lunedì 7 gennaio 2008
di Giorgio Melis
Impossibile pensare che un politico italiano o sardo fosse preso sul serio se affermasse in toni determinati, profetici: «Siamo un'unica nazione, siamo un solo popolo ed è giunta l'ora del cambiamento … è giunto il momento di superare l'amarezza, la meschinità, la rabbia che consuma e logora … di porre fine a una strategia politica che ha creato soltanto divisione. Noi stiamo scegliendo la speranza, non la paura; l'unità, non la divisione … è ora di dire, ai lobbisti che pensano che i loro soldi e la loro influenza parlino con voce più alta dei cittadini, che non sono i padroni di questo Paese. Noi siamo i padroni. E siamo qui per riprendercelo …. Abbiamo sempre saputo che la speranza non è cieco ottimismo, che non significa sedersi in disparte e sottrarsi alla battaglia. È quella cosa che dentro di noi insiste, malgrado tutto lasci credere il contrario, che il futuro ci riserva qualcosa di meglio se avremo il coraggio di tendergli la mano, di lavorare per esso, e di combattere per esso. La speranza è la fede che il nostro destino non è scritto per noi ma da noi, da tutti gli uomini e le donne che non sono soddisfatti di come va il mondo, che hanno il coraggio di volerlo cambiare».
Dette anche da un loro politico, queste parole (una sintesi, ovviamente) semplici e forti, nobili, retoriche e insieme palpitanti, avrebbero finora fatto scrollare le spalle degli americani scettici. Sfiduciati della loro classe dirigente e dei loro governanti, del presidente più disastroso per loro e il mondo intero. Disperatamente protesi al cambiamento con poca speranza di vederlo inverarsi. Il desencanto, il rigetto dell'establishment non è solo italiano. Ha raggiunto in forme diverse ma non meno radicali anche l'impero a stelle e strisce, l'America profonda. Quelle parole non le avrebbero accettate e credute da uno dei grandi notabili di Washington, come noi le rifiuteremmo e non le crederemmo da un personaggio presunto eccellente di Roma o di Cagliari: pensando che siano abilmente confezionate con artificio oratorio ma insincere, non credibili e neanche credute da chi le pronuncia.
Gli americani ne sono invece stati elettrizzati e conquistati perché le hanno sentite da un giovane politico, senatore da soli due anni, nel gelo di una città singolarmente con un nome francese (Des Moines), capitale di uno Stato nel cuore delle grandi pianure americane. Perché concetti così forti e nobili ma anche frusti e logori, diventano o ri-diventano credibili, esaltanti se è credibile la persona che li evoca: sfidando l'accusa di bolsa retorica, di utopia astratta, di idealismo che non si rassegna al cinismo ma coltiva ancora slanci che la realtà quotidiana spegne nei cuori, chiamandole illusioni ridicole.
Obama Hussein Barack, l'afro-americano che ha avuto il coraggio di dire parole così insolite facendole sentire vere e vibranti anziché irrise perché usate e abusate ingannevolmente, forse o probabilmente non espugnerà la Casa Bianca. Sarà forse macinato dalle macchine elettorali e dalla potenza finanziaria di Hillary Rodham Clinton o del rivale repubblicano. Non realizzerà l'american dream più politicamente e razzialmente scorretto: un uomo di colore nello Studio Ovale, monarca eletto degli Usa. E non è detto che se ci riuscisse, Obama sarebbe per forza un buon presidente. Magari l'opposto: come accadde al predicatore di nobili ideali come fu Jimmy Carter.
Ma intanto il suo discorso dopo la vittoria nelle primarie dello Iowa è già stato inserito fra quelli memorabili della storia americana: da Lincoln alla “nuova frontiera” di Kennedy o a quello antirazzista («I have a dream») di Martin Luther King. E se un grande commentatore rotto a tutte le emozioni e delusioni dice di averlo ascoltato «con la pelle d'oca». E un analista rigoroso e distaccato scrive ai lettori: «avreste un cuore di pietra se non fosse bastato a commuovervi», qualcosa d'importante dev'esser accaduto se parole lette risultano coinvolgenti e ascoltate hanno avuto un impatto ad altissimo voltaggio emotivo: quale l'America non provava da molti anni.
È la stessa America che sulla scia del trauma dell'11 settembre, sotto la guida del deleterio Bush e del ricatto della paura con cui ha reagito all'interno e nel mondo sfregiando il suo Paese, ha perso stima, rispetto e affetto, apparendoci spesso inquietante, allarmante, pericolosa: un gigante di forza immensa ma incontrollabilmente distruttiva per tutto il pianeta. Se la stessa America, che per sette anni ha assecondato Bush nel suo delirio, ora è scossa dalle parole opposte, da una missione rovesciata della presenza americana riassunta in pochi concetti di quel quarantenne senatore K2 (padre del Kenya, madre del Kansas), una svolta è in atto e attraverserà i continenti e gli oceani: come sempre nei grandi passaggi che dall'America migliore e “altra” si spandono nel mondo.
Quel che conta è il segnale venuto da Obama e che, a prescindere dall'esito elettorale, condizionerà il clima e i temi della corsa alla Casa Bianca. Ha rivoltato come un guanto le parole d'ordine di Bush, che - in condizioni diverse - sono le stesse che contrassegnano la politica italiana anche nella omologata variante sarda. Non più “bisogno di nemico” ma fiducia e apertura. Non più “divisione ma unità” di un solo popolo, di un'unica nazione. Non più dominio dei potentati, lobbisti e della finanzia elettoralistica ma “cittadini-padroni” che si riprendono il Paese e il governo. Non più rabbia, meschinità e amarezza che consumanono ma scommessa sul futuro. Non più paura ma apertura e rifiuto della rassegnaione in nome di «una speranza che non è cieco ottimismo ma neanche sedersi in disparte e sottrarsi alla battaglia» per vederlo attuato: «non per noi ma da noi».
Quanti hanno perso, in questo tempo sbandato, fiducia e speranza, potranno realisticamente considerare le parole di Obama come un sermone utopistico che la quotidianità relegherà nell'angolo delle buone intenzioni che lastricano i tanti inferni planetari. Eppure queste parole fanno davvero vibrare sentimenti profondi e antichi: rimossi, scaduti nell'incredulità e nel cinismo e tuttavia irrinunciabili. Risvegliano qualcosa dentro di noi se appena qualcuno le sa evocare con accenti veri, convincenti e credibili. È questo il miracolo riuscito a Obama, che si vorrebbe contagioso anche per le stanche società europee e specialmente per la nostra italiana, prostrata da anime affannate.
Il senatore afro-americano interpreta in chiave Usa un'antipolitica che è soprattutto rigetto diffidente verso l'establishment riassunto nelle dinastie politiche (Bush e Clinton) che dominano la scena da quasi vent'anni e monopolizzano le opzioni elettorali e programmatiche. Una massa crescente di elettori rifiuta di identificarsi con personaggi e famiglie alla ribalta e nel cuore del potere da decenni: insopportabile stratificazione geo-politica che blocca il ricambio (se fossero italiani o sardi, dovrebbero essersi rassegnati alla monotonia di “padroni” al potere da trent'anni e più).Questa voglia di voltare pagina e buttare all'aria un equilibrio che ha diviso l'America e l'ha fatta preda di una paura pericolosa per il mondo, non basterebbe a spiegare l'ascesa dal nulla, in pochi anni, di Obama: se non si fosse anche rivelato portatore di valori che erano il meglio della tradizione democratica americana. Il suo richiamo alla speranza, allo scenario ideale di apertura e fiducia contro il clima soffocante anche sui diritti civili, dev'essere risuonato nella società americana come l'esaltante «non abbiate paura» che papa Wojtyla rivolse fino alla fine, specie ai giovani, nei momenti più drammatici del suo pontificato. Ieri papa Ratzinger ha infine detto, per la prima volta con forza non ancora sufficiente, che la globalizzazione non produce ordine né uguaglianza ma anzi. Le minacce alla sopravvivenza della Terra, la tirannia del petrolio, il dominio della finanza sulla politica e il governo e le urne democratiche, la degradazione dell'uomo e del lavoro evocati da Obama nel suo discorso.
