sabato 12 gennaio 2008
di Cinzia Isola
La guerra dei rifiuti ieri sera si è trasformata in guerriglia urbana. Con la città messa a ferro e fuoco da centinaia di facinorosi ultras che hanno sposato la violenza ancor prima della causa. Quella innescata dalle convinzioni ideologiche degli indipendentisti, prima. Ma soprattutto dalle speculazioni politiche del centrodestra, che ha intravisto nell'immondizia il rifiuto da cavalcare e usare contro Soru. Reo di aver accolto la spazzatura campana senza aver chiesto il permesso a nessuno. Cenere già spenta a Macchiareddu, ma utile ancora per chiedere al presidente della Regione di cospargersi il capo.
La scintilla innescata giovedì dalla manifestazione pacifica al porto canale è diventata fiamma. Fuoco fuori controllo. Alimentato dalla folla accorsa per manifestare e partecipare a quell'happening convocato già dall'altra sera via sms («Protesta. Unisciti a noi. Appuntamento venerdì 11 gennaio ore 23, sotto casa di Soru»). Non sarebbe male capire da dove sia partito quell'appello. Asciutto e senza identificazione politica, ma capace di far riversare a Bonaria centinaia di manifestanti. Alcuni - a volto coperto - palesemente accorsi per scatenare il finimondo, proprio sotto la casa del governatore.
Anche perché i pacifici militanti di destra armati solo di bandiere fino al momento degli scontri più violenti si erano limitati all'invettiva. Ma il passo tra i cori da stadio e la violenza che spesso precede, accompagna o segue le partite di calcio è stato breve. Quasi impercettibile. Insulti e slogan che hanno armato le menti e le mani di chi è arrivato carico di rabbia da sfogare e bombe carta da incendiare. Richiamati da chissà quale appello, da chissà quale regia.
E sarebbe uno sbaglio o semplicistico infilare la testa nella sabbia, tentando di liquidare l'accaduto alla storica rivalità calcistica con il Napoli. Troppo tardivo e decisamente poco spontaneo l'interessamento degli ultrà alla difesa del territorio sardo. Allo spirito identitario e fiero dell'Isola. All'ambiente, che ieri non si è certo preservato da rifiuti bruciati in mezzo alla strada completi di cassonetto. Rifiuti nostri e ma certamente più lesivi dell'immagine della Sardegna e della città che non quelli già dimenticati nell'inceneritore del Tecnocasic.
La seconda puntata della telenovela di protesta sui rifiuti è andata in onda ieri sera. Una puntata decisamente più intensa della sera precedente. Con quelle scene a Cagliari, di solito, si vedono solo in tv: cassonetti infiammati in mezzo alla strada, vetrine sfondate, cartelli stradali divelti, sassaiole, auto rovesciate, operatori tv aggrediti. Erano almeno un migliaio le persone in piazza. Violente e pronte a tutto, in gran parte. Polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno dovuto fronteggiare per ore i tifosi del disordine. All'interno della cornice di Bonaria, della sua candida scalinata, teatro fuori programma delle scorribande di teppisti votati alla causa antisoriana.
Tutto è incominciato intorno alle 22,30. Da una parte ci sono tutti i gruppi e movimenti di destra, compresa quella estrema. Qualche centinaio, forse. La strada li separa dalla basilica e da gruppi consistenti di ultrà, diverse centinaia, che hanno occupato le ultime scalinate della chiesa. Special guest della serata sono un centinaio di manifestanti filosoriani, o quantomeno sostenitori della politica della solidarietà portata avanti da Soru per contribuire a risolvere la questione rifiuti in Campania. Militanti, ma anche i consiglieri comunali Marco Espa, Massimo Zedda e Claudio Cugusi, riuniti sotto bandiere e striscioni. Una presenza che dà il via alle scaramucce.
Il colpo di mano avviene in un baleno. Non sono ancora le 23, quando un manipolo di giovani a volto coperto aggredisce i sostenitori del presidente strappando gli striscioni per poi incendiarli nello spiazzo antistante la chiesa. Passano pochi minuti e la situazione degenera. Un gruppo di incappucciati, sciarpe, passamontagna e berretti, si unisce al resto degli ultrà. Parte l'assedio. Volano pietre, bottiglie, spranghe e bombe carta. Le forze dell'ordine rispondono con le cariche. I filosoriani si disperdono. Gli altri arretrano ai piedi della scalinata. Tenteranno invano la risalita per manifestare pacificamente.
La linea dura e violenta dei contestatori avrà la meglio e terrà in scacco per ore poliziotti e carabinieri, che in un primo momento resistono in inspiegabile inferiorità numerica. Tra le pietre in aria sventolano i quattro mori ma anche un vessillo di Alleanza nazionale. E non basteranno i lacrimogeni a fermare gli aggressori, che provocano e assaltano le forze dell'ordine con ogni mezzo atto a contundere. Intanto i cassonetti incendiati fumano in mezzo alla strada. La polizia carica ancora, con più forze. Costringendo i manifestanti a ripiegare verso piazza dei Centomila.
I lacrimogeni non si contano più. Ma loro, i teppisti, non mollano. Devastano il gazebo davanti al bar del Mediterraneo. Sfondano i vetri, buttano all'aria gli arredi, bruciano le sedie in strada. I curiosi sono vinti dalla paura. La gente comune si allontana e osserva a distanza di sicurezza. I militanti della destra si dissociano: «Noi volevamo manifestare pacificamente». Inutile fare domande. E allora cosa c'entra tutto questo? Cosa c'entrano questi giovani rubati allo stadio che, incontrollabili, spaccano tutto perchè non vogliono due sacchi di immondizia napoletana?
Ma intanto, dopo l'assalto al gazebo del bar, finalmente la svolta. A questo punto le forze dell'ordine convergono massicciamente sull'area degli scontri. Le macchine della polizia arrivano in forze. Dalle retrovie partono le cariche. È l'una e mezza di notte quando la massa combattente viene dispersa. Qualche fermo e qualche ferito, nel bilancio del nemico. Fra chi non cercava violenza, hanno avuto la peggio - ma senza ferite gravi - una donna colpita da una pietra che ha sfondato il finestrino della sua auto, due fotografi, due operatori tv (Rai e Sky) aggrediti dai manifestanti. Alla fine anche una decina di contusi fra le forze dell'ordine. Danneggiati alcuni mezzi dei vigili del fuoco, attaccati dai teppisti mentre tentavano di spegnere i roghi.
Alla fine della lunga guerriglia, dagli uomini in divisa arrivano le prime riflessioni: «Quella del porto canale era una manifestazione, questa è solo violenza. E questi sono solo teppisti». C'è anche sorpresa e stupore per la presenza degli ultrà: «Nessuno poteva immaginare il loro arrivo». Ma tra i curiosi del tafferuglio, qualcuno rivolto all'agente azzarda: «Come, non si poteva sapere: se da ieri arrivano messaggi a mezza città». La risposta non c'è. Ma la replica in divisa è un'alzata di spalle. Più tardi, il questore di Cagliari Giacomo Deiana sentito dall'Agi darà la colpa a gruppi di persone «prezzolate», a «gente che non aveva niente a che fare con la protesta: è logico che qualcuno li ha pagati per andare là. Si è trattato di un'azione ben organizzata».
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