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sabato 5 gennaio 2008

Delitto d'onore di Orgosolo
con giustizieri per Marotto?
Debole il movente “nobile”,
solo voci sui fratelli uccisi

di Giorgio Melis

Se davvero è la risposta in piombo e sangue di Orgosolo all'insopportabile uccisione di Peppino Marotto. Se anche si fosse voluto farlo apparire un “delitto d'onore”, di reazione a nome del paese colpito nel suo patriarca e poeta, sarebbe in contraddizione con un classico della cultura violenta della Barbagia. Non vendetta che “si gusta meglio fredda” ma consumata calda, caldissima: il sangue di Marotto appena asciugato e lavato dall'asfalto sul quale si è accasciato.

Un'esplosione di tante morti in tanti pochi giorni è inusuale da decenni a a Orgosolo. Dove i tempi e i modi de su sambene versato e dell'offesa mortale restituita sono regolati dall'attesa paziente, dissimulata. «Mantene s'odiu ka s'occasione non mancat»: va cercata senza emotività, con determinazione e rancore freddo. Per metterla in pratica a colpo sicuro e senza esporsi, senza lasciare prove pro sa justissia: anche se i compaesani sanno tutti chi, come e perché.

Nell'esecuzione agghiacciante dei fratelli Mattana (magari nel mirino c'era anche il terzo, scampato) ci sono molte, troppe suggestioni arbitrarie e tragiche. Alcuni coltivano quella nobilitante: la reazione singola o tacitamente approvata dal comun sentire per una pronta eliminazione del (o dei) killer che avevano colpito un simbolo così importante del paese. Sangue del suo sangue, personaggio che in morte il paese ha verificato quanto all'esterno fosse stimato, amato. Immagine dell'identità migliore e più rispettata. Identificata con Orgosolo per il bene e il male: perfino nei burrascosi trascorsi giovanili comuni a moltissimi.

Di qui l'ipotesi vaga che il massacro dei due fratelli possa anche essere un delitto pro Orgosolo. Per vendicare l'altro, contro Orgosolo. In nome di una sentenza comunitaria applicata da pochi per conto di tutti: secondo le regole di un codice antico e stavolta salvifico del “buon nome” del paese. Un atto che addirittura riscatterebbe il paese, proponendone l'immagine romanticamente crudele di una giustizia sommaria e terribile per un delitto la cui impunità sarebbe gravata su tutti. Francamente, non si riesce a prendere sul serio l'eventualità che il plotone d'esecuzione fosse così motivato. Una simile leggenda può perfino esaltare una certa idea del paese, vindice e giustiziere del grande padre ma vecchio e indifeso. Ma ha un tasso di inverosimiglianza pari alla suggestione che suscita.

Nella Barbagia labirintica, quasi mai quel che appare corrisponde a quel che è o si vuole far credere. Non c'è mai una sola spiegazione o un solo movente, una razionalità semplice e lineare. Di questi tre omicidi, così diversi a parte la comune efferatezza, resta l'allarme per la violenza di ritorno. Col codazzo di interpretazioni romantiche e infondate dall'esterno, che il paese si guarderà bene dallo smentire: specie se ripristineranno la sua immagine sfregiata dalla brutale uccisione del patriarca, offrendo un elemento in più al diffuso richiamo già esercitato sui turisti, che lo gettonano come nessun altro.

Nessuno avrà una verità esaustiva da offrire, forse meno di tutte la giustizia: comunque vada a finire la doppia inchiesta, sarà su connottu a valere e prevalere, anche se fasullo. Ad ascoltare le voci di dentro, che si esprimono con prudenza estrema solo con orecchie sicure e fidate da decenni, tutto è vero e verosimile esattamente come il contrario, tutto è probabile e insieme inverosimile, in una versione pirandelliana della verità multiforme e ingannevole. Cosa dicono queste voci interne? Perentorie su un punto, da persone informate e interpellate naturalmente l'una all'insaputa di altre. I due fratelli uccisi vengono presentati come mine vaganti. Pericolosi, “pazzi” (cioè oltre l'equilibrio e la misura nell'esercizio della violenza che il paese accetta naturaliter), una minaccia per la comunità. Qualcuno in modo distaccato lascia cadere un'affermazione pesante: «Se fossero spariti prima, il paese ne avrebbe guadagnato e ci saremmo risparmiati altri guai. Forse Peppino Marotto sarebbe ancora vivo».