Forse è arrivato il momento in cui si mette in discussione il pensiero unico e totalizzante del mondo globale. Del dio-mercato che umilia l'uomo e distrugge anche quando crea, impone uno sviluppo specie insostenibile a ogni costo e oltre le risorse del pianeta, mette il profitto al di sopra e contro i grandi valori che la civiltà ha elaborato tra sofferenze e scontri millenari per la giustizia e uguaglianza sociali possibili: ribaltate oggi nel loro contrario disumano.
Da qualche parte bisognerà che questo nuovo millennio rimetta mano a un'elaborazione che rinneghi il controllo assoluto del materialismo e del consumismo che svuota l'anima e la riempie di soffocanti inutilità fatte diventare indispensabili. Per recuperare le idealità che danno senso e dignità al divenire dell'uomo. Ristabilire una gerarchia di valori che non siano solo quelli delle Borse: nuovi vitelli d'oro che negano anche la grandezza dell'umanesimo sociale e socialista (altro aggettivo, diventato quasi una bestemmia, da riconciliare col nostro tempo e futuro), la nobiltà del fare e produrre, non solo giochi di soldi che umiliano l'homo faber a vantaggio del mercante cinico.
Da qualche parte si deve ripartire per uscire da quest'angoscia che attanaglia l'uomo moderno: “sazio e disperato” dove si concentrano ricchezze sempre maggiori e disuguaglianze sempre più inique; distrutto, sfruttato, all'inedia e senza speranza dove si concentrano i vecchi e nuovi, eterni “dannati della terra” di Franz Fanon: per i quali non esiste né teologia né pratica della liberazione dalla miseria materiale e morale. Da qualche parte si dovrà ripartire cercando e ascoltando gli Obama che pure ci sono e predicano nel deserto della nostra diffidenza e del nostro scetticismo.
Attraversando l'Atlantico, un Obama italiano quali possibilità avrebbe d'essere ascoltato, magari reso vincente, comunque capace di far vibrare le corde di pulsioni spente e dimenticate? La politica italiana è tutta presa dalla follia circolare nel vicolo cieco della ricerca di un sistema elettorale salvifico. In una grottesca corrida tra sistema tedesco («gli italiani non l'adotteranno mai: troppo semplice, la capiscono perfino i cittadini, funziona»), variante spagnola, ricetta francese flambé con guarnizione israeliana. Un esercizio demente e insulso mentre si aspetta il referendum come una minaccia mortale o un'impossibile salvezza assoluta. Con la classe politica (ed economica) più vecchia del mondo, chiusa al ricambio, con un carnevale di partiti e di partitini che impongono la loro volontà ricattatoria all'insieme del sistema e del Paese. Con improbabili leaders da pensionare perché da decenni hanno usurpato e usurpano i cittadini: altro che «siamo noi i padroni» dettato da Obama.
Attraversando il Tirreno e venendo all'Isola dei Mori, quali sono gli orizzonti politici e ideali per un Obama nuragico? Il “bisogno del nemico” è ancora la regola assoluta. Conta solo dividersi e distinguersi, se sia meglio o peggio un uomo solo al comando o il dominio di tre-quattro fusi in una sola volontà oligarchica, coperta e irresponsabile. I grandi pascoli dell'autonomia sarda sono limitati agli asfittici, mefitici consorzi industriali, ridotte di potere ma difesi come fossero valori morali ed economici, e non il loro opposto. La grande selezione e ricambio ha per oggetto non la qualità e la tensione ideale, culturale e politica ma la contesa per il controllo di una poltrona di capogruppo o di un assessorato, fuori da ogni contesto di dibattito alto e volto a progetti e interessi generali.
Barack Obama forse non sarà profeta neanche nel suo Paese. Ma in questa Italia e in questa Sardegna le sue parole non avrebbero trasmesso una scossa come è avvenuto negli Usa. Solo un moto di ripulsa, di fastidio, di irrisione cinica.
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