giovedì 3 gennaio 2008
di Tonino Cau
Lo conobbi nel 1974, a Firenze. Non di persona, ma attraverso i suoi accorati canti registrati sul disco “Sa bandiera ruia” (Dischi del Sole-Nuovo Canzoniere Italiano): mi fulminò non la voce in se stessa, che non aveva alcunché di particolare, ma il pathos straordinario che dalla voce promanava. Sentivo un trasporto mai neppure immaginato, paragonando il “suo” modo di interpretare il canto a tenore a quello degli altri cori (che pure mi piacevano assai) che allora giravano sui palchi. Qualche mese dopo lo ricordo ispirato cantare a favore del divorzio, in una iniziativa di propaganda per il referendum, a pochi metri da casa mia, ad Oristano. I tenores di Neoneli non esistevano ancora. Io ballavo nell'omonimo gruppo folk.
Cominciò l'anno dopo una frequentazione che portò me ad Orgosolo e Peppino Marotto ad Oristano, innumerevoli volte. Mi ha insegnato le virtù migliori della sua gente, di quella gente indomita che sa far fronte ai soprusi del tempo e degli uomini. Mi ha aperto un libro sull'importanza di tramandare in maniera progressiva le nostre tradizioni, mi ha convinto che il canto è più utile se sa trasmettere emozioni non solo per le belle e arcaiche vocalità, ma anche per i concetti attuali che riesce a esprimere. Grazie a lui ho conosciuto centinaia di persone del suo paese e della sua cerchia, l'una migliore dell'altra, dalle quali ho appreso tante cose sconosciute e che hanno incentivato la mia crescita come individuo e come intellettuale politicamente impegnato.
I suoi versi sono lentamente diventati come una colonna sonora della mia giovane vita, e hanno permeato interamente i primi vagiti dei tenores di Neoneli. «… Non cantilenas vanas, vagabundas, cantadas tantu pro cherrer cantare, ma fatos, cosas serias e prufundas, pensadas e chi faghene pensare, ca naschene e currene in sas undas de sa pura currente populare …» Io e gli altri ci siamo uniformati a questo elementare concetto del “canto utile”, e non siamo riusciti mai a staccarci.
Cantavamo anche canzoni sue, all'inizio, che per altro scattò proprio durante una delle mie visite a Peppino. Sapendo che stavamo riformando il tenore di Neoneli, un amico di Nuoro, Salvatore Mura (Lanterna) mi cercò per telefono. Gli dissero che ero ad Orgosolo e mi “costrinse” ad accettare l'invito per l'imminente festa de L'Unità di Nuoro. Settembre 1976. Fu lui, Peppino, a stimolarci a scrivere da noi i nostri testi, ché tanto sarebbero stati apprezzati, visti gli argomenti che avremmo certamente affrontato, i “suoi” argomenti.
Negli ultimi anni, quando leggeva i miei libri, spesso mi diceva che se ero un bravo insegnante (il mio mestiere per trent'anni), certamente lo avevo sorpreso maggiormente come “allievo”, visto il livello che avevo raggiunto nei miei componimenti. Anni prima, con la stessa disarmante sincerità, mi aveva detto al contrario che dovevo ancora studiare molto metrica e stilemi, e che al momento ero «pius dotadu in sa pitura» (la mia passione primigenia). Lo diceva convinto e contento, perché a suo avviso un allievo eguagliava il maestro. Fu il miglior apprezzamento che avessero mai fatto ai miei testi. Fu in ogni caso quello in assoluto quello da me più gradito.
Tutti gli anni, dal 1978 fino al 2005, lo ebbi ospite a casa ogni estate. Uno della famiglia, era, non un semplice amico, e lui si sentiva parte integrante della nostra cerchia familiare. Lo si aspettava sempre come fosse un evento, io, i miei genitori, poi mia moglie e miei figli. Erano i giorni in cui faceva l'amore con il “suo mare”, con la marina di San Vero Milis che tante volte ha esaltato in componimenti di una lirica straordinaria. Lo si vedeva gioire, lui uomo di montagna, mentre nuotava a Mandriola o a Sa mesa longa, come una pasqua, come un bambino. E in quelle e cento altre circostanze lunghissime passeggiate e discussioni, quasi sempre di politica, di attualità, di tematiche paesane.
Sono sempre stato persuaso che uno come lui avrebbe dovuto occupare un posto importante nella nostra scena politica, almeno regionale, nelle istituzioni. Una visione mentale, una preparazione a tutto tondo, facevano di lui un uomo dalla saggezza incomparabile. Paragonare lui a certi personaggi di avanspettacolo che pullulano nella politica odierna fa venire una grande tristezza. La stessa tristezza che lo pervadeva quando sentiva di disastri ambientali causati dall'uomo, e allora si sfogava con le sue accorate rime, che soleva recitarmi in anteprima.
Come non ricordare il luglio 1982, quando un enorme incendio minacciò l'abitato di Neoneli? Lui il giorno arrivava ad Oristano, per il consueto soggiorno marino estivo a casa mia. Quella sera dovevamo cantare a Gergei (sarebbe venuto ospite anche lui, a sentirci), ma a causa dell'incendio non vi andammo anche perché il nostro Nicola rischiò di restare asfissiato, prodigandosi generosamente ad aiutare una donna sfiorata dalle fiamme. Andammo invece al mare ed entrambi ci mettemmo a scrivere: io le prime cinque strofe de “Su ballu 'e su fogu”, lui alcuni sonetti contro i piromani.
