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mercoledì 16 gennaio 2008

Tra ipocrisia e sudditanza, la classe politica
subalterna al Vaticano: Stato genuflesso
oltre le polemiche su Ratzinger alla Sapienza

di Andrea Falqui

C'è qualcosa di tipicamente e tristemente cattolico nelle reazioni che seguono la rinuncia da parte del capo della chiesa di Roma, Joseph Ratzinger, a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico all'università di Roma 1: l'ipocrisia e la sudditanza. A quella inaugurazione Ratzinger era stato invitato dal rettore de “La Sapienza”, provocando la reazione di un gruppo folto di scienziati che in quell'università lavorano e insegnano. Quest'ultimi hanno ritenuto quell'invito incongruo e fuori luogo - alla luce delle posizioni tante volte ufficialmente espresse dall'attuale papa su scienza, fede e ragione - e hanno quindi scritto una lettera per chiedere di ritirarlo. Pubblicata la lettera dei docenti e degli scienziati romani, la protesta è montata nell'ateneo della capitale fino a generare la rinuncia papale alla partecipazione.

Si può condividere totalmente, parzialmente o per nulla la lettera degli scienziati de “La Sapienza”, ma questo non toglie che i firmatari abbiano preso posizione con chiarezza e senza ambiguità, portando argomentazioni e ragioni chiare e nette, alla luce del sole, tanto verificabili quanto degne di discussione e di critica. È tristissimo assistere ora al teatrino piuttosto squallido con cui la curia papale ha risposto alle critiche che si levavano: prima lo stupore di chi è abituato alla genuflessione degli interlocutori, all'applauso, al sostegno (ideologico e materiale): la gerarchia pare oggi quasi non riuscire a comprendere che vi sia chi non solo non si genuflette ma critica e dissente dalle opinioni papali.

Poi è seguita l'orgogliosa conferma vaticana che la visita di Ratzinger si sarebbe svolta comunque, con contestuale severa reprimenda per chi andava sostenendo il contrario. Infine la rinuncia alla visita, alla faccia delle sdegnate smentite di poche ore prima. E fin qui nulla di strano: chi ha seguito e conosce le posizioni e i comportamenti della chiesa cattolica e della sua gerarchia si sarebbe stupito del contrario. Desta indignazione, ma anch'essa purtroppo non stupisce, la reazione che praticamente l'intera classe politica italiana sta mettendo in scena dopo la rinuncia di Ratzinger. Sono pochissimi coloro che non si strappano le vesti e non gridano al delitto di lesa maestà.

Il concetto espresso dai politici italiani, da destra a sinistra, da Fini a Mussi passando per Veltroni e Prodi, è semplice: un gruppo di estremisti fanatici (gli universitari firmatari della lettera) ha costretto il papa a rinunciare alla partecipazione alla manifestazione accademica. Per di più, il presidente della Repubblica ha inviato una personale missiva al vicino monarca d'oltretevere, di cui è facile prevedere il contenuto.

Nell'Italia di oggi criticare le posizioni del capo della chiesa cattolica provoca la pavloviana, indignata reazione della quasi interezza della classe politica nazionale. Non è strano, e in fondo è pure tristemente coerente: è la stessa classe politica che, a stragrande maggioranza, non solo permette ma addirittura ricerca le ingerenze continue della chiesa cattolica nella vita politica e civile del paese. Le motivazioni di questa incredibile, ripetuta sudditanza sono molteplici, nessuna meno grave dell'altra ma tutte indici di un vuoto culturale profondo e di analfabetismo costituzionale diffuso: desiderio di visibilità per riflesso, confusione ideologica cronica, mancanza di punti di riferimento morale, banale speranza di ricavare s ostegno elettorale.

È la classe politica che, mentre pasce la chiesa cattolica con un fiume mostruoso di denaro che arriva dalle tasche di tutti, credenti e non, attraverso contributi ed esenzioni di ogni genere e specie, si fa da essa dettare senza sosta l'agenda dei temi da trattare e la modalità con cui trattarli: dal rifiuto del testamento biologico a quello della fecondazione in vitro, dalla negazione dei diritti civili per le coppie di fatto alla rivendicazione del diritto alla discriminazione verso i gay, di recente sventolato senza vergogna da diversi cattolici che militano nella maggioranza di centro sinistra (di quelli di centro-destra è inutile parlare), senza che questo abbia portato per essi alla minima conseguenza.

E non è di pochi giorni fa la severa reprimenda che Joseph Ratzinger ha ritenuto di potersi permettere coram populo nei confronti degli amministratori pubblici di Roma e del Lazio, rei di non occuparsi dei più deboli così come di non finanziare adeguatamente gli ospedali cattolici? Che se fosse anche vera la prima critica, per il solo fatto d'essere stata accostata alla contemporanea ennesima richiesta di quattrini e privilegi, diventa del tutto priva della benché minima credibilità morale.

Quel che sta purtroppo mancando del tutto alla politica italiana è una minima riflessione sul perché della forte reazione degli scienziati romani all'ipotesi della partecipazione papale all'inaugurazione dell'anno accademico nella loro università. Se questa classe politica non fosse ormai persa nell'automatica abitudine alla genuflessione, si renderebbe conto che la posizione degli studiosi non è solo una disputa ideologica su cui si può discutere, ma è in primis la conseguenza dell'esasperazione che una platea laica e civile manifesta per l'ingerenza che senza sosta la chiesa di Roma esercita nei confronti della vita politica italiana, ma anche per l'assenza devastante di una minima rappresentanza politica che rivendichi con intransigenza quel che si pensava un valore storicamente acquisito e che evidentemente si scopre non essere tale: la laicità dello stato, il rispetto delle posizioni di tutti e il conseguente rifiuto di una politica confessionale.

La sistematica ingerenza cattolica è infatti avvenuta e avviene per la grave incapacità, che è della politica italiana, di discutere con la dovuta serenità, profondità e laico senso di responsabilità collettiva su temi che riguardano la vita di tutti. Quel che pare evidentemente incomprensibile alla classe politica italiana è che c'è una parte della nazione che ritiene sia giunto da parecchio il momento di dare uno stop molto deciso alla pretesa violenta che una chiesa cattolica in pieno reflusso reazionario ha di imporre a tutti i propri princìpi e le proprie regole, sfruttando lo stato di confusione o, peggio, d'inconsistenza etica della classe politica italiana per lucrarne vantaggio, politico e materiale.

Ed è molto grave e triste che questo fatto così lampante sia altrettanto incomprensibile alle forze di centro-sinistra che oggi si uniscono ai cori afflitti e indignati della destra catto-squadrista del devoto multifamiliare e pluricondannato Berlusconi, del celtico Bossi e dei cattolicissimi membri di coppie di fatto Fini e Casini.


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