giovedì 3 gennaio 2008
di Elvira Corona
Saranno forse 65 come sostiene il CPJ (Comitato per la protezione dei giornalisti), o forse 86, secondo i conteggi di Reporters sans frontières: in ogni caso, anche nel 2007 troppi giornalisti sono morti per cause dovute alla scomoda professione che svolgevano.
Se sul numero esatto c'è qualche divergenza tra i dati delle due organizzazioni, nell'indicare i paesi più pericolosi il verdetto è unanime: in Iraq, Somalia e Pakistan si registra il più alto numero di omicidi tra i professionisti dell'informazione. «Fare il giornalista in Iraq rimane uno dei mestieri più pericolosi del pianeta», ha commentato il direttore esecutivo di CPJ, Joel Simon: i morti sono infatti 31 solo nel paese della mezzaluna fertile e molti di loro sono stati vittime di omicidi mirati. Cecchini non identificati, kamikaze, e l'attività militare Usa rappresentano i rischi maggiori per i giornalisti.
A parte un reporter russo, gli altri 30 uccisi erano di nazionalità irachena. Per la maggior parte lavoravano per i media locali, ma nove di loro collaboravano con testate e agenzie di stampa internazionali, come The New York Times, ABC News, Reuters e Associated Press. «I membri della stampa vengono presi di mira e assassinati con una regolarità allarmante», continua Simon: «vengono sequestrati sotto la minaccia di un'arma da fuoco, e poi ritrovati morti in seguito, oppure vengono colpiti a morte su due piedi».
Il collegamento tra questo tragico primato e la realtà della guerra appare scontato. Spiegano da RSF: «Mai come in Iraq sono stati uccisi tanti giornalisti. Dall'inizio della guerra, nel marzo 2003, almeno 207 professionisti dei media sono stati uccisi. Né la guerra in Vietnam, né il conflitto nell'ex-Jugoslavia, né i massacri in Algeria o il genocidio rwandese avevano fatto tante vittime tra i professionisti dell'informazione. Oggi è fondamentale che le autorità irachene e americane – che si sono anch'esse entrambe macchiate di gravi violazioni ai danni di giornalisti – prendano le misure necessarie per arginare queste violenze».
A peggiorare la situazione è proprio il fatto che le autorità del Paese rispondono all'emergenza con un inquietante immobilismo. Il governo iracheno non ha trovato, per il momento, una soluzione efficace per arginare queste violenze. Una delle rare proposte fatte dai dirigenti nazionali è stata quella di permettere ai giornalisti iracheni di avere a loro volta un'arma, per provare a difendersi in caso di aggressione.
Situazione critica anche in Somalia, che continua ad essere una sorta di far-west nel quale vige la legge del più forte. I professionisti dell'informazione sono spesso testimoni di scomode verità, e per questo presi di mira ed eliminati. Il rapporto CPJ descrive la Somalia come il secondo paese più letale per i media nel 2007. «Le terribili violenze in Iraq hanno oscurato un ambiente sempre più deteriorato per i media in Somalia», ha detto Simon. «I giornalisti che lavorano in questo paese devono affrontare ogni giorno enormi rischi».
RSF condivide l'analisi e descrive il 2007 in Somalia come «uno degli anni più sanguinosi dell'ultimo decennio, caratterizzato da un'ondata senza precedenti di attacchi. Mentre i reporter stranieri preferivano non recarsi più nel Paese, i giornalisti somali, in prima linea, sono diventati le facili prede della violenza e dell'anarchia dilaganti». La metà dei giornalisti uccisi nel 2007 sono caduti vittime di uccisioni mirate, compiute da killer professionisti. Tre di questi giornalisti erano delle personalità di spicco del mondo dell'informazione somalo: il co-fondatore di Radio HornAfrik, un famoso cronista e il direttore del gruppo di stampa nazionale Shabelle Media.
Dopo queste uccisioni, quasi tutti i responsabili dei media indipendenti somali hanno preferito espatriare per paura di diventare le nuove vittime delle ritorsioni e delle violenze in corso nel Paese, lasciando così il presidio sguarnito e favorendo probabilmente il dilagare della criminalità. I giornalisti di Mogadiscio temono oggi che la città diventi una “piccola Bagdad”.
Nel continente asiatico invece è il Pakistan ad avere il primato degli attacchi contro i giornalisti. In questo caso non solo omicidi mirati ma anche vittime di attentati suicidi e di violenti combattimenti tra esercito ufficiale e guerriglieri non meglio identificati. Per fare solo un esempio su tutti, Muhammad Arif - collaboratore dell'emittente Ary One World - è una delle 133 vittime dell'attentato kamikaze dello scorso ottobre a Karachi, organizzato per colpire il leader dell'opposizione Benazir Bhutto, che in quella occasione era rimasta illesa.
Nei due dossier preparati dalle organizzazioni internazionali si parla anche dell'assassinio dell'editore turco-armeno Hrant Dink, fuori dalla redazione del suo giornale a Istanbul, che ha scosso profondamente l'intera stampa turca, oltre alla comunità internazionale.
Non solo i professionisti ma anche i collaboratori dei media sono sempre più a rischio. Il CPJ ha stilato una lista dei morti tra i lavoratori dei media: in tutto il mondo, 20 traduttori, guardie e autisti sono stati uccisi nel 2007.
Altro fattore preoccupante è il costante clima di impunità che si crea attorno a queste morti. Nel 90% dei casi, gli omicidi di giornalisti restano totalmente o parzialmente impuniti. Spesso i governi dei Paesi nei quali i giornalisti perdono la vita sperano che tempo ed indifferenza proteggeranno gli assassini contro eventuali sanzioni. Inoltre gli omicidi irrisolti hanno diffuso paure e auto-censura, minando anche in questo modo il lavoro dei media. Le organizzazioni per la libertà di stampa lavorano anche contro questa impunità e continuando a mobilitarsi per far luce sui drammi dimenticati del passato.
In ogni regione del mondo, i giornalisti coraggiosi, autori di reportage scomodi o che si sono occupati di storie delicate, sono stati messi a tacere. La morte è la soluzione più estrema ma ci sono altri mezzi, che vengono impiegati per imbavagliare i tentativi di fare luce su questioni oscure. Il bilancio 2007 di RSF ricorda ad esempio che nel mondo 135 giornalisti sono ancora in carcere. Questa cifra rimane, da anni, più o meno la stessa: i giornalisti liberati sono sostituiti molto rapidamente da nuovi detenuti. In totale, 887 giornalisti sono stati privati della loro libertà durante il 2007. Il Pakistan batte tutti i record con 195 giornalisti fermati, seguito da Cuba, con 55 arresti, e dall'Iran con 54.
Sono 65 invece cyberdissidenti detenuti per essersi espressi liberamente su Internet. La Cina mantiene la sua leadership mondiale per quanto riguarda la cyber-repressione con 50 persone attualmente in carcere, e le Olimpiadi ormai alle porte.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari