martedì 15 gennaio 2008
Interventi.
di Pierluigi Leo
Le recenti vicende relative al trasferimento in Sardegna di rifiuti prodotti in Campania deve indurre tutti i sardi ad una seria riflessione sul piano istituzionale, politico, morale ed economico-finanziario. Essa tocca il delicato tema della solidarietà nazionale innanzitutto sotto il profilo istituzionale, principio sancito dalla nostra Costituzione, da tante leggi nazionali nei vari settori di intervento e richiamato da diversi articoli del nostro Statuto, come all'articolo 7, per il quale la finanza regionale è coordinata con quella dello Stato, in armonia con i principi della solidarietà nazionale; o all'articolo 13, con il quale lo Stato dispone (e ha disposto e rifinanziato) un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola, meglio noto come Piano di Rinascita, che al valore attuale potremo calcolare i 8/10 miliardi di euro.
Sul piano politico poi, tutti i partiti nazionali, sia di sinistra che di destra, hanno sempre mostrato ampia comprensione nei confronti dei problemi dei sardi, assicurando nella loro attività parlamentare dal dopoguerra ad oggi, grazie anche alle sollecitazioni dei parlamentari sardi, compresi quelli autonomisti, entrate straordinarie, nazionali e comunitarie, di grandissima rilevanza, senza le quali non avremmo potuto costruire le strade, i ponti, le dighe, gli asili, le scuole, le università, gli acquedotti, le centrali elettriche, gli ospedali, i campi sportivi, le palestre, le piscine, la rete fognaria, la rete del gas, la rete telefonica, la continuità territoriale, le linee di trasporto interne che collegano tutti i paesi dell'Isola, e potrei continuare per un'altra pagina. Tutto questo ovviamente con l'apporto fondamentale anche della Regione, delle Province e dei Comuni, ognuno sulla base delle proprie capacità finanziarie.
Lo dico per le nuove generazioni, ma in Sardegna non appena è finita la guerra la situazione era da anno zero, situazione resa ancora più drammatica da una guerra scellerata, che aveva distrutto anche le cose buone fatte durante il ventennio. Non credo che i nostri ragazzi sappiano che, tranne la Carlo Felice e qualche altra strada, nel dopoguerra tutte le strade di collegamento non erano asfaltate, così come la gran parte delle strade delle città e dei paesi. Pochissimi paesi avevano l'acqua corrente e l'energia elettrica, per non parlare delle fogne, che in buona parte dei paesi dell'Isola furono costruite non prima degli anni settanta. Ancora negli anni sessanta le donne andavano a lavare i panni al fiume e in moltissimi paesi non esistevano le scuole ed erano tagliati fuori dalle linee di trasposto pubblico. Non esistevano poi, specialmente nei paesi più piccoli, campi di calcio, palestre, piscine, biblioteche.
Oggi tutti i paesi dell'Isola hanno l'energia elettrica, l'acqua corrente ed i servizi igienici nelle case, almeno la scuola elementare e l'asilo; quasi tutti sono dotati di impianti sportivi e palestre, di biblioteche e sono collegati con la rete dei trasporti pubblici regionale. Senza l'aiuto massiccio dello Stato e dell'Unione europea e quindi grazie all'apporto delle Regioni più ricche - il cui gettito fiscale è superiore a ciò che ricevono in cambio dallo Stato, contrariamente a quello che avviene per la nostra Regione - sarebbe stato impossibile realizzare tutte queste opere civili e oggi saremmo stati ancora vicini all'anno zero.
