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lunedì 14 gennaio 2008

Interventi.

I paladini della libertà che sfidano il tiranno
hanno dimenticato di leggere la Costituzione

di Rossana Deplano e Giorgio Mangiaracina

L'ultima volta che il popolo sardo si è ribellato contro il tiranno era il 28 aprile del 1793. Le idee illuministe circolavano in Europa producendo un risveglio delle coscienze contro i regimi dei monarchi assoluti. Una nuova classe di intellettuali, appena usciti dalle università riformate, guidava nell'isola la protesta contro l'oppressione sabauda: Angioi, Siotto Pintor, Simon, Baylle e altri. Nomi di uomini che hanno messo in gioco la loro stessa vita per la libertà dei sardi e che oggi continuiamo a ricordare e ad onorare.

Ma se riguardiamo le immagini di venerdì sera - non tanto quelle spesso faziose (accompagnate da commenti altrettanto faziosi) dei Tg regionali o dei quotidiani locali, ma quelle che circolano liberamente sul web, diffuse da privati cittadini - non vediamo “nuovi” Angioi o Simon, né sentiamo raffinati oratori che reclamano il diritto all'autodeterminazione dei popoli, alla libertà e alla democrazia, infiammando le folle e spingendole a ribellarsi contro il dittatore.

Quello che vediamo sono solo gruppi di tifosi violenti e aggressivi che danno l'assalto alla casa privata del presidente democraticamente eletto (a larghissima maggioranza) della Regione Sardegna; quello che sentiamo sono cori da stadio.

Ma la cosa peggiore non è che gruppi di violenti in cerca dello scontro fisico attacchino la casa di abitazione del presidente Soru (cioè la sua casa privata, non la Fortezza o il Palazzo del Governo, che avrebbero avuto un valore diverso almeno sul piano simbolico). La cosa peggiore è che consiglieri e deputati, anche loro democraticamente eletti, siano lì, a contemplare la scena sventolando i vessilli dei loro gruppi politici. Evidentemente è questa la partecipazione democratica che mancava in Sardegna: lo scontro e possibilmente l'eliminazione fisica dell'avversario.

E così perde totalmente di importanza il fatto che tra i manifestanti ci fossero personaggi politici che nel corso della loro carriera hanno dimostrato di essere tutt'altro che interessati alle tematiche ambientali e che hanno solo cercato di sfruttare la situazione per mettersi in vista. Ogni occasione è buona ed ogni mezzo è lecito. Anche quando sarebbe il caso di dire «questo non è il modo né il luogo per contestare, io rappresento i sardi ed i sardi non esprimono il loro dissenso così, me ne vado»; perché quando si legittimano questi comportamenti, non c'è più il confronto democratico ma c'è solo la volontà di distruggere chi la pensa diversamente. Ma la Costituzione garantisce a tutti il diritto di manifestare… ammesso che così si possano definire gli eventi di venerdì notte.

Ora, posto che gli atti di manifesta inciviltà consumati davanti alla casa del governatore in ogni caso non sono idonei a proteggere né l'ambiente né la salute dei sardi, e neanche a garantire maggiore condivisione delle scelte di interesse multi-livello (coinvolgenti Stato, Regione ed enti locali), sarebbe stato opportuno riflettere bene sul senso della decisione incriminata. La Sardegna - nella persona del presidente della Regione - ha accettato, prima ma non unica tra le Regioni italiane, di accollarsi l'onere di smaltimento di una quantità tutto sommato contenuta di rifiuti solidi urbani non nocivi provenienti da Napoli e hinterland. Motivo: per solidarietà nei confronti di una Regione che versa in un vergognoso stato di emergenza nazionale da 15 anni.

Ecco lo scandalo: un gesto concreto di solidarietà nei confronti di una Regione in seria difficoltà. Eppure l'articolo 2 della Costituzione afferma che «La Repubblica… richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il soggetto della frase è la Repubblica (non il governatore della Sardegna), la quale “richiede” (nell'interesse di tutti) “l'adempimento” (cioè fatti concreti) dei “doveri inderogabili” (cioè non gentili concessioni) di “solidarietà” (che ci rende tutti partecipi di una stessa situazione).

Sono parole tanto pesanti quanto lungimiranti, che non lasciano spazio alla discrezionalità dei rappresentanti istituzionali pro tempore, ma esigono da loro assunzioni nette di responsabilità nell'interesse di tutti gli italiani: non a caso l'articolo 5 della Costituzione afferma che la Repubblica è «una e indivisibile», il che significa che il comunitarismo egoista non trova spazio nell'architettura costituzionale.

Rileggendo in quest'ottica ciò che è accaduto, possiamo valutare i fatti senza ricorrere a strumentalizzazioni politiche: infatti, prima che la decisione politica presa dal governatore della Sardegna, noi approviamo, senza la minima esitazione e con convinzione profonda, il testo della Costituzione repubblicana del 1948.

E questo non significa accettare l'attuale situazione di degrado della Campania. Né difendere tout court la scelta del presidente Soru. Chi si impegna soltanto a parole è portatore di una dignità fatta di vuoto; chi al contrario si assume la responsabilità di prendere decisioni concrete, senza mettere in pericolo le persone e il territorio che rappresenta, pone in essere un gesto nobile e dà effettività ai principi di solidarietà e di unità nazionale. C'è una bella differenza.

E allora, c'era proprio bisogno di creare questo allarmismo tanto esasperato quanto ingiustificato? Per sanzionare civilmente le scelte del governatore esiste la doppia via del Consiglio regionale e delle prossime elezioni. E ancora, era proprio necessario tutto questo disordine? Il dissenso è una cosa, la violenza un'altra. Cerchiamo di non confondere il piano dei valori con quello della speculazione politica.

Qualche volta, prima di agire - soprattutto ricorrendo alla violenza - sarebbe opportuno fare un po' di pulizia mentale, specie in tema di rifiuti. Della serie: molto rumore per nulla.


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