venerdì 4 gennaio 2008
Che i lavoratori italiani siano i peggio pagati d'Europa lo certifica il settimanale Panorama e lo testimonia la fibrillazione dei sindacati nazionali, che parlano di sciopero generale. Che esista un problema legato ai salari lo riconosce anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che in Sardegna esistano difficoltà urgenti da risolvere - a partire dalla qualità e dalla quantità dell'occupazione sino ai redditi da lavoro dipendente e alle pensioni - non lo nega nessuno. È una questione di difficile soluzione a livello nazionale, lo è ancora di più per una regione che sino a qualche anno fa stava nel fondo delle classifiche anche tra quelle del Mezzogiorno.
Allora non serve neanche confrontare la situazione isolana con quella delle regioni del nord, che storicamente fanno da traino per l'economia del paese: il rischio, in questo caso, è quello di perdere di vista quanto di buono si è costruito nel frattempo. Da quel fondo, infatti, la Sardegna si è tirata fuori da un pezzo. La conferma arriva dai dati Istat sul prodotto interno lordo relativi al 2006. Nell'isola - calcolato su prezzi correnti, quindi senza tener conto del tasso di inflazione, ma vale per i dati di tutte le regioni - è cresciuto rispetto all'anno precedente dell'1,3 per cento; quello pro-capite del 3,4 per cento. Il primo dato è in linea con il dato sul Mezzogiorno, mentre la media del paese fa segnare un tasso di crescita nello stesso periodo dell'1,9 per cento (data dal 2 e dall'1,8 per cento del Nord-ovest e del Centro e dal 2,4 del Nord-est). Il secondo dato per la Sardegna è di poco superiore al tasso medio delle regioni del sud Italia (3,3 per cento).
Sono numeri che non possono fotografare la situazione reale, visto che fra l'altro si riferiscono al 2006. Ma il confronto fra la Sardegna e le altre regioni del Mezzogiorno dà il senso di quella risalita: da accelerare di sicuro, e poi da consolidare. Solo allora sarà possibile paragonare i salari dell'isola con quelli delle regioni ricche del nord Italia: il gap indicato dal Cnel e rilanciato dalla Cisl per disegnare la situazione della Sardegna - con le retribuzioni dei dipendenti sardi che pesano il 22 per cento in meno rispetto a quelle della Lombardia, ad esempio - sarà veritiero ma non considera i punti di partenza differenti. Giusto fare la corsa per il futuro sui migliori ma senza dimenticare il passato: in mezzo c'è un presente che i dati Istat aiutano a tratteggiare.
L'Istituto di statistica ha diffuso ieri i conti economici regionali, in un rapporto articolato per settori e regioni che fotografa lo stato del Paese. Scendendo alla nostra realtà, inquadra il Pil isolano in un contesto preciso: l'1,3 per cento di aumento, superiore a quello di Sicilia e Calabria (1 e 1,1 per cento), nettamente inferiore a quello della Basilicata (2,1 per cento: ma, avverte l'Istat, l'exploit lucano è legato alla particolare fase espansiva dell'industria e in misura minore delle costruzioni e dei servizi) e praticamente in linea con Molise, Campania e Puglia (tutte all'1,4 per cento). Influiscono i dati sui diversi comparti: il saldo della Sardegna è negativo per quanto riguarda l'agricoltura (-3,9 per cento) ma positivo per industria, costruzioni e servizi (rispettivamente 1,1 per cento, 2 e 1,6): tutto mentre le medie del Mezzogiorno sono rispettivamente del - 4,1, del 2, dell'1,6 e dell'1,1 per cento. Il valore aggiunto si ferma all'1,1 per cento, che è anche quello medio per le regioni del Sud.
Una piccola sorpresa arriva dai dati sull'incremento dei redditi da lavoro dipendente. Sono quelli indicati da Rifondazione comunista come una delle maggiori entrate per la Regione, visto che «il 91 per cento delle dichiarazioni dei redditi deriva da lavoro dipendente»: la misura indicata a più riprese per contrastare la caduta dei salari è «la riduzione della pressione fiscale». Il tasso di crescita sardo tra il 2005 e il 2006, pari al 2,7 per cento, è superiore alla media del Mezzogiorno: più alto di quello siciliano, calabrese e molisano (2,6 per cento) ma anche di quello della Campania (2,4) e della Basilicata (1,9 per cento), è inferiore solo a quello della Puglia (3 per cento), che è superiore di mezzo punto rispetto alla media nazionale.
Si riflette sui consumi finali interni, dati dalla spesa delle famiglie: l'1,7 della Sardegna è superiore alla media nazionale - insieme a quella di Abruzzo (2 per cento), Molise e Basilicata (1,8) - mentre resta stazionaria quella della Puglia.
In linea con il dato nazionale è anche la domanda di lavoro (1,6 per cento) mentre nel Mezzogiorno è pari all'1,4 per cento: superiore, il dato sardo, a quello di Campania (0,4 per cento), Abruzzo (1,4) e Sicilia (1,5 per cento) ma inferiore alle buone performance occupazionali di Basilicata (2,4 per cento), Molise e Calabria (2,2), Puglia (2 per cento).
(red)
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