È evidente che tutto questo ci impegna sul piano morale e civile, perché dobbiamo dimostrare altrettanta generosità e comprensione nel momento in cui ci si chiede di dare il nostro apporto. E questo la Sardegna lo ha sempre fatto, a cominciare dai 10 mila valorosi che sono morti sulle Alpi orientali durante la prima Guerra mondiale per consentire a tutti gli italiani, ma soprattutto a quelli che oggi non si sentono più tali sia al nord che al sud, di riconquistare le proprie terre e cacciare imperi non certo benevoli e generosi nei confronti delle nostre popolazioni (mio padre che era stato 4 anni sul Carso, mi raccontava sempre che i contadini veneti, del Trentino e del Friuli-Venezia Giulia erano più poveri dei nostri ), per proseguire con il concreto e continuo aiuto spontaneamente fornito in maniera disinteressata, senza che alcuna autorità lo richiedesse, ai concittadini della Penisola, sia al nord che al sud, colpiti da gravissime calamità naturali, spesso pagando nuove tasse, come gli altri italiani del resto, tutte tasse che concorrono ancora oggi a formare il prezzo della benzina, a partire dalla guerra di Etiopia, per passare alla pro Calabria, al Belice e ad arrivare all'ultimo terremoto, e mai abrogate.
Ma l'argomento che ci deve far riflettere di più come sardi è quello economico-finanziario. Per l'anno finanziario 2007, nel bilancio di previsione della Regione a fronte di risorse finanziarie manovrabili pari a 7,289 miliardi di euro, ben 2,107 miliardi (circa il 30%) sono assegnazioni statali: 1,323 fondi statali veri e propri e 784 milioni fondi comunitari. È come se lo Stato ogni anno finanziasse la spesa degli stati di previsione della Presidenza della Regione e degli Assessorati dell'Agricoltura, del Turismo, dei Lavori Pubblici, dell'Industria, del Lavoro, della Pubblica Istruzione e dei Trasporti messi tutti insieme, la cui somma è appunto pari a 1,360 milioni di euro.
Ma il dato che ancor più colpisce nell'intervento statale è quello del bilancio dell'INPS in Sardegna. A fronte di versamenti effettuati da enti, imprese, professionisti, commercianti e artigiani sardi, pari a 1 miliardo e 600 milioni di euro, l'INPS eroga somme per 3 miliardi e 550 milioni di euro, più del doppio di quanto riceve, con un deficit pari al 56%. E ricordiamo che l'INPS paga oltre che le pensioni di vecchiaia e anzianità, anche quelle di invalidità civile e di inabilità ed invalidità. Per non parlare delle decine di migliaia di dipendenti pubblici che sono stipendiati dallo Stato (insegnanti, dipendenti di uffici statali e parastatatali, forze dell'ordine, militari, dipendenti di enti pubblici economici, etc).
Se riflettiamo sulle cose dette e sulle cifre nude e crude qui esposte, che poco spazio lasciano alla fantasia ed alle speculazioni di parte, risulta di tutta evidenza che la solidarietà per noi sardi oltre ad essere un dovere civile e morale è anche un atto dovuto. Un sinonimo della parola solidarietà è la parola compartecipazione, a significare che tutti abbiamo il diritto di avere, ma anche di dare, nella buona e nella cattiva sorte. E il nostro bilancio è fortemente in attivo, come si è potuto vedere. Speriamo tutti ardentemente di continuare a far parte di questo Stato, che nonostante tutti i suoi difetti, che poi sono i nostri difetti, ha consentito ai sardi di vivere, seppure tra molte difficoltà, con un benessere ed una dignità che non hanno pari nella loro travagliata storia.
Bene allora ha fatto il governatore Soru a dare il suo assenso, soprattutto in un momento di grave e non dilazionabile emergenza, anche perché l'impegno che ha assunto nei confronti dello Stato è ben poca cosa e non compromette l'equilibrio dei nostri siti attrezzati per la raccolta dei rifiuti. Il parere favorevole di altre Regioni e soprattutto di Berlusconi e di Formigoni, che ha fatto bruscamente marcia indietro, rafforzano ancor più la giustezza della sua scelta, altamente coraggiosa e rischiosa, più sul piano personale che politico.
In questi giorni ci sarà il tempo per ragionare più pacatamente in Consiglio regionale e con le autorità locali, per trovare soluzioni ragionevoli per tutti, garantendo la salvaguardia dei nostri territori e la salute dei loro abitanti. Ci sono rischi ben maggiori per i nostri territori e per chi li abita, come le aree minerarie dismesse, i poligoni militari, l'amianto nelle fabbriche e nelle abitazioni; ma questa è un'altra storia.
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