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lunedì 7 gennaio 2008

Il bisogno di eroi in un paese che non sa
per chi e per che cosa lottare
in tempi senza pensiero né dignità

di Nanni Spissu

È come non poter guardare avanti.

Forse uno dei tempi più bui, perché non si sa cosa e perché credere.

Non si vive nemmeno una di quelle stagioni tragiche della nostra storia, del novecento, per esempio, in cui davanti alle infami e tragiche dittature europee, si sapeva, da parte degli spiriti democratici e liberi, quale fosse la battaglia da combattere, la guerra persino, come è stato con i grandi movimenti antifascisti e le guerre di liberazione nazionale. Italia e Francia, ad esempio.

Si, è vero, non è sperabile che il nostro paese abbia bisogno di eroi, perché gli eroi servono a un paese schiavo, a una patria malata. Ma qui il paese è malato e, pare, non abbia posto per gli eroi, che non saprebbero per chi e per cosa diventarlo.

Un paese che non sa lottare perché non sa perché e per chi.

Un paese che affida il suo presente e il suo futuro alle alchimie, al borbottio, ai silenzi, alla furbizia di un personale politico a una sola dimensione, come schiacciati su una superficie piana e priva del privilegio di quella terza dimensione, almeno quella, che fa struttura, che fa profondità. Una paese in assenza di pensiero, un paese non più libero, ma che non sa quasi più con chi se la deve prendere.

Un paese che annega nelle immondizie e non se ne sa liberare, privo di midollo e di vigore, con la testa china e le braghe calate davanti a quell'oro così improbabile che sono i rifiuti, per noi, ma non per chi sa tenere una regione sotto la cappa mefitica del ricatto permanente e con quella regione tutto questo paese sghembo e smidollato.

Ora questo paese non è che si sia inventato da solo, lo abbiamo fatto noi, con le nostre mani, chi più, chi meno, per carità.

Ma chi - ce ne sono - non vi si riconosce, dove va, verso dove corre per salvarsi e salvare?

Ecco perché è tempo di invidiare gli eroi, quelli che hanno potuto esserlo, quelli che hanno edificato, quelli che hanno sognato, quelli che hanno fatto un paese, esempi da seguire, guida cui rivolgersi per capire e fare. E per volere.

Assisto con disincanto a questo sessantesimo compleanno della nostra Costituzione. Perché gli anniversari possono avere anche i loro bravi connotati da commemorazione, come usa con i caduti delle guerre e con le evocazioni di fantasmi cui benignamente non si nega - da nessuno - una corona, un discorso, un dotto saggio di compiaciuto rigore scientifico o evocativo.

Ma di quella Carta fanno strame coloro che scelgono il profitto e non il lavoro, coloro hanno asservito il paese al proprio tornaconto, spazzando via ogni senso del bene comune e ogni segno di imparzialità del governo e dell'amministrare, coloro che hanno svenduto lo stato, la sua laicità, la sua libertà e la sua autonomia ad una chiesa sempre più oppressiva nella pretesa di sostituirsi - quando fa comodo - a quello stato prono e disfatto.

E ancora, coloro che non credono più in una scuola libera, di tutti, improntata al dialogo, al confronto e non depositaria di dogmi e di certezze che non si confrontano con altre certezze.

È un tempo oscuro, non riusciamo più a tracciare un sentiero, che sia netto, che sia nel futuro e non nel pensiero consumato di nostalgie polverose.

Oddio, nemici da combattere non ne mancherebbero.

Ci siamo ritrovati quando bisognava liberare l'Italia dal governo di centrodestra e da quel leader onnivoro che l'aveva stretta nella morsa del proprio tornaconto.

Un leader da après moi le déluge, dove il moi, l'io, incombe come imprescindibile idea di ogni azione e di ogni scelta.

Ma quel leader l'hanno - in tanti, di qua - così profondamente metabolizzato, invidiato persino, da imitarlo quando si può, scimmiottando l'inarrivabile.

Allora chi sono i nostri nemici di oggi? Tutti e nessuno?

Chi dobbiamo combattere per riedificare, magari solo rivolgendoci ai nostri eroi, quelli che hanno potuto esserlo, per ridare vitalità alla loro lezione? Senza epitaffi, senza corone e senza articoli di fondo. Ma schierando la loro forza per cancellare la miseria che ci asfissia, la povertà che ci umilia, il silenzio che ci assorda con la sua inutilità, con il suo vuoto miserevole.

Dobbiamo ricominciare a pensare per ricominciare a credere, per riaprire fronti per le nostre battaglie ideali, senza vergogna esibendo la ricchezza del nostro passato, ma solo per darci un domani, pulito, libero, coraggiosamente proiettato oltre i muri dell'insipienza e i baratri del nulla che ci attanaglia.

Dobbiamo conoscere, eliminando quanto si frappone tra noi e la conoscenza, perché di ignoranza e incultura si muore e noi - direbbe Totò - lo moriamo.

Dobbiamo trovare il coraggio della verità, senza infingimenti, con la libertà che le è sorella, perché nulla è vero che non sia libero. E quella verità dobbiamo poterla conoscere e riconoscere per raccontarla tutta - amici giornalisti - perché si può essere anche eroi, talvolta, per difenderla. Ecco, un primo eroe possibile lo abbiamo così trovato e lo aspettiamo, per onorarlo e sceglierlo.

Ma altri eroi possibili potrebbe trovarsi nelle istituzioni, se qualcuno saprà prendere una bandiera e saltare la trincea, con le armi di idealità ritrovate e onestà manifeste.

E anche nell'amministrazione, per far barriera contro chi lo Stato lo demolisce per i proprio egoismo e la propria tasca e che non lo vede - come una certa chiesa - come un soggetto di diritto, pieno, autentico, orgogliosamente geloso delle proprie prerogative.

E forse anche la nostra amata Barbagia ha bisogno dei suoi eroi, per non dover contare solo le sue vittime, con rassegnata impotenza.

Quindi è forse proprio di eroi che abbiamo bisogno. Eroi di una pasta nuova, cui non si chiedono gesta eclatanti, né il sacrificio estremo sull'altare dei propri convincimenti. Ma solo un eroismo un po' domestico, senza ribalte accese e folle plaudenti. Eroi non per un giorno ma per una vita, vissuta per un'idea forte e per difendere il buono di questo strano e ricco paese, in balia di una follia autodistruttiva, nel grigiore di una stagione senza pensiero e, talvolta, senza dignità.


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