giovedì 10 gennaio 2008
di Giorgio Melis
A qualcuno non è piaciuto per nulla che sui siti on line dei maggiori quotidiani e poi nei titoli di testa del Tg1 la Sardegna fosse arrivata e segnalata come prima. Prima (non unica, come aveva polemizzato un assessore lombardo) nel dare la propria disponibilità a smaltire una piccola parte dei rifiuti che sommergono Napoli e la Campania. Prima ma assieme a tutte le altre regioni, tranne quattro che hanno manifestato difficoltà tecniche, nel dichiararsi pronta a partecipare allo sforzo comune per mettere fine a un'emergenza che sta disonorando l'Italia nel mondo.
Le quantità di cui si parla non sono irrilevanti ma neanche significativa se rapportate alla produzione dell'isola e al milione 700 mila tonnellate di capienza complessiva delle discariche attive in Sardegna. Davanti alle emergenze, si decide, si fa e poi si discute e litiga. Specie se si tratta di condividere una solidarietà nazionale, contribuendo con meno della millesima parte della propria disponibilità, all'eliminazione della mondezza che da Napoli è tracimata nel mondo e sfigura l'Italia. Tutto a carico dello Stato, come è doveroso. Come sta avvenendo per i treni carichi di pattume che da Napoli arrivano fino a Lipsia, a 1500 chilometri di distanza, dove i rifiuti campani vengono accettati, trattati e in parte inceneriti. Senza tante chiacchiere, senza rifiuti sciovinistici, senza proteste. Quel che va bene ai tedeschi è inaccettabile, disonorevole per la Sardegna?
Non senza costernazione, si assiste da ieri alla mobilitazione del centrodestra incredibile e imbarazzante. In stato confusionale, al mattino i capigruppo si dicono favorevoli alla solidarietà con la Campania, a patto che vengano rimossi il presidente Bassolino, il sindaco Russo Iervolino, il ministro Pecorario Scano. Sacrosanto. Ma non può farlo nessuno, foss'anche Napolitano o Prodi: le leggi della democrazia non consentono di deporre presidenti o sindaci regolarmente eletti, tranne gravissimi casi. Poteva farlo Renato Soru, per avere l'assenso anche della destra a farsi carico di una quota minima, diciamo pure quasi simbolica rispetto alle quantità totali, dei rifiuti da smaltire?
Una posizione condivisibile ma che non può essere imposta. Soprattutto non posta come condizione pregiudiziale per una decisione impopolare che nessuno prende con piacere. Però è inclusa nei doveri per essere parte di uno stesso Stato, di un'unica nazione, di un solo popolo anche se frantumato come non mai.
La destra che si avvolge a ogni momento nella bandiera del patriottismo e dell'unità nazionale, rinnega se stessa quando rifiuta la solidarietà che purtroppo deve esprimersi anche partecipando alla guerra dell'immondezza: per far cessare uno sconcio che sta umiliando e disonorando gli italiani nel mondo. Non è solo un dovere di tutti: è anche nell'interesse di ciascuno che non dilaghi più in tutte le tv e giornali internazionali l'immagine dell'Italia-pattumiera.
Altri italiani, purtroppo anche sardi, ritengono di non dover concorrere a svuotarla, essere contro per strumentalizzazione politica e di schieramento. Penosa metafora di una caduta di ogni senso di appartenenza, di solidarietà. Esponenti di An e Forza Italia che invitano i sindaci sardi a bloccare il trasporto dai porti alle discariche, che minacciano atti di disubbidienza civile, che recapitano pateticamente con le telecamere al seguito (come questo penoso Artizzu che scimmiotta il peggior Pili degli effetti speciali) alcuni sacchi di immondezza alla Regione. Convinti di criminalizzare Soru davanti ai sardi.
Il presidente della Regione non è né eroico né da decorare per aver detto subito e per primo sì a un'operazione di portata limitatissima ma straordinariamente simbolica. Anche se molti sardi fossero in disaccordo, come è loro diritto, ieri l'immagine della Sardegna è stata portata in alto, additata al rispetto del Paese per una scelta non facile ma per questo doppiamente apprezzabile. In uno Stato a pezzi, in una nazione esposta alla disgregazione, un contributo di senso civico e nazionale ha una valenza infinitamente più grande e importante del carico di immondezza da smaltire. Senza retorica, si può perfino essere orgogliosi che la nostra isola mandi un segnale così importante di unità.
È stato fatto quel che si doveva. Per come è andata, migliorerà l'immagine dei sardi, in qualche modo avranno maturato altro credito verso il resto del Paese. E chi si mette contro, in posizione trash, prima o poi sarà forse chiamato a pagarne il prezzo. Perché è una vergogna questa guerra dell'immondezza condotta dalla destra in ordine sparso, contraddicendosi l'uno con l'altro, dicendo una cosa e poche ore dopo l'opposto, ponendo condizioni tanto irrealistiche quanto ridicole.