Serve una precisazione. Il rigetto del delitto è sincero e diffuso, autentica la condanna per la brutalità dell'esecuzione di un inerme patriarca: crivellato alle spalle e finito con i colpi di grazia che si infliggono solo a nemici feroci. Forse c'è stato stupore per l'eco tanto vasta, la partecipazione per un personaggio insospettabilmente famoso. Però di casa, normale nella percezione del paese. La sua esaltazione esterna colpisce e viene accettata con soddisfazione perché in fondo è Orgosolo alla ribalta grazie alla vittima: positivamente, non solo in negativo come nei delitti ordinari. Ma l'occhio ustorio di qualche orgolese e le parole corrosive liquidano riservatamente come eccessiva la mitizzazione del personaggio. Non per invidia o sufficienza. Da queste parti nessuno dev'essere mai più uguale, se ne misurano impietosamente i limiti ignoti all'esterno, si rifugge dai superlativi. A ruoli rovesciati, Graziano Mesina era certo mitizzato fuori, ma a Orgosolo era un bandito solo più famoso di altri: sul quale si esercitava l'ironia tagliente di tanti compaesani.

In conclusione, è possibile che i fratelli Mattana siano stati uccisi per vendicare Marotto, a torto o a ragione? Torniamo alle voci interne: possibiliste in parte e insieme scettiche. «Di uno dei tre fratelli è corso subito il nome in paese. Abita a pochi metri da dove hanno ucciso Peppino. Potrebbe aver sparato ed essersi rifugiato in casa: chi lo avrebbe cercato a due passi dal luogo del delitto? Movente? Molti si dicono certi che avesse avuto screzi anche con Marotto, che fosse stato rimproverato aspramente. Per cosa non si sa o dice. Il modo con cui Peppino è stato ucciso collima con la brutalità attribuita a qualcuno dei fratelli. Mine vaganti, pericolosi, incontrollabili. È stato davvero uno di loro? È possibile. Ora qualche prova, se così è andata, dovrebbe essere rintracciabile».

Versioni ambigue, che saltano il punto principale: i fratelli sono stati uccisi senza pietà per “vendicare” Marotto in conto del paese? Non c'è risposta ma un ragionamento scettico. «I cavalieri bianchi, i giustizieri della notte e del giorno non sono di casa, qui: come da nessuna parte. È possibile che l'uccisione di Peppino sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso contro personaggi che pochi amavano e molti temevano. Ma potrebbe essere una semplice coincidenza sfruttata con tempismo diabolico. Magari c'erano conti da saldare e l'azione è stata fatta scattare nella tensione per l'uccisione di Marotto. O addirittura se n'è preso pretesto per creare un gran polverone, confondere le acque sui moventi e liquidare due nemici: magari mettendogli in conto anche la morte di zio Peppino. Ma non si cancella la faccia la faccia a pallettonate di due uomini solo per vendicarne un altro. Doveva esserci molto odio e voglia di sfregio: in conto proprio».

Insomma, la vulgata è che non ci sia stata nessuna “sentenza” formulata in qualche modo dal paese e affidata ai killer dei fratelli Mattana, ritenuti coinvolti nell'uccisione di Peppino Marotto. Forse non ne sapremo mai molto di più. Resteranno le leggende esterne su cui in paese si sghignazzerà. Oltre le quali c'è però la truce realtà di sangue versato con brutalità impressionante e con assassini impuniti. Come impunito è da nove anni il vigliacco che ha trucidato quel povero viceparroco Graziano Muntoni: senza che il paese abbia mosso un dito per consegnarlo alla giustizia.


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