lunedì 31 dicembre 2007
di Aide Esu
L´ultima volta che ho scritto su Orgosolo è stato nei primi giorni di gennaio 1999: un commento sulla morte di Don Muntoni. Anche allora come oggi lo feci mossa da un moto di senso civico ma soprattutto di riconoscenza per una comunità che mi ha dato molto.
Nel febbraio del 1985 sono andata ad Orgosolo per la prima volta. Andavo a studiare la violenza. Mi sono avvicinata in punta di piedi, il timore di cadere nella trappola dello stereotipo era ben presente. In fondo ero lì per studiare la violenza, niente di più facile in un momento in cui si cominciava a sparare contro i portoni dei comuni e contro i sindaci.
In quei lunghi e difficili mesi trascorsi ad Orgosolo ho imparato molte cose, gli uomini e le donne orgolesi mi hanno insegnato l´umiltà, l´ascolto, l´attenzione ed il rispetto. Erano già miei compagni di vita, ma dopo quella esperienza sono diventati indispensabili. Ho imparato che sono anche i preziosi ed irrinunciabili strumenti di lavoro di ogni sociologo.
È una lezione che non ho mai dimenticato, che porto sempre con me. Anche oggi mi accompagna nella mia ricerca in Medioriente. Quando attraverso le strade di Gerusalemme e della Cisgiordania, ascolto, presto attenzione ai palestinesi ed ai soldati israeliani nei checkpoint. Lo faccio con la consapevolezza che questo è l´insegnamento di tutte le donne e di tutti gli uomini di Orgosolo che ho incontrato. È il nostro patrimonio.
Peppino Marotto è stata una delle prime persone che ho incontrato. È stato lui per primo a dirmi che gli orgolesi erano stanchi di sentirsi ogni volta etichettati ed identificati con la violenza. Mi parlò a lungo del suo lavoro e dell´importanza della cultura come strumento di riscatto e di crescita di una comunità che aveva tanto sofferto. Era questo il suo modo migliore di incarnare la tradizione di Antonio Gramsci.
In questo primo incontro ha seminato l´importanza dell´ascolto. Lo ha fatto come solo i poeti sanno fare. Rendendo fertili parole sterili. Non stare a sentire, ascolta, ascolta il silenzio. I silenzi parlano per chi li sa ascoltare. Osserva gli sguardi e la luce degli occhi, sapranno raccontarti molte cose. Sono stati questi i suoi consigli.
La luce degli occhi di molte donne orgolesi l'ho rincontrata nel tribunale militare israeliano, era negli sguardi delle donne palestinesi. Indagatori, penetranti, vigili.
Le sue parole mi sono tornate alla memoria. Sentiva come un dovere morale e politico indirizzarmi a prestare un´attenzione rispettosa e corretta. Rappresentare una Orgosolo non pro terra de bandidos, ma terra de homines. In fondo Peppino Marotto mi chiedeva di fare ciò che il mio direttore di dottorato mi aveva richiesto. Mettere in luce le pratiche sociali invisibili.
E questo per gli orgolesi significava riconoscergli il rispetto e la dignità. Un rispetto ed una dignità che troppo spesso è assente nelle pagine dell´informazione.
Scrivo queste parole condividendo lo sconcerto di tutti quelli che lo hanno conosciuto, rispettato ed amato. Ho amato il suo modo di guardare alla vita ed all´umanità. E desidero ricordarlo come un uomo che ha consacrato la sua vita alla costruzione di un nuovo umanesimo. Gli dedico le parole del poeta palestinese Mahmud Darwish:
Potete legarmi mani e piedi togliermi il quaderno e le sigarette riempirmi la bocca di terra: la poesia è sangue del mio cuore vivo sale del mio pane, luce nei miei occhi. Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella mia prigione, al bagno nella stalla sotto la sferza tra i ceppi nello spasimo delle catene.
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