domenica 30 dicembre 2007
di Giorgio Melis
Orgosolo non è più, come in un tempo lontano ma indimenticabile, la capitale del crimine, del sangue e dei sequestri, delle faide, della violenza a fior di pelle. Ha un tasso di criminalità come gli altri paesi della Barbagia. In fondo, Graziano Mesina in libertà che apre un'agenzia turistica nel nord Italia è il simbolo di un vero (o apparente?) affrancamento dalla violenza del paese-simbolo che un generale dei carabinieri chiamava Betlem, perché un tempo tutto o molto nasceva lì, culla di una delinquenza inestirpabile.
Si uccide e si delinque meno che in passato, a Orgosolo, che vive di turismo e turisti forse più che di pastorizia: evocando e sfruttando il suo antico mito sinistro ed esibendo il patrimonio dei murales politici. Testimonianza di un impegno civile molto diffuso e ramificato, intrecciato anche con la pulsione criminale. Come accadde di scoprire con incredulità quando un giovane, brillante segretario di un partito di sinistra fu preso con le mani nel sacco di un sequestro clamoroso.
“Orgosolo pro terra de bandidos” cantava il suo coro nelle trasferte per sagre e feste politiche, guidate dal sarto Rubanu. La sua bottega nella strada centrale, epicentro di murales spavaldi e ribelli, era un passaggio obbligato per tutti i giornalisti che volevano capire quel che accadeva nel paese. Ne uscivano - tranne pochissimi e ultrafidati - con un sorriso di accompagnamento e parole generiche, lo stomaco scaldato da uno di quei bicchierini cilindrici pieni di fil'e ferru.
Cantava poetico e politico, come un trobadore impegnato pro sa limba e su partidu, anche Peppino Marotto. A 82 anni, in quel di Ales, a sorpresa, pochi mesi fa cantava anziché dire il suo intervento pro Antoni Gramsci, a 70 anni dalla morte. Sulle note di “Procurade moderare, barones, sa tirannia”, celebrava a suo modo, su bonettu calcato sulla testa, una voce ancora stentorea ma tenuta bassa e solenne, il lamento per il pensatore e comunista tenuto in cella perché la sua mente non potesse funzionare.
Peppino aveva cantato e celebrato tante volte in passato Emilio Lussu, la “Brigata sassaresa” che dopo la prima guerra mondiale prendeva coscienza di sé e diventava la culla del sardismo politico. Aveva celebrato i moti di Pratobello, il sessantotto barbaricino, esaltato il sindacalismo cigiellino, da Di Vittorio a Cofferati, incontrato Lama e tutti quanti venendo in Sardegna venivano attratti dal doppio mito dell'Orgosolo politico, con tessera Pci e ma anche “dimoniucristiana”, popolare, forte e rappresentativa.
Peppino aveva parlato e intrecciato discorsi politici e improvvisato versi a tavola con Enrico Berlinguer. Tra quei comunisti antichi di estrazione pastorale - come lo straordinario, mitico Antonio Dore fondatore del Pci in Sardegna, epurato da Palmiro Togliatti in persona perché “bordighista” e leninista - Berlinguer si rilassava, diventava perfino vorace luì così sobrio, al grande tavolo di legno sotto le querce, non ricordo se a Montes o Funtanabona.
Non si si riesce a credere che anche agli 82 anni di una vecchiaia lucida, feconda e attiva, a Orgosolo si possa morire di piombo e non di polmonite o d'infarto. Lo scandalo e la rabbia è per un delitto che neppure nel paese più violento d'un tempo riesce immaginabile, possibile, perfino pensabile. A Orgosolo si uccide di meno ma, scanditi da intervalli di molti anni, ci sono delitti pesanti, che gravano come un macigno sulle spalle di una comunità odiosamata, che ci convive, li sopporta e li elabora come un lutto addomesticabile.
