l'altra voce.net


giovedì 3 gennaio 2008

Interventi.

I milioni buttati contro la dispersione
e la scuola diventata un affare
Dopo la denuncia sono gradite le idee

di Donatella Lissia

Nel suo articolo sulla scuola e sul “silenzio degli incoscienti”, Marco Pitzalis ha aperto un varco importantissimo su una questione che riguarda tutto il mondo dell'istruzione, sul quale, purtroppo, poco si sa e ancora meno si discute. Invece l'argomento del sapere dovrebbe essere al centro di qualsiasi dibattito, dal momento che da qui partono, come ben ha intuito il presidente Soru, tutte le diramazioni che portano alle problematiche di ogni settore, pubblico e privato.

Da buon intenditore della deontologia dei docenti, sia come sociologo che come docente nel SSIs e scrittore di saggi sulla formazione degli insegnanti, Pitzalis denuncia giustamente il malcostume che, dagli anni novanta ad oggi, impera in Italia e soprattutto in Sardegna nella pratica contro la dispersione scolastica, che ha condotto gli istituti - guidati da miopi, se non cieche, amministrazioni regionali - a ritenere che la soluzione dell'abbandono scolastico di molti giovani possa risolversi con una progettazione selvaggia, priva di condivisione e soprattutto non monitorata, utile più a riempire le tasche di operatori scolastici di varia estrazione, piuttosto che ad affrontare il diavolo per le corna ed andare quindi a vedere in modo concreto il perché la scuola è un settore così in crisi, di identità e di efficacia.

È un'analisi lucida, condivisibile appieno, quella che accusa le istituzioni di non utilizzare come dovuto il danaro pubblico erogato, per mancanza di attenzione, per incapacità di approfondire, ma anche per perseguire il falso concetto che basti il danaro per risolvere i mali e poi non si guarda come viene speso. È questa una malformazione degli anni a cavallo del millennio che ha coinvolto molte istituzioni, non solo la scuola.

Gli insegnanti, come Pitzalis sa bene, non sono dei progettatori o almeno non lo erano prima degli ultimi dieci anni. Hanno tentato di diventarlo, molte volte in modo costrittivo, perchè certi denari dovevano essere spesi e la legge sull'Autonomia scolastica - una delle occasione perdute da riguadagnare - sembrava garantire, con una certa gratuità apparente, la possibilità che la scuola si potesse cambiare subito dall'interno. In teoria era vero, ma è accaduto il contrario.

I docenti abituati a stare in classe e a svolgere con rigore il proprio lavoro, con in mente solo l'aggiornamento proprio per migliorare se stessi e i propri allievi, hanno continuato a fare il loro dovere con dignità. Altri docenti, in numero purtroppo elevato, hanno trovato altre fonti di guadagno e si sono scoperti, senza esserlo, progettatori di straordinari percorsi, fuori dalla didattica frontale, che è divenuta così la cenerentola. Si è giunti in pochi anni ad uno spostamento dell'asse della cultura: la scuola del mattino, con i soliti prescrittivi programmi, ritenuti ormai tediosi e superati ma inesorabili, e la scuola dell'extradidattico, luogo dell'inventiva, della creatività docente, in realtà mercato e lucro, arrotondamento di stipendio, con pochissime eccezioni.

Ha ragione quindi il sociologo nel paventare il pericolo del continuare a ritenere che la dispersione scolastica si combatta a suon di milioni. Certamente le piccole riforme, da quella degli esami di maturità, dei debiti, dell'insegnare o no Dante, etc. non tratterranno i ragazzi di più a scuola, e nemmeno i corsi di bridge, la danza latino-americana, offerte di cui già è pieno il mondo, in modo più programmato e più appetibile.

Approfitto di questo splendido spazio di libertà, forse unico nella stampa nostrana, garantito da AltraVoce, per aggiungere a quelle del sociologo alcune mie modeste considerazioni. Modeste, perchè io sono un'insegnante in pensione, che ha deciso di uscire dalla scuola e di occuparsi d'altro, proprio perché in quella scuola non c'era più il luogo dove si era ritrovata nella sua non breve carriera. Appartengo dunque a quella categoria che, in coda al suo pregevole pezzo, Pitzalis definisce, in modo sottilmente crudele, come coloro che «ritengono di sapere già cosa serve per la scuola, solo perchè a scuola ci sono andati».

A parte il fatto che mi pare lapalissiano che l'esperienza del vissuto sia superiore a qualsiasi teoria a tavolino, Pitzalis ha sbagliato nel finale. Peccato, perchè il suo è un pezzo pregevole e raffinato. Infatti non ha letto la delibera dell'assessore Mongiu e non conosce lo spirito con cui persone che nella scuola hanno agito, e quindi sanno bene cosa sia accaduto fino ad oggi, stanno operando. Sono soldi erogati per precisi intenti, tra i quali prioritario è il recupero dei saperi fondanti. Sono soldi di cui si chiede rendiconto e su cui sarà previsto monitoraggio. Sono fondi dedicati al superamento dei progettifici.

Cosa ne faranno realmente le scuole? Può darsi che accada come nel passato (vedi giunta Pili e company) e cioè che questi tanti soldi erogati dalla Giunta in carica finiscano solo nelle tasche dei soliti noti e non siano proficui per togliere gli studenti sardi dal grado di scolarità critica in cui i dati statistici li relegano. Ma certamente il presupposto è diverso, la politica scolastica nasce da altri intenti, c'è un dibattito forte, un pensiero diverso.

E c'è bisogno dell'aiuto di tutti gli intellettuali sardi, compreso Pitzalis, perchè si possa cambiare rotta, analizzare i guasti di un'istituzione che necessita dell'apporto di tutte le persone che hanno a cuore la cultura. Bisogna rifondare la scuola. E chi lo può fare se non chi c'è stato, chi ne ha sofferto le cadute e le conosce tutte?

Le critiche costruttive sono utili, ma cosa propone concretamente il sociologo e lo studioso? Dia lui le dritte a chi governa e trasformi i suoi anatemi in azioni positive, suggerisca strade, offra anche in volontariato il suo contributo. L'invito è per tutti.


Google
 


© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari