l'altra voce.net


giovedì 3 gennaio 2008

Interventi.

La voglia di capire se la lingua negata
allontani i ragazzi da una scuola
che ha ancora tanto da farsi perdonare

di Roberto Bolognesi

L'articolo di Marco Pitzalis del 27 dicembre mi offre lo spunto per uscire dalla fase della denuncia/protesta e presentare alcune idee e proposte su come si sarebbero potuti utilizzare quei 29.000.000 di euro che l'assessore Mongiu ha affidato alla buona volontà - a su bonu coru? - della scuola sarda.

In Sardegna esiste non solo un gravissimo problema di dispersione scolastica, ma anche un problema linguistico: c'è un collegamento tra le due cose?

Secondo vari autori che ho citato nel mio articolo precedente (Pira, Pinna Catte, Spanu Nivola) il rapporto chiaramente esiste. I sardi costituiscono una minoranza linguistica e ovviamente parlano una lingua diversa da quella ufficiale dello stato e della scuola. Questa verità è stata riconosciuta anche da una legge dello stato (la 482/99), ma non dalla scuola, che continua, nella sua generalità, a comportarsi come se questo riconoscimento fosse acqua fresca. Sembra ovvio allora che esista un collegamento diretto tra i due problemi: figuratevi se i bambini italiani improvvisamente si trovassero in una scuola francese!

Si può obiettare però che le analisi di questi autori sono invecchiate, che ormai «tutti” i bambini sardi imparano l'italiano come prima lingua. Come sappiamo però ormai dalla ricerca sociolinguistica curata dalla professoressa Anna Oppo e presentata pochi mesi fa a Paulilatino, le cose non stanno così: solo il 92% delle bambine e l'86% dei maschi impara come prima lingua l'italiano. Gli altri arrivano a scuola con il sardo come lingua principale.

Sono questi bambini quelli che - assieme ad altri - poi abbandoneranno la scuola prima del raggiungimento del diploma?

Intuitivamente viene da rispondere di sì, ma in effetti non lo sappiamo e non lo sappiamo semplicemente perché nessuno si è mai preoccupato di fare una ricerca in proposito. Certamente non la scuola.

Cito Marco Pitzalis: «Da circa dieci anni gli investimenti sulla scuola in Sardegna non hanno cessato di crescere. Eppure non si ha la sensazione che la scuola sarda abbia fatto quel salto di qualità che i cittadini avrebbero diritto di aspettarsi. […] Quello che è mancato del tutto è una capacità di riflessività, di controllo dei processi di valutazione dei risultati. Ciò che è inaccettabile da un punto di vista della correttezza dei processi amministrativi e della progettualità politica.»

Alla luce dei risultati della ricerca sociolinguistica - finanziata dalla Regione! - se io fossi stato al posto dell'assessore Mongiu, avrei allora speso una parte - una piccola parte - di quei soldi per finanziare una ricerca che facesse luce sul rapporto tra dispersione scolastica e uso del sardo come prima lingua da parte dei ragazzi: fosse anche solo per mettere finalmente davanti alle proprie responsabilità un'istituzione che ha molto da farsi perdonare in Sardegna.

Se risultasse che il rapporto tra negazione della lingua materna da parte della scuola e dispersione scolastica esiste, la prima cosa da fare con tutti quei soldi sarebbe introdurre il sardo come lingua veicolare nella scuola, almeno per una parte delle materie. E quindi bisognerebbe immediatamente commissionare la produzione di materiale didattico adeguato, andando anche a imparare come si fa in quei paesi civili in cui le minoranze linguistiche vedono effettivamente riconosciuti i loro diritti.

Tutti hanno diritto a ricevere l'istruzione nella loro lingua. La scuola italiana, in Sardegna e altrove, questo diritto lo ha sempre negato e continua a negarlo.

In effetti, si nega semplicemente l'esistenza del problema: in tutti gli studi sulla dispersione scolastica che ho consultato in questi giorni non ho trovato un unico riferimento al problema linguistico in Italia o in Sardegna. Stando alla scuola, sembrerebbe che l'Italia sia popolata da gente che parla come gli annunciatori della RAI.

In realtà gli italiani sono un popolo di minoranze linguistiche negate dalla scuola e parlano come possono.

In Olanda, invece, il “ritardo linguistico” dei figli degli immigrati turchi e marocchini viene indicato come causa principale dei loro problemi scolastici e si cerca di porvi rimedio. Sarà una coincidenza che la dispersione scolastica in Olanda è la metà che in Italia?

Per avere un'idea di quanto drammatica sia la situazione dell'istruzione in Italia si legga quanto segue (dal sito www.funzioniobiettivo.it): «Secondo un'indagine Eurostat del 1999, la realtà italiana, confrontata con la situazione europea, mostra ancora una volta le pecche e l'inefficienza del suo sistema scolastico: esaminando la ripartizione della popolazione fra i 25 e i 64 anni nei paesi dell'Unione, si osserva che in Italia oltre la metà della popolazione (54%) ha solo la licenza media, mentre nel Regno Unito questa percentuale scende al 19% e in Germania al 14%. Per quanto concerne l'istruzione secondaria superiore, solo il 34% degli italiani completa gli studi, mentre Austria (68%), Germania (61%) e Regno Unito (57%) hanno standard pari quasi al doppio. Solo l'11% della popolazione italiana, infine, consegue la laurea, rispetto al 27% dell'Olanda, al 17% di Spagna e Danimarca e al 16% del Lussemburgo.»

