sabato 5 gennaio 2008
di Giulio Angioni
Io questa notizia dell'omicidio dei fratelli orgolesi Mattana non so come intenderla, come lavorarmela, come farmi una ragione.
Tutti la collegano subito all'assassinio di Peppino Marotto, quanto meno per obbligo matematico, e si considera che in pochi giorni a Orgosolo hanno fatto petha manna, per le feste: tre morti ammazzati. Del tutto eccezionale rispetto agli ultimi anni, anzi, rispetto agli ultimi decenni.
Ma per bisogno di senso e di spiegazione si va subito anche oltre, magari allegando prove e indizi indiretti per dimostrare che quella dei fratelli Mattana sarebbe l'esecuzione di una sentenza tacita e collettiva della comunità di Orgosolo per punire l'assassinio di Peppino Marotto. Un loro fratello, si dice, è tra i sospetti.
Quasi che il paese intero si fosse costituito a soggetto collettivo del diritto a quella forma di giustizia barbarica che è la vendetta di sangue. Anche, si aggiunge, per lavare l'onta che grava sul paese per l'assassinio di Marotto. Comunque per fare giustizia. Sommaria, ma all'antica, dicono. E qualcuno mi aggiunge che sarebbe anche un progresso, se di volontà collettiva si tratta, rispetto alla vendetta privata del codice barbaricino.
Ohi che terribile ragionamento, che spaventoso senso si è portati a dare a queste morti ammazzati orgolesi. Lo sappiamo che ogni morte ha bisogno di spiegazione e che nessuna spiegazione basta mai, nemmeno quella della volontà di Dio. È proprio vero che ogni assassinio non lascia mai nessuno indenne intorno a sè. E che la prima a non restare illesa è la ragione, il primo a soffrirne è il buon senso, il capire.
Ne soffriamo tutti come uomini. Ne sentiamo vergogna come uomini di oggi.
Io ne soffro e ne sento vergogna anche come sardo. E non me ne tiro fuori accampando che non sono di Barbagia, tanto meno di Orgosolo. Ma invece io stavolta mi sento orgolese più che mai. De me fabula narratur. E sospetto, anzi so per certo che come ogni altro qualunque orgolese, provando dolore e vergogna, provo anche confusione, perché non capisco, e non mi soccorre abbastanza né il senso comune che pensa i costumi sardi né l'antropologia alla Pigliaru che cerca di comprenderli.
Sono troppo più grandi la pena, la vergogna, la confusione, troppo più grande il sentire rispetto al capire. Anche se poi la giustizia, sia quella consuetudinaria tradizionale sia quella statale ufficiale daranno i loro pareri e pronunceranno i loro verdetti.
Perché in fondo spero che queste nostre feste di Natale e Capodanno 2007-2008 restino lì isolate nel loro mistero di sangue, sole e irrelate nel tempo, deprecabili ma non spiegabili perché irripetibili e non inseribili né nelle ragioni del passato, né nelle ragioni del presente e tanto meno nelle ragioni del futuro, che restino lì incomprensibili e fuori tempo e luogo, come sempre la morte, anche quando provocata da mano d'uomo che pensa e vuole e fa a ragion veduta.
Perché non c'è ragione, né sufficiente né necessaria, né elementarmente umana, né antropologicamente sarda.
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