lunedì 14 gennaio 2008
Ecco il fantagiornalismo creativo, innovativo, carnevalesco: allegria! C'era una volta la regola delle “cinque w” (in inglese) che deve sovrintendere a ogni articolo: nelle prime righe indicare il chi, cosa, dove, quando, perché. Nel santuario informativo di Terrapieno, è stata decisa e applicata una nuova bibbia: il chi e il dove sono banditi.
Nei titoli e richiami in prima pagina sulla battaglia di venerdì notte “chez Soru”, è stato espunto ogni richiamo al presidente della Regione e al fatto che fosse la sua casa (il dove) oggetto ed epicentro dell'attacco di squadristi ed ultrà. Si parlava solo di “Cagliari campo di battaglia: una notte di violenza urbana. Scontri e cariche a Bonaria e in viale Diaz. Altissima tensione mentre il governatore annuncia: arriveranno altre navi”.
Nella pagine interne il nome era citato di supporto al “dove” (finalmente recuperato) o negativamente, solo nei sottotitoli: “Gli scontri sotto la villa di Soru”, “Soru: ho agito da solo”.
Con qualche sforzo, a condizione di aver visto e sentito ampi servizi anche in diretta nelle tv e radio sarde, più aver scorso tutti i quotidiani nazionali e gli altri isolani, i lettori de L'Unione realizzavano che sì, c'entravano anche la casa e la famiglia di Soru: il solito cialtrone, perché si era scatenato addosso la guerriglia agendo da solo e facendo arrivare una flotta di navi-spazzatura (fantasma, per ora).
Evento epocale, come l'avvento del contro-giornalismo-anti. Ha indotto la docile, muta, prostrata redazione “dove Zunk vuole” a elevare un gemito addolorato. Il cdr, come scusandosi per aver osato disturbare il manovratore, ha diffuso un comunicato approvato “all'unanimità”: per farsi coraggio. «Esprime preoccupazione per l'assenza, nella titolazione e nei richiami di prima pagina, di alcuni elementi essenziali della notizia: in particolare il fatto che la manifestazione si sia svolta davanti a a casa di Renato Soru». Dopo questo atto spavaldo, schiantato dal proprio ardire, è crollato a terra.
Ma non l'ha passata liscia lo stesso. Il direttore Paolino Napoloni, mano nella giacca come il “Grande dittatore” chapliniano, domenica ha replicato sprezzante: avrebbe potuto non pubblicare il comunicato, se solo avesse voluto, ma si è degnato perché è un libertario pluralista. Qualcuno gli aveva suggerito un'eco del discorso alla Camera del Mascellone Benito: «Avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…». Ma i titoli «sono esclusivamente di mia competenza: venerdì notte in prima pagina ho deciso di raccontare nella sua completezza il grave fatto di cronaca che ha colpito Cagliari, città che a Bonaria e in viale Diaz era diventata un campo di battaglia»: fine.Perfetto. Che cacchio c'entrava e cosa contava il fatto che il bersaglio fossero Soru, la sua casa e la famiglia assediata dentro? Nulla, rispetto al fatto che “ha colpito Cagliari”, grata al defensor civitatis. Appunto il Figus Napol-Unioni, che l'amico sindaco Emilio Floris ricompenserà nominandolo alternos a cavallo per la sfilata di Sant'Efisio: sperando che il malcapitato Fisietto e l'incolpevole destriero non si ribellino all'oltraggio.
Un uomo tutto d'un pezzo: della serie, mi spezzo ma soprattutto mi piego. Infatti, in prima pagina, spiega a tutti d'avere chiesto «ai miei fotografi di evitare che fosse ripresa e pubblicata l'immagine dell'abitazione di Renato Soru. Questo per impedire a qualche malintenzionato di poter vigliaccamente individuare un bersaglio».
Un crescendo wagneriano, da brividi alla pelle. Non ce n'è più, uomini di questa levatura. Pronti a coprire con la propria persona - sparate al petto, risparmiate il volto - soprattutto l'acerrimo avversario. E non importa che tutti a Cagliari e in Sardegna sappiano dov'è la casa bianca del presidente, che tutta la città ci sia passata davanti almeno una volta, indicandola e curiosando. E che ormai - tra le cronache in diretta e quelle in differita, più i servizi di tutti i telegiornali e quotidiani - l'ubicazione della casa di Soru sia trapelata in tutta Italia e oltre.
Me ne frego, proclama Paolino Napol-Unioni. Tirerò diritto, no pasaran i malintenzionati contro un bersaglio invisibile perché da me cancellato. Comando ai “miei” fotografi, governo con la “mia esclusiva competenza”. Insomma un padre-padrone terribile e bonario, con le sue proprietà: i fotografi, i giornalisti, i lettori. Zunk deve avergli detto, indicando la Sardegna sulla cartina: «Non un giorno ma subito, tutto questo è tuo: comanda e ordina». E così Paolino Napol-Unioni riforma il codice giornalistico, impone l'inquadratura ai “suoi” fotografi, concede magnanimente le briciole ai “suoi” tremebondi redattori ma li mette definitivamente in riga.
Così celodurista che, quando torna a casa (mai nessuno oserà oltraggiarla), passando davanti a uno specchio, è preso dal panico per la sua terribilità e stramazza svenuto. Lo risvegliano a fatica bisbigliandogli all'orecchio: «Sei Napol-Unioni, alzati, cammina, ordina e tutti tremeranno davanti a te». Lui recupera il buon sorriso bonario di quando scodinzolava davanti a tanti precedessori (qualcuno ancora contestato per averlo promosso caposervizio), si rimette l'elmetto, ascende a Terrapieno, si guarda attorno compiaciuto e proclama: «Hic manebo optime». E abbondante: come il rancio militare.
(giorgio melis)
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