattito. L'obiettivo ultimo dei professori firmatari delle lettere al rettore era quello di «salvaguardare le rispettive sfere di competenza, influenza e comunicazione, che sono entrambe rispettabili ma che è bene tenere separate». Questo hanno inteso affermare i “cattivi maestri”, così definiti da qualcuno per associarli agli intellettuali organici degli anni bui del terrorismo brigatista.

Questa sarebbe stata quindi la negazione della libertà di parola, anzi la censura preventiva della libertà di parola che sarebbe stata inflitta al Papa? Come se il Papa non avesse ben altri mezzi per manifestare il proprio pensiero, come se i media, e soprattutto i telegiornali di Stato per cui paghiamo il canone tv non fossero così scrupolosi e puntuali nel resocontarci quotidianamente anche i minimi dettagli della giornata papale. Quanto appare strumentale, alla luce delle “altre” verità raccontate dai professori chiamati in causa con tanta veemenza da destra, da centro e da sinistra, la provocazione di Giuliano Ferrara che sostiene: «Non vogliamo che le università italiane si riducano come La Sapienza di Roma dove si vuole negare la parola al professor Ratzinger!».

Credo stia proprio qui il punto: il professor Ratzinger sarebbe stato certamente il benvenuto a La Sapienza, così come lo erano stati a suo tempo il professor Montini e il professor Wojtyla, pur scontando vivaci contestazioni per le sue posizioni sulla giustezza e sulla ragionevolezza del processo contro Galileo, se non si fosse pervicacemente voluto, per fini che hanno ben poco a che vedere con la scienza e con la conoscenza, fare inaugurare l'anno accademico di una università statale dal capo di uno Stato estero.

Tardiva è apparsa poi la precisazione del rettore Guarini, che ha definito la visita del Papa come quella di «un messaggero di pace», da tenere distinta dal momento dell'inaugurazione dell'anno accademico: il Papa ha ritenuto opportuno di soprassedere all'evento riservandosi di inviare il suo previsto intervento. Non sarebbe una splendida idea democratica, ad anno accademico inaugurato, invitare il professor Ratzinger a dibattere il contenuto del suo intervento con i docenti e con gli studenti della Sapienza?


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