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sabato 29 dicembre 2007

Le fulminee certezze della stampa italiana
che minuti dopo la morte della Bhutto
ci indicava già il colpevole senza esitazioni

di Paolo Maccioni

La notizia è una breaking news che corre sul web per tutto il mondo: Benazir Bhutto, leader dell'opposizione pakistana, è stata uccisa in un attentato a Rawalpindi.

In quelle ore concitate del primo pomeriggio di giovedì 27 dicembre i quotidiani italiani online, quasi all'unisono, scrivono nel titolo che l'attentato è opera di Al-Qaeda.

La Stampa: “Pakistan, uccisa Benazir Bhutto, Al Qaeda rivendica l'attentato”.

La Repubblica: “Pakistan, uccisa Benazir Bhutto. Rivendicazione di Al Qaeda”.

Ancora più sicuro il Corriere: “Al Qaeda uccide la Bhutto. Disordini in tutto il Paese”.

La Repubblica, bontà sua, già verso le 18 rettifica il titolo: “Pakistan, uccisa Benazir Bhutto. Il paese sull'orlo della guerra civile.” Al-Qaeda è scomparsa sia dal titolo che dai sottotitoli, che riportano: «L'attacco durante un comizio a Rawalpindi, a due settimane dalle elezioni. La leader dell'opposizione, che in passato era già sfuggita a vari attentati, era rimasta gravemente ferita. Vana la corsa in ospedale. Il marito accusa: “È opera del governo”. Almeno 10 morti nei disordini a Karachi».

Tuttavia, nella notte fra giovedì e venerdì, il serpentone di Rainews24 titolava ancora: “AlQaeda uccide la Bhutto”.

E nel resto del pianeta? Nessuno, ma proprio nessun quotidiano, nessun portale, nessun network azzardava nel titolo che l'attentato fosse opera di al-Qaeda, non foss'altro perché a poche ore da un accadimento di questo tipo è quasi sempre impossibile avere certezza piena degli esecutori, dei mandanti, tanto più in contesto complesso, contraddittorio, fosco, oltre che parecchio distante da noi, come quello del Pakistan.

Sull'edizione online del New York Times nelle ore immediatamente successive al diffondersi della notizia si leggeva: “Bhutto assassinata in attacco durante un comizio. Almeno altre dodici persone uccise.” Di al-Qaeda non c'era traccia nei sottotitoli, né nei link delle notizie correlate. Idem Al-Jazeera: “Benazir Bhutto assassinata”, e Middle East Times: “Bhutto assassinata da un attentatore suicida”. E così pure, da un continente all'altro e da una nazione all'altra: Washington Post, Times, Guardian, The Hindu, Express India, Le Monde, Libération, Le Figaro, El Mundo, El País, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Der Spiegel.

Interessante la istantanea rassegna stampa allestita con ammirevole tempestività dalla redazione di Internazionale, da cui emergeva che, oltre che su quelli citati, neppure sul quotidiano pachistano Dawn, né sugli israeliani Ha'aretz e Jerusalem Post il nome al-Qaeda compariva nei titoli.

Come mai? Perché questa discrepanza fra Italia e resto del mondo? Interessante chiederselo. Basta non aver perduto per intero la capacità critica e la volontà di comprendere le cose oltre la buccia per formulare una domanda apparentemente banale come questa. Ma soprattutto bisogna aver letto almeno qualche titolo dei giornali stranieri - esercizio sempre sano - per essere in condizione di porsela. Eppure i giornali italiani annunciavano: «È stato il numero due di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri a ordinare l'uccisione del capo dell'opposizione in Pakistan Benazir Bhutto». È quanto ha dichiarato il principale portavoce dell'organizzazione terroristica Sheikh Saeed in un colloquio telefonico, da una località sconosciuta, con AKI-Adnkronos International. “Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani”, ha detto lo sceicco ad AKI. Secondo Sheikh Saeed, l'assassinio è stato realizzato da un militante della cellula terroristica Lashkar-i-Jhangvi del Punjab». Così si leggeva su La Stampa online.

Forse le testate nostrane avevano il possesso esclusivo di questa informazione, dalla quale sono state tagliate fuori tutte le redazioni del resto del pianeta? Può darsi. Più probabilmente, ai quotidiani italiani una rivendicazione ancora oscura, e comunque una rivendicazione, è sufficiente per montare un titolo. A meno che, per la stampa italiana, espressioni quali: terrorismo, fondamentalismo islamico, kamikaze, intrecci fra terrorismo, istituzioni e intelligence, imprecisati militanti, Taliban e al-Qaeda non siano diventati sinonimi l'uno dell'altro.

La stessa Benazir Bhutto, all'indomani dell'attentato del 18 ottobre, nell'articolo dal titolo “Conosco i nomi dei miei assassini”, riportato nell'edizione cartacea di venerdì 28 su La Repubblica, scrisse: «Ero stata informata che Baitul Masood, un afgano a capo delle forze Taliban nel nord del Waziristan, Hamza bin Laden, un arabo, e un militante della Moschea Rossa erano stati mandati in missione col compito di uccidermi. Ho anche temuto che fossero strumenti nelle mani dei loro stessi simpatizzanti, infiltratisi nella sicurezza e nell'amministrazione del mio Paese, gli stessi che ora temono che il ritorno della democrazia possa far deviare i loro piani».

È vero che nessun quotidiano del pianeta escludeva l'ipotesi al-Qaeda, ma è altrettanto vero che la non esclusione è ritenuta, altrove, un requisito insufficiente per compilare un titolone, dove può trovare posto solo la certezza dimostrata dei fatti. Invece da noi no. Senza virgolette, senza precisare che si trattava solo di una rivendicazione che attendeva conferma. La sostanza non cambia, si potrebbe obiettare. È tutto lì il punto. Ci siamo abituati ormai - per opera del cattivo giornalismo, pressapochista e poco disposto ad approfondire - a credere che la cosiddetta sostanza non esiga che si debba distinguere fra notizia e commento, fra ipotesi e verità accertata, fra rivendicazione e dato oggettivo da mettere nel titolo.

Illuminante l'articolo che già in serata compariva sul britannico The Guardian: “Sospetti nell'assassinio di Bhutto”. Alcune domande con relative risposte formulate dall'articolista Mark Tran, che cercava di comprendere le cose insieme ai suoi lettori, anziché impore loro titoli vendibili.

«Chi sono i sospettati? Persino prima che Benazir Bhutto ritornasse in Pakistan in ottobre dopo otto anni di esilio volontario, ci sono state aperte minacce contro di lei. Un leader militante pro-Taliban, Baitullah Masood, disse che l'avrebbe considerata un bersaglio da colpire con attacchi suicidi. Masood, forse il più prominente leader militante della regione del nord ovest al confine con l'Afghanistan, è stato pure accusato di aver compiuto attacchi ai soldati pakistani. L'inclinazione filo-occidentale della Bhutto potrebbe averla resa un obiettivo naturale per i militanti islamici.

Un altro comandante, Haji Omar, disse prima del di lei rientro: “Ha un accordo con l'America. Porteremo avanti i nostri attacchi su Benazir Bhutto come abbiamo fatto sul Generale Pervez Musharraf [il presidente Pakistano].” Le autorità avevano messo in guardia la Bhutto sul fatto che estremisti solidali con i Talebani ed al-Qaeda l'avrebbero colpita.

Chi altro c'è nella rosa dei sospetti?

Dopo il tentato assassinio di ottobre, il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, che si trova a Dubai dove la coppia viveva in esilio, ha accusato membri dei servizi di sicurezza pakistani, l'ISI. “Condanno il governo per questi attentati - disse. - È opera delle agenzie di intelligence”. Alcuni membri dell'ISI sono solidali con i Talebani ed è possibile che “elementi canaglia” dei servizi segreti fossero coinvolti nei due attentati. L'ISI divenne una delle più potenti istituzioni del Pakistan sotto il generale Zia-ul-Haq, l'uomo che lanciò una campagna di islamizzazione e che rovesciò il padre della Bhutto e lo fece impiccare. Dopo la morte del Generale Zia-ul-Haq (in un misterioso incidente aereo nel 1988) l'ISI condusse una campagna attiva contro la Bhutto quando costei entrò in politica.

Ci sono stati altri episodi di violenza? Poche ore prima della morte della Bhutto, quattro persone sono state uccise e tre ferite in uno scontro appena fuori Islamabad fra sostenitori governativi e sostenitori dell'ex premier Nawaz Sharif. La settimana scorsa, più di 50 persone sono state uccise quando un attentatore suicida ha fatto esplodere una bomba in una moschea affollata vicino alla casa dell'ex ministro degli interni del Pakistan, Aftab Khan Sherpao, in occasione di una delle principali ricorrenze islamiche. Aftab Khan Sherpao, un tempo sostenitore della Bhutto, prese una decisa linea anti-militanti durante il suo mandato.»

Lo stesso Guardian venerdì 28 riprendeva: «Funzionari pakistani hanno affermato oggi di avere già le prove che legano al-Qaeda e i Talebani all'assassinio. Tuttavia, c'è un profondo scetticismo fra molte persone, non solo supporters della Bhutto, che dubitano che una piccola cellula di estremisti da sola possa essere responsabile della sua morte».

Ancora, sul portale TheRawStory, che riprende notizie sfuggite al mainstream massmediatico, si legge: «Restano inevase domande alle quali non è possibile dare una risposta circa la causa della morte, poiché non è stata effettuata nessuna autopsia. Il Ministro dell'Interno del Pakistan venerdì ha detto che la Bhutto non è stata uccisa da colpi d'arma da fuoco, al contrario di quanto universalmente riportato, e i medici del Rawalpindi General Hospital, dove Benazir Bhutto è deceduta, dicono che non c'erano segni di proiettili sul corpo della ex premier, secondo il network indiano IBNLive.com. Né sarebbe stata effettuata alcuna autopsia. «Il referto afferma che aveva ferite alla testa - una lesione irregolare - e la radiografia non evidenzia alcun proiettile nella testa. Per cui è stata probabilmente una granata o qualche altra cosa ad averla colpita. Ciò le ha danneggiato il cervello, causandone la fuoriuscita e la sua morte. Il referto esclude categoricamente altre ferite oltre questa» ha detto il ministro degli interni Hamid Nawaz ad un'emittente pakistana, riferisce IBNLive.

Ancora più inquietante quest'altra testimonianza: «Gli agenti di polizia avevano perquisito le 3-4mila persone presenti al comizio di giovedì all'ingresso del parco, ma non appena gli speaker del Partito Popolare del Pakistan di Benazir Bhutto hanno cominciato a vociare al microfono, la polizia ha abbandonato molte delle sue postazioni» così ha scritto Saeed Shah in una corrispondenza pubblicata da McClatchy News Service (rete di quotidiani Usa, ndr). «Appena la Bhutto è uscita dal cancello, la sua protezione principale sembrava consistere nelle sole sue stesse bodyguards, che indossavano le solite T-shirt con la scritta: “Pronti a morire per Benazir”».

Mentre qualche funzionario dell'intelligence, specialmente negli Usa, è stato veloce ad indicare i militanti di al-Qaeda come responsabili della morte della Bhutto, rimane poco chiaro con precisione chi sia responsabile e qualche speculazione ha puntato il dito sui servizi segreti pakistani, l'ISI, sull'esercito o persino su forze leali all'attuale presidente Pervez Musharraf. Rawalpindi, dove Benazir Bhutto è stata assassinata, è la città guarnigione che ospita i quartieri generali dell'esercito pakistano. «L'ha uccisa il quartier generale dell'arma» ha detto in ospedale, al corrispondente Saeed Shah, l'ex membro del parlamento Sardar Saleem. Comunque sia andata, la precisa causa della morte di Benazir Bhutto non si saprà mai a causa della mancata disposizione di un'autopsia. Autopsia che non è stata disposta poiché la polizia e le autorità locali a Rawalpindi non l'hanno richiesta, sempre secondo IBNLive.

Non esiste, insomma una contrapposizione netta fra mondo cosiddetto libero, governi e istituzioni da una parte e al-Qaeda dall'altra. Musharraf per esempio sta a cavalcioni fra Usa e fondamentalismo. Musharraf, che ha preso il potere con la forza con il golpe del 1999 senza essere mai legittimato neppure in seguito e ciò nonostante è, ricordiamolo, alleato strategico di Bush che pure si professa paladino della diffusione della democrazia nel pianeta. Musharraf, golpista a capo di un paese dotato di testate nucleari: eppure nessun conduttore radiofonico sensibile al problema degli armamenti nucleari ha mai promosso campagne per screditarlo.

Quanto siano sfumati i contorni fra bianco e nero emerge chiaramente dalla lettera aperta pubblicata sul Washington Post a metà dicembre dal titolo «Domande per Musharraf e Bush», scritta a quattro mani dal parlamentare democratico Usa John F. Tierney e dal membro dell'opposizione pakistano Aitzaz Ahsan. «Come spiegate il diffuso sentimento anti-americano in Pakistan alla luce della crescente e non ingiustificata percezione da parte dei pakistani moderati e democratici che gli Usa non siano disposti a stare col popolo del Pakistan contro il governo di Islamabad sempre più autoritario e anti-democratico? Come pensate di contrastare davvero le ideologie estremiste se i fondi militari che gli Usa danno al Pakistan sono quindici volte maggiori di quelli elargiti per l'istruzione? 13 milioni di bambini fra i 5 e i 9 anni, ovvero la metà del totale, non vanno a scuola e sono facilmente plagiabili dagli estremisti. Come pensate di combattere il cancro dei talebani e di al-Qaeda che si espande dalle aree tribali del Pakistan fino alla frontiera nord-ovest, se i militari sono impegnati a puntare le loro armi contro giudici, avvocati, giornalisti, oppositori politici e attivisti dei diritti umani? Il popolo pakistano e il popolo statunitense meritano risposte oneste a queste preoccupanti ed annose domande».

Tornando all'assassinio di Benazir Bhutto, emergono ipotesi, trame contorte, voci vaghe e discordanti, inquietanti complicità, la stessa nebulosa al-Qaeda che sfugge ai contorni netti che vorrebbero incasellarla in un quadro preciso: una realtà complessa, difficile da decifrare con il greve manicheismo di una stampa sempre più in declino che confonde e mescola i fatti con i commenti e le supposizioni, che confina le sue cose migliori in castigo fra le pagine meno accessibili e che spara le bordate sui titoloni da far inquadrare nelle edicole dei tg. I commenti e le voci intorno alle notizie prendono il sopravvento intorbidando le notizie vere e proprie. “La scomparsa dei fatti”, insomma, come stigmatizza nell'omonimo libro Marco Travaglio.

Una stampa che spesso non si cura di comprendere né di far comprendere ai propri lettori la complessità delle cose, dietro la meschina motivazione che la complessità sia merce che non si vende. Eppure esiste qualche altra strada percorribile per difendersi dalla semplificazione che riduce in schemi netti, dal sensazionalismo, dalla formattazione delle facoltà cerebrali cui siamo sottoposti. Si può respirare aria buona anche senza conoscere le lingue, ad esempio consultando su carta o sul web la già menzionata rivista Internazionale, che traduce articoli dalla stampa mondiale, oppure regalandosi il libro dall'eloquente titolo “La casta dei giornali - Così l'editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici” di Beppe Lopez, edito da Stampa Alternativa.

Una casta costantemente refrattaria a qualunque critica, che spesso subiamo supinamente, dalla quale dovremmo esigere più attenzione, onestà, accuratezza, precisione, e verso la quale dovremmo indignarci, visto che siamo noi lettori e non i loro “editori di riferimento” (orribile espressione di cortigianeria tutta italiana) coloro ai quali devono rendere conto. Tanto più che siamo noi a mantenerla, non solo con l'acquisto in edicola ma anche grazie a contributi, provvidenze e agevolazioni che ammontano a circa un miliardo di euro l'anno di denaro pubblico.


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