Ma, e i bambini “italofoni”? Tutto a posto? Niente di cui preoccuparsi?

Cito dal mio libro “Sardegna tra tante lingue”: «[…] i sardi sono generalmente convinti di parlare un ottimo italiano (Angioni, Lavinio e Lőrinczi Angioni, 1983). Questo luogo comune è in effetti molto lontano dalla realtà, ma ha come effetto quello di mantenere stabili le strutture dell'italiano regionale, in quanto le si ritiene coincidenti con l'italiano standard. Il paradosso di questa situazione consiste nel fatto che se, dal punto di vista del lessico (delle parole usate), l'italiano regionale si può definire con buona approssimazione come una varietà dell'italiano, dal punto di vista delle strutture grammaticali (sintassi, morfologia, fonologia) esso è abbondantemente influenzato dalla grammatica del sardo, e le strutture grammaticali del sardo sono spesso molto diverse da quelle dell'italiano standard.»

La scuola però non apprezza l'Italiano Regionale di Sardegna. «In proposito risultano molto significative le parole di Cristina Lavinio (1991): “Ma la scuola non si preoccupa molto neppure di intervenire accuratamente e con un metodo adeguato sulle forme più evidenti e meno accettabili di incrocio (o interferenza) tra i due diversi sistemi linguistici, che infarciscono le produzioni linguistiche degli alunni. Si limita a bollarle come errori, a rifiutarle drasticamente: ne addebita la responsabilità, all'ingrosso, al dialetto (così immediatamente indicato in una luce negativa) e non interviene in modo avveduto e rispettoso della necessità di non condannare in quanto ‘inferiori’ le parlate locali (che, almeno linguisticamente, non ha senso considerare inferiori) e della necessità, insieme, di realizzare un obiettivo democratico fondamentale: consentire a tutti di padroneggiare nel modo migliore anche l'italiano.»

Evitando di dare giudizi moralistici sull'operato degli insegnanti, è chiaro che all'origine di questo atteggiamento punitivo c'è una fondamentale mancanza di educazione linguistica. Manca negli insegnanti la coscienza dell'esistenza di una concezione della linguistica che è agli antipodi rispetto alla loro tradizionale formazione prescrittivista.»

Intorno agli anni '70, la maggioranza dei genitori sardi ha cominciato ad usare l'italiano con i propri figli. Ma il loro italiano era lontano dall'italiano standard usato e preteso dalla scuola. I genitori sardi usavano ovviamente l'italiano che loro avevano appreso. Perché hanno abbandonato la loro lingua? «Il rifiuto traumatico della propria lingua e identità subito a scuola e al di fuori di essa, ha spinto i genitori (e l'ambiente circostante) alla rinuncia ad un'identità legata alla lingua, alla storia e alla cultura locali e ha proiettato i ragazzi di oggi, loro figli a cui evitare gli stessi traumi, in un vuoto che anche linguisticamente è stato riempito alla meno peggio da una scuola latitante e dai modelli proposti dai mass-media, entrambi troppo lontani dalla loro realtà per poter essere effettivamente raggiunti.

Questo rifiuto, però, si è limitato a quella porzione della lingua che è più facilmente accessibile alla coscienza (il lessico), lasciando praticamente inalterata tutta quella porzione (la grammatica) di cui, secondo la definizione data da Noam Chomsky, abbiamo soltanto una conoscenza tacita. È come se il sistema linguistico finora negato (il sardo) si sia vendicato e continui a vendicarsi inquinando il sistema linguistico egemone. E questo in un periodo in cui, da almeno dieci anni e oltre, l'interazione linguistica fra genitori e figli avveniva già fondamentalmente in italiano (si veda Loi Corvetto 1983:24-25).

In gran parte, quindi, per i sardi si è verificato quello che Antonio Gramsci temeva avvenisse per il nipotino, come scrisse nella Lettera a Teresina del 27 marzo 1927: “Poi l'italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l'ambiente circostante e finirà con l'apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e a bocconi per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada e in piazza”.»

Esiste allora un rapporto tra la situazione linguistica dei ragazzi “italofoni” e la dispersione linguistica in Sardegna? Un simile rapporto sembra più che plausibile, ma, di nuovo, dove sono le ricerche che possono dare una risposta chiara?

Anche in questo caso, una parte di quel fiume di denaro rovesciato sulla scuola avrebbe potuto fornire chiarezza, finanziando una ricerca sul rapporto tra competenza dell'italiano standard e rendimento scolastico generale.

Se il rapporto venisse accertato - ma c'è qualcuno che ne dubita? - il passo seguente dovrebbe essere quello di insegnare ai ragazzi a distinguere tra le strutture del sardo e quelle dell'italiano: insomma, l'insegnamento contrastivo di italiano e sardo.

Quindi un'altra piccola parte di quei 29.000.000 di euro avrebbe dovuto essere investita nella compilazione di una grammatica contrastiva italiano-sardo. Questa, poi, sarebbe servita da input alla scrittura di grammatiche dell'italiano e del sardo adatte alla situazione linguistica della Sardegna.

In pochissime parole, una piccola parte di tutti quei quattrini sarebbe dovuta servire a verificare se la mancata applicazione della legge 482/99 nelle scuole sarde sia da collegare alla vergognosa dispersione scolastica in Sardegna.

E qualora la risposta fosse stata positiva, una buona parte di quei soldi avrebbe dovuto essere utilizzata per riparare ai danni prodotti dalla negazione dei diritti liguistici dei bambini sardi.


Google
 


© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari