mercoledì 9 gennaio 2008
di Giorgio Melis
A metà degli anni ottanta, un'emergenza-rifiuti chimici si produsse nel polo di Manfredonia, con migliaia di fusti da smaltire. Il governo chiese anche alla Sardegna di dare il suo contributo, stoccandone una parte a Macchiareddu. Mario Melis, allora presidente della Regione e leader del Psd'az, convocò riservatamente i giornalisti delle testate sarde. Chiedeva che la questione fosse spiegata ai sardi nei termini più oggettivi, facendo presente che la richiesta gli era stata formulata dal presidente del Consiglio (Craxi) come una manifestazione di solidarietà nazionale. Alla quale Melis riteneva che la Sardegna non potesse sottrarsi: con le dovute garanzie. Le proteste non mancarono ma non ci furono grandi o esagerate reazioni. Comunque il re leone fu in grado di rispondere positivamente al governo e non fu roba da poco. Per una fortunata congiuntura, lo smaltimento dei fusti avvenne senza trasferimenti in Sardegna.
Renato Soru si trova nella stessa situazione toccata al suo predecessore vent'anni fa. Romano Prodi chiede, su basi volontaria e senza imposizioni, che le Regioni disponibili si facciano carico - in forme e termini da chiarire oggi in un vertice a Roma, con i rappresentanti dei Comuni e delle Province - per la parte possibile dell'emergenza-monnezza di Napoli e della Campania. A chi ci sta e vuole, si chiede di sobbarcarsi una quota dei rifiuti campani per bruciarli negli inceneritori e nelle discariche in grado di accoglierle: se le comunità locali lo vorranno. Soru e l'assessore all'ambiente Cicito Morittu hanno manifestato una disponibilità da definire. Dopo aver consultato alcuni amministratori locali che a loro volta (alcuni almeno, come il sindaco di Ozieri Leonardo Ladu) si dicono disponibili a smaltire i rifiuti d'importazione in aggiunta a quelli locali: per quantità da stabilire e per un periodo limitato.
L'operazione-spazzatura ha subito scatenato reazioni prevedibili. Il centrodestra presenterà oggi una mozione in Consiglio per contrastare l'arrivo dei rifiuti napoletani: guai alla Giunta «se compisse un atto di inaudita gravità, dalle conseguenze politiche e sociali incalcolabili» (barricate come a Pianura?). Gli indipendentisti dicono no alla monnezza “della camorra”, Forza Italia respinge l'ipotesi che la Sardegna sia trasformata nella «pattumiera d'Italia” e i forzisti e sardisti sono contro l'ennesimo attacco all'isola “terra di conquista”. Insomma, la solita rissa politica, nel solito silenzio consenso-dissenso del centrosinistra indeciso a tutto.
La responsabilità della decisione è sulle spalle di Soru e degli amministratori locali che dovrebbero dare il consenso. Sempre che non ci sia l'annuncio del blocco ai porti e sulle strade, come avvenne l'anno scorso per una centinaio di tir per un'operazione analoga poi rientrata. Perfino il pacioso Emilio Floris apparve sul punto di trasformarsi in improbabile Guevara antimonnezzaro.
Che dire? Nulla, alla cieca: fin quando non si saprà di quante tonnellate e per quanto, limitato tempo dovrebbe farsi carico la Sardegna per concorrere allo sgonfiamento del caos napoletano: naturalmente ricevendo i contributi connessi dallo Stato. Va subito escluso che possa trattarsi di rifiuti speciali e pericolosi. Ma il problema non pare porsi comunque, perché le città campane tracimano ora di uno spaventoso deposito di normali sacchi domestici riversati nelle strade.
I sardi producono e smaltiscono 800 mila tonnellate di rifiuti all'anno, oltre duemila al giorno. Possono accollarsi una quota aggiuntiva, contenuta al massimo? Tecnicamente non ci sono problemi. La scelta non è solo polititica ma civile e morale, anche nazionale. Si può essere d'accordo o in dissenso netto rispetto alla scelta che sarà fatta. Tutto legittimo. A patto di evitare guerre di religione su una materia maleodorante, scansare i toni apocalittici, evitare di trasformare anche questa vicenda in una battaglia di schieramento. Intanto, non diventeremo comunque la pattumiera d'Italia, se anche si dovesse smaltire un di più di rifiuti pari a dieci giorni quelli prodotti nell'isola. Terra di conquista se si occuperà una quota limitata dellle discariche? Non esageriamo: non sarà espugnato il palazzo della Regione. Infine, non vogliamo “i rifiuti della camorra”. È lo slogan che forse fa più presa. A patto di accettare che quasi sei milioni di campani siamo tutti guappi e non, almeno per una gran parte, le prime vittime.
Anche il Polo dichiara piena solidarietà con le disgraziate popolazioni campane. Ma si ferma qui, rifiuta “la monnezza solidale”. Dice che va negata ogni partecipazione: per punire e non aiutare i responsabili, specie Bassolino, il sindaco Iervolino e Pecoraro Scanio. Una tesi come un'altra. Anche se negare una mano a qualche milione di persone per punirne politicamente alcune sembra alquanto squilibrato. Il punto non è questo e ciascuno dovrà rispondere secondo le proprie convinzioni. D'istinto, viene da dire no: abbiamo già dato, non prenderemo altro, a ciascuno la sua monnezza. Perfetto. Ma poi si accendono le tv, si leggono i giornali, si vede l'Italia “sparata” dal Polo Nord alla Patagonia come una terra del terzo o quarto mondo. Sfregiata tutta intera nella sua immagine internazionale, rappresentata da quelle visioni da girone infernale che generano vergogna e un marchio indelebile stampato sulla pelle di tutti, dalle Alpi al Lilibeo, passando anche per la Sardegna.
Il problema ci riguarda, tutti, anche quelli che lo negano. Siamo sardi o emiliani e piemontesi ma anche e soprattutto italiani. Il nazionalismo patriottico d'accatto è l'ultimo rifugio dei mascalzoni. Però, bello o brutto, pessimo da molti anni, questo è il nostro Paese: l'unico che abbiamo. Se ce ne freghiamo noi, possiamo credere che all'estero abbiano qualche rispetto? Che si distingua tra Napoli o Verona, tra Palermo o Reggio Calabria, tra Roma e Bari? Visti da fuori, siamo tutti uguali. Ci andiamo di mezzo tutti. Non possiamo sentirci italiani solo quando diventiamo campioni del mondo nel pallone e scordarci della nostra comune nazionalità quando precipitiamo agli inferi proiettando all'esterno un'immagine terrificante.
Quanto a noi nuragici, siamo sardi, non leghisti: sparavano ad alzo zero vent'anni fa sui terroni quando il Sud non era ancora tanto degradato. In quanto sardi, siamo tutti anche un poco sardisti, che dagli anni venti significava essere federalisti e internazionalisti. Poco nazionalisti ma italiani e ora europei: come si sentono e sono i nostri ragazzi.
Non per rinfocolare le polemiche ma semmai per dare qualche elemento di riflessione ad alcuni esagitati, ricorderemo solo en passant che un governo di altro colore aveva deciso - senza interpellare nessuno (o informando qualcuno in Regione che si guardò bene da dirlo ai sardi) - di scaricarci le scorie radioattive di tutta l'Italia, non una parte. Operazione bloccata da una levata di scudi popolare (Mario Melis disteso per terra con mille altri nella terrazza del Bastione) e generalizzata: nel silenzio imbarazzato e nell'inerzia iniziale delle parti politiche che oggi alzano il pionte levatoio per immondezza maleodorante ma non radioattiva. Contro un'operazione certo delicata ma neanche paragonabile a quella decisa non «su base volontaria» ma imposta e assunta in segreto: appena sette anni fa.
Si accetti o meno un atto controllato di solidarietà nazionale, è assolutamente sconsigliato ad alcune parti di esagerare nei toni barricadieri. Semmai si rifletta sulla condivisione delle disgrazie di tanti nostri sfortunatissimi compatrioti: sempre che ci sentiamo parte di uno stesso popolo o tornati indietro di secoli nella disunità nazionale.
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