E poi, si è accennato ieri, ora è il momento di gridarlo. Questa destra sarda è la stessa che lasciò dire al ministro forzista della difesa, Martino, «zitti, voi sardi che prendete i soldi» per le servitù militari. È la stessa destra sarda che restò in silenzio, connivente, con la decisione presa dal Governo Berlusconi di realizzare in Sardegna il deposito unico delle scorie radioattive: con una decisione presa in segreto e avviata senza che mai nessuno possa convincerci che Pili, Cicu, Pisanu e Masala non fossero informati.
Come opinione di cittadino, personalissima, che vale esattamente quanto ogni altra contraria incluse quelle che ospitiamo e ospiteremo, ritengo che la scelta di Soru (o di qualunque altro presidente al suo posto) rappresenti in questo momento un atto di grande valore, di responsabilità nazionale che onora la Sardegna. È una valutazione che sarà mantenuta anche se l'opposizione di destra e sardista-indipendentista bloccherà il trasporto dei rifiuti e la maggioranza dei sardi, com'è nel suo diritto, sconfessasse Soru e si opponesse in massa. Ci sono passaggi in cui ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità secondo coscienza e sensibilità.
Ci sono tanti che considerano Napoli non più parte d'Italia, persa e irrecuperabile. Si può anche invocare “Forza Etna” come i leghisti facevano verso la Sicilia. E badiamo bene, noi sardi, a non dimenticare la diffidenza, il sospetto, il pregiudizio con cui siamo stati sempre trattati, ben noti a chi ha percorso in lungo e largo le dolenti rotte della nostra emigrazione nella penisola e all'estero. Per chi ha ancora senso dell'italianità, anche se a pezzi, Napoli rappresenta una parte fondamentale della nostra identità, culturale, politica, anche sentimentale. I suoi problemi terribili vanno condivisi, senza l'atteggiamento sprezzante di chi non si sente coinvolto solidarmente.
Al tempo del terremoto in Irpinia, centinaia di forestali sardi furono impegnati in servizio di assistenza, soccorso, polizia e perfino di ricostruzione (centinaia di strutture in legno per il bestiame: subito occupate dalle famiglie perché più confortevoli delle loro, dove trasferirono bovini e ovini) in quindici paesi “adottati” dalla Regione sarda e da L'Unione sarda. Il quotidiano, con un contributo decisivo del Banco di Sardegna e di migliaia di lettori, raccolse e distribuì direttamente due miliardi di lire: che 27 anni fa erano una bella somma.
Un atto di solidarietà piena verso povera gente, molto più povera di quella dei nostri paesi più disastrati, in un territorio dove la camorra dominava. Come accadde di verificare personalmente negli incontri con gli amministratori, molti dei quali parevano appena usciti da un film di gangster, nelle riunioni per la distribuzione dei fondi raccolti. L'impegno di allora fu infinitamente più imponente e generoso anche umanamente della raccolta e smaltimento di una quota di rifiuti inferiore a quanti se ne producono quotidianamente in Sardegna. Se poi si vuole contestare la decisione, per averla assunta senza una consultazione di massa, si dovrà spiegare cosa si sarebbe potuto fare di diverso. Riunire il Consiglio regionale in emergenza, aprire un dibattito di giorni, dare luogo alle solite risse e magari concludere senza una decisione condivisa? Allora tanto vale che uno si sia assunto la responsabilità e ne risponda.
Si poteva aspettare? Forse o forse no. Quando la casa brucia - diceva il vecchio Fanfani - «prima si spenge il foco coi pompieri, poi si dà la caccia agli incendiari». L'Italia è ridotta a una “poltiglia”, a una “società mucillagine” composta di tanti coriandoli che stanno l'uno accanto all'altro ma non insieme. Era la diagnosi impietosa che appena un mese fa Giuseppe De Rita, nel rapporto del Censis, documentava con note dolenti. Nessuno si assume più responsabilità, è svanito il già debole collante dell'interesse generale nella contrapposizione e nell'indifferenza ostile verso gli altri, in un egoismo cieco sempre più esasperato.
«Il vaffanculo scritto dappertutto, la violenza, la volgarità, lo sballo, questa dimensione sempre più disadorna della cultura collettiva, la scuola dileggiata dai ragazzi che filmano gli insegnanti con il cellulare o provocano incendi», sono la sintesi di una società che «ha perso le passioni, e che ha solo impulsi, dove tutte le componenti stanno insieme perché accostate, non perché siano integrate». Siamo parte, nel bene e nel male, di questa Italia, con l'obbligo di partecipare al suo riscatto o affondare tutti insieme. Magari nell'immondezza, che avanza anche da noi.
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