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venerdì 4 gennaio 2008

Sardegna? Peggio che in Africa
Unione iettatoria e sindacalisti,
falsari smentiti in tempo reale
Crisi anche qui ma meglio del Sud

di Giorgio Melis

Quando si hanno alle spalle quarant'anni di occhiuto e depresso esame delle statistiche nazionali, avendo registrato per trenta la persistenza della Sardegna come fanalino di coda su tutto. Quando si è poi verificato un miglioramento tormentato e altalenante, da montagne russe, ma sempre più vicini (benché lontani) alla media nazionale e quasi sempre distanti dalle tragiche medie del Mezzogiorno. Quando in una brutta stagione nazionale et ultra, si rivive la paura di altre fasi, vorticano tuttavia le palle a vedere premeditatamente falsata - per puro spirito distruttivo - una situazione isolana pesante e sgradevole, amara: ma non da ultimi della classe, non da peggiori e più tragediati, anzi un filino meno peggio o meglio di almeno venti milioni di altri italiani.

È questo il martellante quadro che il gruppo editoriale Unione, ormai un pericolo per la normale dialettica democratica, cerca di inchiodare sulla fronte dei sardi. Non per catastrofismo ma per puro calcolo strumentale, per obbiettivi indecenti: sostenuto da una classe sindacale regionale che se dovesse anche pretendersi dirigente, andrebbe al massimo assegnata alla riscossione dei ticket nei caselli autostradali. Incoraggia o si presta da minus habens irresponsabile al gioco al massacro che L'Unione Sarda e Videolina conducono per conto dell'editore Sergio Zuncheddu: contro Renato Soru ma in realtà contro i sardi. I sindacalisti, ormai senza eccezioni, diventano caudatari del padrone e mandante burcerese. Accodandosi ai suoi ragazzi-spazzola sempre pronti a eseguire la comanda: va, scrivi e uccidi.

Non ammazzano nessuno, perché sono gaglioffi, incapaci quanto servili e perché la verità può essere violentata fino a un certo punto: poi si vendica del massacro che se ne fa. E infatti, dopo l'ennesima sortita millenaristica di ieri de L'Unione con accompagnamento sindacale, è uscito il riepilogo dell'Istat che sputtana in modo incontrovertibile i lugubri cantori del peggio. Glisseranno come sempre, i killer da tastiera in conto terzi. Li prenderemo sistematicamente in cura, anche con altri mezzi, assieme ai sindacalisti-becchini, i presunti confindustriali prenditori che gridano per avere da altri e gratis quel che non sanno fare perché imbelli e ben decisi a non rischiare un loro euro ma solo a lucrare su quelli pubblici.

Crisi solo da noi: la Regione riduca tasse,
tariffe e petrolio, aumenti gli stipendi

Veniamo al dunque. Ieri il quotidiano del malaugurio ha sparato in prima pagina e con largo spazio in primo piano, che “c'è l'allarme salari, la Sardegna è in rosso, più grave l'emergenza”. Il punto di partenza è che «gli stipendi e le pensioni dei sardi pesano il 22 per cento in meno rispetto ai salari del centronord. I rincari delle tariffe di acqua, luce e gas penalizzano soprattutto la Sardegna, dove il potere d'acquisto delle pensioni si è ridotto del 33 per cento».

Il messaggio è univoco e miserabile. La crisi è solo della Sardegna, che si avvicina al Bangladesh. Ormai vi impazza la miseria africana. In arrivo carestie e peste bubbonica per la piaga biblica di nome Soru. Come ha teorizzato domenica il direttore quaquaraquà: quello che dà al presidente della Regione la colpa del Cagliari in caduta libera per le nefandezze del suo amico Cellino. Al quale chiede siano dati ben più soldi regionali (non ha risparmiato da magliaro i due milioni che avrebbe dovuto versare a Giampaolo?) e gli sia regalato il Sant'Elia.

Il teorema da conficcare nelle teste dei sardi attraverso la malainformazione, e con la complicità dei sindacalisti da riporto come i cani da caccia, è che solo in Sardegna vada male, peggio che ovunque, che sia l'unica zona di malessere, disagio sociale, buco nero depresso e deprimente di tutta Italia: anzi del mondo. Non sottinteso ma gridato a ogni passaggio è che questa condizione unica e terribile sia colpa esclusiva di Soru: curioso, ci sono altre regioni dove va peggio eppure lì ci sono Bassolino e Vendola, Loiero e Cuffaro, non Soru. Cacciato il quale, comunque, l'isola tornerebbe ad essere la terra del latte e del miele, la cornucopia che è sempre stata e come l'hanno lasciata Pili, Floris, Masala e Balletto. Più tutti i loro compari incriminati o arrestati, condannati o in attesa di sentenza per aver fatto strame della legalità e dei soldi pubblici, massacrando le finanze regionali.

Il giornale-corvo e gli amici sindacalisti, circondati da pusillanimi, trattano i sardi da coglioni, convinti che possano essere presi per il naso da personaggi di infimo livello al servizio di sporchi interessi. Tutte le televisioni e quotidiani, dal presidente della Repubblica all'ultimo politico, i sociologi e gli analisti come gli economisti, documentano ogni giorno da anni e in modo incalzante nell'ultimo, che l'Italia è in declino. Patisce una sindrome depressiva oltre la grave realtà della condizione materiale, che per molta parte della popolazione è drammatica e per una quota (il ceto medio) rappresenta una caduta di status, un impoverimento e una retrocessione sociale in atto da almeno il 2000 (come accade, su scala più larga e con effetti anche più dirompenti, negli Stati Uniti).

La crisi o il ristagno delle economie, il crollo delle quote di mercato per la concorrenza dei Paesi emergenti nel mondo globalizzato, la perdita del potere d'acquisto per il rincaro vertiginoso delle materie prime specie a seguito del petrolio alle stelle (superata la quota fatidica dei 100 dollari il barile) sono una realtà che sta mettendo con le spalle al muro mezzo mondo, specie quello occidentale. I governi e le organizzazioni internazionali sono allarmati e impotenti, cercano di tamponare le falle ma invano perché nel mondo globale la crisi dei mutui edilizi di una finanza americana da roulette si abbatte su tutti come uno tsunami.

Per quanto riguarda l'Italia, non c'è trasmissione televisiva o cronaca giornalistica seria e polemica politica che non dia conto di un disagio diffuso e incontrollabile anche nelle zone del benessere. Per non parlare del Mezzogiorno, che alle emergenze socio-economiche aggiunge una qualità della vita pessima, l'insicurezza per il dominio di organizzazioni criminali, una malasanità spaventosa, fino a essere sommersa e avvelenata dalla monnezza come accade in Campania e oltre.

Soru taglia l'affitto da 800 mila euro
a Zuncheddu, che ne incassa altri 68 mila

Bene, questo essendo lo scenario nazionale e internazionale, il giornale menagramo per calcolo grida che la Sardegna è il posto peggiore del mondo. Dove si vive una situazione più grave dei luoghi più disastrasti in assoluto. La crisi sarda è seria, pesante, vissuta malissimo da tanti, sofferta dai più indifesi, patita dagli incapienti (come ora si chiamano i poverissimi) ma anche dal ceto medio, dai giovani e soprattutto dalle donne. Nessuno sconto sull'analisi. Truccare le carte fingendo che non sia parte di una realtà complessiva ma specifica e solo nostra, volere la povertà localizzata in una sola regione mentre è diffusa e drammatica, fare della Sardegna il campione del peggio, è una mascalzonata che supera l'imbecillità irresponsabile di chi si presta a questo gioco al massacro: ingenera ulteriore pessimismo, incapacità di reagire, accentua il fatalismo da sempre largamente diffuso.

Passi che lo pratichi il giornale del malaugurio al servizio di interessi ben noti e rapaci, che punta solo a trasformare Renato Soru nell'unico capro espiatorio, abbattuto il quale tutto tornerebbe a posto: solo in Sardegna, naturalmente, mentre il resto d'Italia continuerebbe ad andare a catafascio. Ha doglianze motivate. Soru ha svuotato una dependance per 32 regionali in uno degli edifici costruiti da Zuncheddu con l'ipermercato Auchan, ricollocando gli impiegati nei palazzi regionali. In questo modo ha fatto risparmiare alla Regione oltre un milione di euro all'anno (800 mila di affitto a Zuncheddu).

Il gruppo Unione (giornale web, quotidiano cartaceo, Videolina, Radiolina) incasserà a breve molte decine di migliaia di euro dalla Regione per progetti (alcuni riciclati da iniziative precedenti) per la diffusione della limba. Briciole, rispetto alle sponsorizzazioni miliardarie dei tempi di Pili, da Comune e Province, ospedale Brotzu di Franco Meloni, Teatro lirico e ogni sorta di festival pagato dalla Regione. Dunque si capisce la sua amarezza: colpito al portafoglio più che al cuore politico.

Medde e il Norbello gallico anti-Soru:
a Milano stipendi più alti, scoperta da Nobel

Ma che a questo coro si aggiungano le voci stonate di sindacalisti usi obbedire tacendo, è una vergogna per il movimento dei lavoratori così mal rappresentato. Sentite la sciabolata decisiva del tristo cislino Mario Medde, che tuona a ore alterne sui mezzi di disinformazione di Zuncheddu. Merita il premio Nobel per l'economia. Ha scoperto che nel Nordovest «le buste-paga hanno un differenziale del 22 percento rispetto al Sud e alle isole». Come è noto, e tutti sapevamo, a Nuoro e Catanzaro o Enna e Carbonia, le buste paga sono sempre state superiori del 30 per cento rispetto a quelle di Milano: le parti si sono invertite quando è arrivato Soru, smascherato dal bardo dei poveri. Il quale, in vena di scoperta sensazionali, annuncia che le pensioni sarde medie sono di 703 euro, 78 in meno di quella italiane e, «raffronto impietoso» per il cronista a tappetino, i 906 della Lombardia. Mai sentito, era tutto il contrario con Floris e Pili in Regione.

Una roba da barricate. Infatti al Nord rivendicano salari, stipendi e pensioni più elevati: perché il costo della vita è molto più alto (vero) che nel Mezzogiorno. Questo pittoresco cislino che immagineresti sempre dietro un corteo funebre per la sua contagiosa allegria, è una risorsa regional-mondiale. Un colto, ironico ex presidente, Sandro Ghinami, aveva contro un altro Medde (Tatano, spiritoso e liberale). Era di Norbello, come il nostro nobel-cislino: in Consiglio gli stava in cagnesco come il cognonimo a Soru. Un giorno, esasperato, a Ghinami scappò in Consiglio una memorabile battuta: «Giulio Cesare aveva affrontato, vinto e scritto il de bello gallico. Sono proprio sfortunato, se a me è toccato il Norbello gallico».

Non poteva immaginare che, trent'anni dopo, analoga jattura sarebbe spettata a Soru. Il Norbello-bis non gliene lascia passare una. Implacabile, non tenero e affettuoso come con Mariolino Floris, Mauro Pili, i suoi vecchi e attuali amici del Polo che nell'armadio hanno più scheletri di un cimitero a livello politico, economico e morale. Ma sempre stati portati in palmo di mano dall'inesorabile cislino-polista aspirante primo della lista del centrodestra. È comunque riuscito a trasformare in badante allineato il Giampaolo Diana della povera Cgil, che meriterebbe altra sorte, mentre la Uil era e resta quel che è sempre stata.

Quando il suo segretario aggiunto ribadisce che «la Sardegna vive questa situazione ancora peggio» e come gli omologhi chiede che sia la Regione a rilanciare il potere d'acquisto, ridurre le tasse, garantire il welfare pieno, bloccare il rincaro dei prezzi e delle tariffe, fermare la non resistibile ascesa del petrolio (è giusto: deve fare quel che lo Stato, la Ue, l'Ocse, il Fondo monetario e gli USA non riescono a fare), invocando la concertazione come un tempo panem et circenses, viene da chiedergli: «O Calledda, hai mai messo il naso oltre Carbonia e Desulo nel resto del Sud e in sacche del Nord Italia, vedi mai la tv italiana oltre Videolina, leggi un giornale nazionale e non solo L'Unione in cui ti specchi, hai mai guardato e interpretato i dati di Eurostat, Istat, Bankitalia, Tesoro, Confindustria e via elencando?».

Va bene la demagogia e le parole al vento: ma non peggio del peggior maestrale. La Regione che deve bloccare da sola e solo in Sardegna una condizione strutturale nazionale e mondiale: i sindacalisti hanno raggiunto il biondo Marracini nelle elucubrazioni socio-pollitiche e si apprestano al sorpasso delirante.

E ora, il bufalificio di Terrapieno
e i sindacalisti diranno: sbaglia l'Istat

Fanno in tempo reale la meritata figura dei paracottari perché, al solito, il diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi per gli sprovveduti. Poche ore dopo il requiem della disinformazione di Terrapieno con coro sindacale, l'Istat pubblicava sul suo sito i conti economici regionali, la fotografia dell'Italia. Guarda un po', la Sardegna è nella solità aurea mediocrità: sotto la media nazionale in tutti i parametri (ma vicina in alcuni), sopra nella media meridionale, spesso parecchio meglio. Ovvero, piove governo e Regione ladri: ma non più e non peggio che in mezza Italia. Meno e meglio che nel Mezzogiorno: con una sanità incomparabilmente superiore, un clima morale ripristinato dopo gli anni del degrado polista, un sottosviluppo che viene da lontano ma che può essere ribaltato in pochi anni.

Insomma, non siamo la Caienna o l'Angola descritte falsamente dal quotidiano iettatorio e dai baldi sindacalisti d'appoggio. Va male, c'è tanto da risalire per raggiungere una condizione accettabile. Ma anziché assecondare le Cassandre a gettone, e senza consolarci perché altrove va peggio, proviamo a reagire e non piangerci addosso più del solito. Serve azione, non lacrimatoio. L'Istat - oggi il premiato bufalificio di Terrapieno lo ignorerà, minimizzerà o falsificherà - ha sbugiardato il quaresimalista Medde e i colleghi che gli tengono bordone. Gli va contestata l'aggravante di aver taciuto colpevolmente negli anni passati. Di fare la lagna per ragioni di bottega (non una parola sui consorzi industriali e le altre vergogne del sottopotere in cui sono invischiati: conta solo la formazione professionale clientelare e dissipatrice). Di non attribuire le responsabilità dovute agli amici di Medde per i misfatti degli anni pregressi.

Sanno evocare la parolina magica (concertazione) che dovrebbe rilanciare le magnifiche sorti e progressive. Non c'è niente da concertare seriamente con portatori malati di provincialismo grottesco: presentano la Sardegna come una provincia rumena, fingono di non sapere che è in Italia, con gli stessi problemi di tanta parte degli altri italiani. Non siamo sotto e peggio: lo sono loro e la loro grancassa mediatica. Una bella compagnia di sventura.


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