domenica 30 dicembre 2007
di Michele Fioraso
Se la conferenza stampa di fine 2006 era stata l'apoteosi trionfale dell'era soriana, col colorato libro del “bilancio di metà mandato” a riassumere i risultati di due anni e mezzo di governo, l'incontro coi giornalisti di quest'anno è andato in onda dal fortino in cui il presidente della Regione è asserragliato dopo dodici mesi sulle montagne russe. È stato un inedito Soru all'italiana, tutto catenaccio e ripartenze, quello che si è offerto agli stati maggiori della stampa isolana per respingere il crepuscolo: strenua difesa dei risultati di un anno tormentato come non mai nella sua breve esperienza politica e rilancio della speranza e della validità di un progetto che - questo è innegabile - sta cambiando il volto della Sardegna. Pur in mezzo a pianti e stridore di denti che devono essere giunti anche dentro le ovattate stanze di viale Trento.
Nell'intervento di apertura che traccia il bilancio con il consueto stile circolare del presidente (tante volte sembra che parli seguendo il menù di un suo sito internet interiore), colpisce il ripetuto richiamo alle polemiche strumentali e agli attacchi (sia da parte nemica sia da parte amica) che hanno ottenuto il risultato di “nascondere” all'opinione pubblica il frutto del lavoro di questi tre anni. C'è evidente preoccupazione, nelle parole del presidente, e la consapevolezza di essere nella fase più difficile della sua esperienza di governo, che comunque è stata disseminata di trappole e difficoltà.
Ma, a parte i richiami alla speranza e alla responsabilità di ciascuno per il bene collettivo, c'è ancora la lucidità: Soru è consapevole che la maggioranza è frantumata e che, in queste condizioni, non si va lontano. La possibilità delle dimissioni, seppure mai citate esplicitamente, si affaccia quando risponde della distanza tra esecutivo e Consiglio sulla riforma dei consorzi industriali. Ma c'è anche la forte volontà di non lasciare le cose a metà e di accarezzare la possibilità della ricandidatura nel 2009. Allo stato delle cose, con gran parte del suo stesso partito che trama per metterlo fuori gioco, ignoriamo se il Soru bis rimarrà un bel sogno oppure la più clamorosa delle resurrezioni politiche.
La verità è che buona parte dei problemi che il presidente si trova ad affrontare adesso nascono da sue responsabilità. Lo spiccio e pragmatico imprenditore entrato in politica ha sicuramente dato uno scossone alla catalettica Sardegna e raggiunto importanti obiettivi, impensabili fino a pochi anni fa. Ma si è dimenticato di un punto fondamentale, preso com'era dalla sindrome di Alessandro Magno: nella brama di nuove conquiste, il generale di Sanluri ha trascurato che un esercito non ha solo bisogno di soldatini pronti a eseguire gli ordini. Perché, nella malaugurata ipotesi di un'imprevista uscita di scena, anche il più grande impero finisce in coriandoli, senza la continuità di comando.
E Soru non ha costruito una nuova classe dirigente che possa sostenere il rinnovamento che lui voleva incarnare. Progetto Sardegna è stato quasi il giocattolo di un momento: dai mille naufragi e ripescaggi si sono salvati in pochi, gran parte dei quali sono diventati agguerriti pretoriani presidenziali privi - almeno in pubblico - di qualsivoglia autonomia di pensiero. Negli altri partiti, le nomenklature hanno resistito all'impeto rinnovatore, come pugili bravi a incassare in attesa di assestare il gancio da KO. Per il resto, poco o nulla di nuovo sotto il sole.
Il risultato è che, per il 2009, la Sardegna potrebbe ripetere in piccolo il dramma delle ultime elezioni politiche: il trionfo delle solite facce, degli stessi che sovente appaiono nelle pagine dei giornali. Foto d'archivio che li mostrano con una capigliatura più scura o più folta, immagini che vengono utilizzate da vent'anni. Ma sono sempre loro, e forse questo è un destino che, in mezzo a tutte le pecche dell'esperienza soriana, l'isola davvero non merita.
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