Le sue rime, sulle sue angosce, le sue speranze, la sua politica, io raccolsi fino al 1996, e lo convinsi a pubblicare un libro, che mi impegnai a curare fin nei dettagli: “Su pianeta 'e Supramonte”, del quale scrissi anche una post-fazione. Peppino non aveva mai avuto l'idea di individuare un editore che pubblicasse i suoi lavori poetici, né mai alcun intellettuale si era peritato a farlo o farlo fare per conto suo. Ricordo ancora la presentazione del libro ad Orgosolo e quella all'Università di Cagliari, gremite di persone entusiaste.
E che dire ancora delle molteplici escursioni che facemmo nella campagna orgolese? Con passo lento e tipico dei saggi, ogni pietra, ogni cespuglio, ogni pianta, ogni rumore, ogni aroma era motivo di ammirazione, un'ammirazione contagiosa. Idem quando era lui a spostarsi a Neoneli, a Oristano, al mare. Trasmetteva le sue passioni, come un benefico virus, per le cose belle, per le cose giuste, per la vita. Amava la vita come pochi, forse come nessuno. Ogni essere destava la sua meraviglia, ogni tassello della natura suscitava la sua osservazione, magari provocava la voglia di un verso, una poesia.
Sul canto a tenore è stato per noi un vero mentore. “Il” vero mentore. Non nel senso tecnico, perché i nostri maestri di canto erano a Neoneli. Non nel senso dei testi, perché come ho già detto quasi da subito cantammo le nostre canzoni. Lo è stato però, profondamente, nella misura in cui per Peppino non aveva senso, ai giorni nostri, cantare su un palco, cantare a tenore, senza cercare di trasmettere idee e contenuti attuali, convinzioni che divennero subito anche le nostre. Per cantare come nel paese (in su tusorzu, in su tzilleri, in s'isposonzu…) tanto valeva salirci, sui palchi.
Fu lui, fra i Sessanta e i Settanta, ad affermare che “su tenore” poteva essere un formidabile veicolo di divulgazione, soprattutto nelle zone interne, così come lo erano le gare poetiche. La gente si informava e si sensibilizzava ascoltando sos cantadores, sos tenores. Così il canto pastorale divenne anche canto di denuncia e protesta, proposta e sensibilità civile, ambientale, e così via. Per lui significò perorare, cantando, la causa dei pastori e dei braccianti, della giovane classe operaia sarda, dell'internazionalismo, degli insegnamenti dei grandi come Pertini, Lussu, Gramsci, Berlinguer, Spano, dell'ambiente naturale, dei valori come solidarietà, amicizia, della lotta a tutte le guerre e al terrorismo.
Scrissero di lui, del suo personaggio e della sua poesia, della sua realtà, giornalisti e scrittori famosi, facendone quasi una figura mitica, seppure in realtà così umile e sempre disponibile a dispensare consigli e a mettersi a disposizione del prossimo. Innumerevoli sono le terzine che ci scambiammo, anche se le nostre frequentazioni personali ci permettevano di vederci molto spesso, soprattutto fra il 1978 e il 1990, quando condividemmo oltre cento spettacoli in mezza Europa, Russia compresa. In quelle terzine scambiavamo le nostre reciproche convinzioni e teorie sull'attualità e su mille altri argomenti.
Trentadue anni di assidue frequentazioni mi hanno permesso di conoscere e apprezzare un personaggio straordinario, come non ne ho mai conosciuto. Mi onorava, Peppino, quando diceva che ero colui che, oltre ai familiari, lo conosceva meglio, l'amico più fidato. E mi onora avere avuto in lui anche io il migliore amico di sempre. I rapporti basati su sentimenti genuini, sulla condivisione di mille cose, sono immarcescibili.
Neanche la morte me lo ha portato via del tutto. Nessuno mi porterà via le mille fotografie scattate in mezza Sardegna e in Europa, nei teatri di tante località, sui palchi di tante feste dell'Unità. Nessuno cancellerà le poesie che ci scambiammo negli oltre sei lustri di rapporti amichevoli, fraterni, le registrazioni, le ore, le occasioni, i giorni e i mesi vissuti assieme. Un archivio di cose materiali e no, una memoria storica a prova di oblio, che mi accompagnerà per il resto della mia vita, resa più fortunata dalla profonda conoscenza di una persona splendida come Peppino Marotto.
Il gesto di un balordo sconsiderato, che forse non avrà mai più neppure il coraggio di guardarsi allo specchio senza provare un'infinita pena per se stesso, ha tolto la vita a Peppino, ma non ha ucciso tutto ciò che di grande, bello, serio e pulito lui ha lasciato in tutte le persone perbene.
…Unu che a issu non at a morrer mai, ca at lassadu istigas de bundu, si puru no est piusu in custu mundu, sas operas sun bias sempremmai, milli poesias, totus bellas gai, se significu nobile e prufundu, penseris e fainas de bontade cultura e impegnu de alta nobiltade. Chie at connotu a issu at in s'ammentu un'omine masedu, de capia, un'omine chi at fatu bene ebbia, cun d'un'insuperabile talentu, un'omine chi est unu monumentu, de bonusensu e de rara balia, issu est cun sos bonos in sa gloria, e at a abbarrare semper in s'istoria…
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