l'altra voce.net


giovedì 3 gennaio 2008

Muore la città “liberata” dai servizi
e dalla residenza nei rioni storici
Per Cagliari c'è un futuro americano?

di Sergio Ravaioli

Nell'Università di Cagliari si osserva un crescere di iniziative che denotano maggiore attenzione che nel passato al contesto nel quale si colloca. Sembra che cresca la percezione del ruolo che il sistema Università può, anzi deve, giocare per innescare nel territorio in cui opera quel fantomatico sviluppo basato sull'innovazione che tutti vogliamo, ma non sappiamo chi e come ce lo debba servire sul piatto, preferibilmente d'argento.

In questa atmosfera di rinnovata attenzione e impegno mi piace leggere l'intervento di Franco Annunziata e collaboratori sulla congestione del traffico cagliaritano, con il quale non concordo in pieno, ma apprezzo molto la “discesa in campo” dell'Università in un terreno per decenni lasciato in esclusiva al bar dello sport e ai professionisti della politica. Con i risultati da far invidia ad Erode in quanto a massacri di bambini, gettati via insieme all'acqua sporca.

Mi spiego: risolvere i problemi della congestione veicolare eliminando gli “attrattori urbani” vuol dire appunto gettare via l'acqua sporca insieme al bambino. Vuol dire rinnegare secoli di cultura storica ed urbanistica, la quale ci spiega la profonda, essenziale interconnessione tra concentrazione di funzioni diverse che osserviamo nelle città e lo sviluppo della civiltà umana, in particolare mediterranea (Pasquale, batti un colpo: queste cose me le hai insegnate tu per primo, quarant'anni fa!).

La dispersione casuale (casuale?) in periferia di servizi quali la motorizzazione, molte scuole superiori, importanti strutture universitarie, è quanto di più irrazionale si potesse immaginare: un indicatore del degrado del sistema di qualità della nostra governance che non sa attrezzare il centro e non sa programmare, qualificare e organizzare il decentramento; riuscendo così a sommare i disagi e i costi di un centro ingolfato con quelli di una periferia irraggiungibile, se non con l'auto privata.

Questa malattia ha un'eziologia complessa ed antica, ma certamente un ruolo importante l'ha giocato l'incapacità dell'intellighenzia locale, e quindi in primis dell'Università, ad impegnarsi su questioni importanti non solo per il proprio specifico, ma anche per lo sviluppo del proprio territorio. Ricordo che urbanistica e politica hanno la medesima radice: urbs in latino e polis in greco.

Torniamo al centro del problema: dovrebbe essere ben chiaro che l'attrattore di traffico non è il parcheggio, ma la funzione, il servizio per il quale ci siamo mossi da casa. E quindi sia ben chiaro che se volessimo eliminare i flussi di traffico dovremmo eliminare le funzioni che ci attraggono: la carenza di parcheggi (se non accompagnata da ciò che dice Franco Annunziata) è solo un passaggio intermedio verso l'eliminazione delle funzioni che attraggono utenza, come da tempo sta succedendo in forma del tutto random, forse inconsapevole.

E si dovrebbe porre maggiore attenzione al fatto che se dal centro togliamo la pluralità di funzioni, sia gravitazionali che residenziali, generiamo problemi ancora più gravi della congestione di traffico. Se togliamo la residenza abbiamo le downtown americane, stressanti di giorno, deserte dopo le cinque di sera e nei giorni festivi. Se togliamo il terziario inneschiamo il degrado edilizio al quale segue il degrado urbanistico, economico e sociale. Al centro storico degradato si accompagneranno quartieri periferici ben ordinati, ben serviti e ben protetti da vigilantes privati, armati: basta una visitina negli Stati Uniti per vedere cosa ci aspetterebbe. Due scenari entrambi molto poco appetibili!

Quindi una minima base di condivisione per impostare un discorso costruttivo, attento a non ripetere errori difficilmente reversibili già compiuti da altri, dovrebbe essere quella di non concepire l'ingresso di visitatori in città come una iattura da scoraggiare con tutti gli strumenti concepibili, ma come una risorsa da gestire, regolamentare, razionalizzare.

Magari ascoltando anche gli specialisti: cosa che, generalmente, si usa fare in presenza di problemi complessi. Se poi gli specialisti riuscissero a concepire un modello di accessibilità urbana capace di mantenere la pluralità di funzioni prescindendo da una rete metropolitana (la “cura del ferro” proponeva pochi anni addietro il programma nazionale dei DS), oppure prescindendo da un vasto programma di costruzione di parcheggi (magari sotterranei, magari per i residenti); se fossero capaci di ciò realizzerebbero una prima mondiale e meriterebbero un ipotetico Nobel dei trasporti.

Speriamo che il Piano strategico di Cagliari, pur soffrendo di una elaborazione che la Regione ha voluto affidare a singoli Comuni e non ad ambiti sovracomunali ottimali, riesca ad orientare in questa direzione il dibattito urbanistico, sinora dominato da sciocchezze quali i parcheggi da evitare perché attrattori di traffico, la metropolitana che non deve mai andare sottoterra, i parcheggi di scambio ubicati vicino al luogo di arrivo e non a quello di partenza, etc., etc.

Certo se il dibattito dovesse prendere i connotati della serietà e responsabilità non si potrebbe prescindere da un discorso altrettanto serio sul reperimento delle risorse economiche. In proposito avrei qualche ideuzza, ma ho superato una pagina e so che oltre non sarei letto. Se interessa ne parlo in un'altra puntata.


Google
 


© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari