martedì 15 gennaio 2008
di Giulio Angioni
Come si dice argomentando banalmente in politichese, il problema è un altro, caro Giorgio (Melis).
È vero che in questa esplosione anti-munnezza partenopea ci sono e sono importanti tutte le cose che tu soprattutto da buon cronista e onesto opinionista ci fai notare. C'è l'antisorismo onesto e preoccupato della democrazia e contro il decisionismo dell'uomo di Tiscali e l'antisorismo inferocito di destra e di sinistra che fa di tutto e di peggio pur di indebolire l'avversario sanlurese, c'è l'antinapoletanismo dei tifosi del Cagliari, c'è l'ingenuità dei vari sardismi solitari di oggi che temono e rigettano tutto quello che ci arriva dal continente italiano a cominciare dalla lingua, c'è forse anche il teppista prezzolato di cui con ovvia visione questurina parla il questore di Cagliari, c'è l'insipienza maldestra dei Pili e dei Floris e dei Fantola, c'è il fastidio della merda in tutte le sue forme e manifestazioni, c'è tutto il peso millenario di luoghi comuni sui meridionali in genere e sui napoletani in specie, ci sono anche gli estremismi di certi ambientalisti fondamentalisti, c'è la campagna orribile dell'informazione locale (dell'Unione e di Videolina in testa), c'è tanto altro ancora, ma c'è soprattutto una cosa, grande e grossa, fondante e fondamentale, che si legge chiara e tonda a volte nei blog e nei forum in internet e si sente nei bar e nelle sale d'attesa dei dentisti, in casa e fuori casa.
Ed è quella cosa che si può dire in vari modi e che però non si può dire col suo vero nome che è razzismo perché oggi da noi nessuno può dirsi razzista e nessuno può essere detto razzista senza rischiare di finire in tribunale. Come se il razzismo fosse solo quello dei Sondercommandos che sterminavano gli ebrei, quello dei naziskins, quello del Ku-klux-clan e degli ustascia o delle brigate nere. No, tutto quello è la scusa e l'appiglio per cui ciascuno da queste parte oggi può dire, per esempio: io non sono razzista ma… e giù le cose più micidiali che si possano immaginare, come l'invocazione al Vesuvio che si svegli e rifaccia piazza pulita che ho letto in diversi forum sardi e non sardi in questi giorni. Con punte estreme scalmanate da ammazza ammazza che son tutta una razza.
Quindi non lo chiamerò razzismo per non rischiare di non essere nemmeno ascoltato ma considerato solo un maleducato, un provocatore. Non lo chiamerò razzismo, lo chiamerò eufemisticamente, come si fa coi chiechi che non sono più ciechi ma non vedenti, lo chiamerò etnocentrismo, occidentalismo, esclusivismo, etnicismo chiuso, magari anche egoismo come hanno osato fare quei militanti di Rifondazione a Bonaria che gli hanno preso e bruciato il cartello e gli è pure andata bene.
Insomma, quello che in questa vicenda della munnezza campana si è visto allo scoperto è l'intolleranza per l'altro, l'abitudine al giudizio protervo e negativizzante dell'altro, non importa quanto diverso e simile a sè, sono le abitudini alla protervia etnica che sono razziste ma non si possono dire razziste ma funzionano covando lì sorde e all'occorrenza vengono a galla ribollenti come in questo caso. L'abitudine al giudizio e alla negativizzazione sommaria di un altro fatto e ridotto a minaccia, nemico, e soprattutto inferiore, incapace, poco umano o comunque meno umano di noi, in nome di una nostra pretesa diversità e superiorità, persino di sardi, bella faccia, a pochi giorni anzi a poche ore della mattanza incomprensibile di Orgosolo.
Quindi, se quanto cerco di dire ha del vero, come io credo, la vera e maggiore causa e spiegazione di quanto sta succedendo, a parte il ruolo delle circostanze e dei fatti contingenti di cui sopra, è quello che i rifondisti e il parroco del mio paese direbbero e dicono egoismo, che io direi francamente razzismo se la parola non fosse ormai solo da codice penale, e che tu, Giorgio, da scrittore forbito diresti in tanti modi: intolleranza, chiusura etnicistica o regionalistica, antimeridionalismo, leghismo, supponenza di sè e disprezzo dell'altro.
Tutti mali che amiamo pensare propri degli altri, dei milanesi, dei parigini, dei berlinesi, ma non dei sardi. E invece noi sardi siamo del tutto normali italiani europei occidentali in questa coazione e abitudine al giudizio e all'atteggiamento che io dico razzista, e lo dico a ragion veduta, perché è proprio di ogni razzismo l'abitudine alla chiusura e all'inferiorizzazione dell'altro comunque individuato, per trarne un qualunque vantaggio, anche solo il sentirsi migliori e rassicurarsi nella propria certezza di superiore o migliore diversità, magari da preservare a ogni costo.
Stavolta molti sardi, forse la maggioranza non silenziosa ma furiosa, si sono comportati come normali e banali occidentali sicuri, arroganti ed egoisti in nome della proprio superiore diversità. Ne avevamo bisogno, di sentirci migliori e sicuri e positivamente diversi dai napoletani? Secondo molti, compresi i vari innocui Cumpostu e Sale, certamente sì. Sì, dico anch'io, ma ne avevamo bisogno per capire e vedere chiaro che noi sardi siamo dei normali intolleranti etnocentrici occidentali capacissimi delle più vergognose carognate di tipo esclusivista.
E che dobbiamo stare attenti a noi stessi, ai nostri razzismi abitudinari, che si sa poi dove possono portare anche un sardo, anche il sacrosanto popolo sardo, che contro certe cose né la storia né la biologia hanno ancora vaccinato.
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