domenica 6 gennaio 2008
«Così mio marito me l'hanno ammazzato due volte». Piange tzia Michela, anziana moglie di Peppino Marotto, seduta su un divano nella sua casa di via Municipio, al centro del paese, mentre prova a tradurre in parole, con i giornalisti, il dolore della sua famiglia. «Questo legame che si è creato ci ha profondamente addolorato», dice, riferendosi alle voci di paese su un collegamento tra l'inspiegabile uccisione del sindacalista-poeta e la feroce esecuzione dei fratelli Salvatore e Egidio Mattana, ammazzati l'altra sera nelle campagne di Lutturrai. Voci riprese dalla stampa e dagli investigatori che cercano i responsabili di queste morti.
Sul tavolo di cucina ci sono i quotidiani regionali e una copia de L'Unità, il giornale che Peppino Marotto stava per comprare, come ogni giorno, la mattina in cui è stato ucciso. Alle pareti un ritratto di Antonio Gramsci, sulle mensole libri di Emilio Lussu e Pablo Neruda, molti titoli sardi. A fianco a una stufa, la figlia Lena è china su un foglio di carta intestata con la sigla della Cgil: raccoglie le parole per un comunicato da consegnare ai giornalisti per chiarire il pensiero della famiglia e ridurre gli spazi per le supposizioni.
Una nipote di Marotto detta al telefono un telegramma di condoglianze alla famiglia Mattana. Tzia Michela stamattina è uscita da casa presto per portare le sue condoglianze nella casa dei due uomini assassinati ieri. «Tutti quanti noi andremo al funerale di questi ragazzi. Egidio è come se fosse un figlio per mia madre», dice Lena. «Non e' vero quello che scrivono. Mio padre non aveva sgridato nessuno. Tollerare queste voci», aggiunge Lena, «sarebbe come contraddire quel che mio padre ha predicato per cinquant'anni».
Concetti ripetuti nel breve comunicato: «Tzia Michela, Lena e tutta la famiglia Marotto, nel piangere addolorate la fine tragica dei fratelli Mattana, vicini di casa con i quali non vi è mai stato nessun diverbio, respingono con la massima fermezza gli accostamenti di queste morti con quella del nostro amato Peppino».
Nel documento, la famiglia del sindacalista-poeta ucciso la scorsa settimana nel centro di Orgosolo ribadisce di avere piena fiducia nella giustizia e rifiuta la vendetta, ma soprattutto chiede che siano riaffermati i valori in cui Marotto credeva, quelli della solidarietà, della giustizia e della fratellanza. «Gridiamo a tutta la gente di Orgosolo: basta con il sangue, basta con la barbarie. Facciamo sì che la morte di Peppino serva a migliorare la comunità di Orgosolo e a farle superare questo momento tragico della sua vita civile».
(AGI/red)
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