Orgosolo uccide meno ma colpisce personaggi che si sarebbero creduti intoccabili. Nove anni fa quel povero viceparroco fonnese, ordinato dallo straordinario pastore che era Giovanni Melis, vescovo carismatico di Nuoro. Graziano Muntoni assassinato a revolverate, come simbolicamente, sull'ingresso della chiesa, in una livida vigilia di Natale. L'assassino, forse un balordo richiamato bruscamente all'ordine per violenza o altro, capace di incubare per una o più notti un rancore sfociato nella ritorsione estrema, nell'effusione del sangue di quel prete dei poveri. Un vicecurato di campagna forse trucidato da un giovane parrocchiano che molti o tutti sapevano chi fosse e nessuno ha mai chiamato a rispondere di un delitto vile e assurdo. Un prete “santo”, nella misura barbaricina di un ministero adulto e totale, ha detto qualcuno, forse esagerando. Un delitto quasi blasfemo e impunito, comunque non rimuovibile benché rimosso dal paese.
Orgosolo potrà fare lo stesso con Peppino Marotto, sangue, carne, spirito e simbolo stesso del paese? È come se Orgosolo avesse sparato e ucciso se stesso in un personaggio che lo rappresentava, lo esprimeva al meglio, l'onorava orgogliosamente con l'impegno politico e sindacale, con la passione della cultura e il senso identitario: perfino per qualche trascorso giudiziario giovanile che praticamente non manca nell'album di famiglia di nessun orgolese. La comunità potrà voltare la faccia, dire di non aver visto né sapere chi sia e inchiodare il miserabile balente, temerario fino al punto di aver crivellato con sei proiettili un patriarca di 82 anni, con la spavalderia di sparargli alle spalle, senza neanche guardarlo negli occhi.
In un lontano passato, il paese decise di giustiziare il sanguinario Pasquale Tandeddu, psichiatrico latitante che aveva seminato di croci il paese, uccidendo senza ritegno fino a provocare una reazione difensiva della comunità. Per Peppino Marotto non si invoca vendetta ma giustizia: se Orgosolo la nega a se stessa, è giusto che sia inclusa nella condanna esterna che non trova riscontro nel proprio microcosmo. Qualunque possa essere il movente - una vendetta magari incubata per decenni o una ritorsione per fatti meno distanti - è comunque esecrabile, intollerabile, oltre ogni comprensione e giustificazione. Fuori da ogni logica. E nessuno evochi barbari codici antichi perché non si riesce a sopportare l'idea della cruenta uccisione di un un uomo impegnato nel sociale da oltre sessant'anni e ora al fianco dei pensionati restando anche l'uomo-simbolo della Cgil, un patriarca quasi sardus pater orgolese, infine un poeta che aveva messo la sua vena al servizio di tutte le battglie civili e politiche della miglior storia di Orgosolo.
Peppino era noto a tutti coloro che per mezzo secolo sono approdati a Orgosolo per capire ed essere accolti con ospitalità orgogliosa e intelligenza diffidente. Come non citare, tra i molti, Gigi Ghirotti, specialissimo uomo, giornalista e scrittore? Scriveva articoli nobilissimi su La Stampa di Torino e in vari libri (“Mitra e Sardegna” resta un classico anche per leggerezza stilistica e ironica benché su temi e fatti terribili), esaltando l'orgoglio mai servile e la diversità dei camerieri sardi, raccontado Orgosolo, dopo passaggi in comune e lunghe conversazioni con Peppino Marotto, con una conoscenza e un rispetto inimitabili.
Molti hanno frugato e amato questo Orgosolo che uccide, sia pure a quasi dieci anni di distanza, un prete-santo e il suo poeta, patriarca e uomo-simbolo. Si potrà continuare a rispettare il paese e la comunità se saprà prendere le distanze, punire l'esecrabile figuro che ha crivellato alle spalle un vegliardo luminoso come Peppino. O la colpa di un assassino sarà fatta mopralmente ricadere - giustamente e inevitabilmente - su una comunità che non sa far neanche più rispettare un grande vecchio che onorava il paese.
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari