sabato 29 dicembre 2007
di Giorgio Melis
Nel mezzo, anzi ai due terzi, del cammin della sua vita presidenziale, Renato Soru scopre l'inevitabile. D'aver bisogno di più tempo, quello di un'altra legislatura per completare la mission. Per non «lasciare a metà il lavoro», anche «per mettere in sicurezza» quel che ha avviato e potrebbe essere rimesso in discussione. Il piano paesaggistico in primis, viene da credere, ma anche la riforma sanitaria, la strategia per la scuola e l'istruzione, il rinnovamento radicale dell'amministrazione regionale dopo il risanamento finanziario, l'abolizione dei consorzi industriali per ora a rischio insabbiamento. È a metà dell'opra, dunque gli serve la ricandidatura. Non rivendicata come un diritto: chiesta entro le regole del Partito democratico, attraverso le primarie.
L'ufficializzazione della richiesta fa premio su una conferenza stampa di fine anno che ha riservato molti punti e spunti di riflessione. Avendo sentito Soru l'ultima volta nell'analoga occasione a fine 2006, qualche impressione a distanza sull'uomo e sull'evoluzione del personaggio. Più pacato ma non meno convinto. Disteso forse per maggior autocontrollo e la stanchezza per le ultime, prolungate tensioni. Non aggressivo e neanche remissivo, argomentatore più serrato di altre volte. Sarà forse per alcune porte in faccia che male non fanno a nessuno, è parso più insicuro e insieme più sicuro. Un leader più maturo e consapevole. La timidezza l'ha proprio superata.
Discorso sempre e solo a braccio, in scioltezza. Le vecchie pause ridotte a brevi momenti di riflessione prima della risposta. Senza un appunto, ha sciorinato problemi, questioni aperte, temi complessi con evidente conoscenza, ben informato dei fatti. Rivendicazione puntigliosa delle scelte strategiche e tattiche, difese con forza: ma senza trionfalismo. Consapevole che molta carne è stata messa al fuoco, non è detto che la cottura riesca al meglio, e che tanto resta ancora da fare. Però con tranquilla determinazione ad andare avanti, con una bussola più flessibile, forse più rassicurante: continua però a segnare una rotta non mutata negli approdi strategici.
Dall'intervento iniziale e dalle risposte alle domande, un affresco e un fermo-immagine della Sardegna realistico: con luci e ombre, senza occhiali rosa e ottimismo forzato, con l'invito motivato a non disperare, anzi a credere che un cambiamento forte possa prodursi in tempi non biblici. Sintesi di Soru: una società, un'economia non si cambiano a colpi di telecomando come in tv per avere all'istante uno scenario diverso e migliore: lo spettacolo che a tutti piacerebbe poter offrire e vedere. C'è una crisi nazionale e non solo, quella sarda era ancora più grave e con partenza più lontana. Non si raddrizza una situazione al collasso se non con la fatica di un impegno prolungato, con uno sforzo tenace e continuo senza cercare scorciatoie inesistenti. La ricostruzione dopo la demolizione e lo sgombero delle macerie è più lunga e ardua di un'edificazione dal nulla. E qui, soffermandosi sui punti di crisi - dalla Legler a Silius, dal geoparco all'Unilever e varie vertenze aperte - ha ricordato quel che è noto a tutti: sono problemi che affondano le loro radici in molti anni addietro. Con collassi che gli preesistevano da un decennio o più.
L'ultimo deve chiudere la porta e le vertenze gli sono cadute addosso: per la Legler, c'è qualche spiraglio ma un po' tutti erano consapevoli del tracollo annunciato: al punto da trattarlo da pazzo perché tenta di contrastarlo. La continuità di governo impone di ereditare le sciagure di un'economia immaginaria, sostenuta da centinaia di migliaia di pensioni modeste, e di un'industria dissolta da anni. Non si può accusare chi prova a praticarle la respirazione bocca a bocca, forse tardiva per il rianimatore più generoso e determinato. La Sardegna non ha il problema dello sviluppo come impostazione subito praticabile. Deve superare il sottosviluppo di ritorno in cui è precipitata nell'ultimo decennio. Quando non si è più potuto alimentare l'artificioso benessere e i consumi sopra i propri mezzi con l'assistenzialismo: declinato con la caduta delle risorse finanziarie pubbliche e infine col pauroso indebitamento regionale, risanato in soli tre anni.
In vena di immagini suggestive, Soru ha ricordato che «c'è il tempo della semina e quello del raccolto». Ma i due momenti sono distanti, anche lontani e non si può forzarne la coincidenza. Ma la semina è stata larga e varia: i risultati potranno tardare ma molto è stato fatto. Soru ha voluto trasmettere il senso di un cammino in atto, di una traversata difficile ma con molti segnali positivi. Non solo perché i conti sono in ordine e le risorse aumentate. Doppia premessa per fare di più e meglio, investire in istruzione e cultura, contrastare con più mezzi il disagio sociale, in attesa che i grandi lavori, le opere pubbliche finanziate, l'arrivo del metanodotto col possibile formidabile indotto a tutto campo, possano accelerare la svolta economica, creare più larghe occasioni di lavoro.
Intanto c'è da registrare una nuova visibilità e centralità internazionale e soprattutto mediterranea della Sardegna. Si è inverata nel vertice bilaterale di Alghero con l'Algeria, nel recente D10 a Cagliari (esaltato anche dal centrodestra, peraltro) e che avrà il suo top nel G8 del 2009 a La Maddalena: con investimenti pubblici e privati che saranno il volano per il decollo turistico e cantieristico dell'arcipelago e la consacrazione della Sardegna come grande ribalta internazionale. Potrà fruire ulteriormente della spinta all'unità mediterranea che Francia, Spagna e Italia vanno costruendo con i Paesi nordafricani.
Sono risorse provvisoriamente immateriali. Ma presto si trasformeranno in concretezza economica, di lavoro, socialità e scambi di grande respiro. Questo non lo dice Soru. Lo capisce e lo sa qualunque onesto osservatore in grado di valutare correttamente le prospettive, senza essere obnubilato dalle liti da cortile e dalle beghe di una politichetta che non vede oltre la punta del naso e non si cura che del proprio misero tornaconto politico-elettorale. O di qualche poltrona di difendere: in Consiglio regionale, nei consorzi industriali e dintorni, nelle sacche del sottogoverno difese a oltranza in una strategia di conservazione allucinante.
Questo non significa abbandonarsi all'ottimismo o sottovalutare le difficoltà e i rischi. Ma non si può accettare il disfattismo catastrofista (come a proposito del turismo), premeditato e distruttivo, che serve solo a ingenerare pessimismo e fatalismo. Ci sono concrete e grandi speranze da coltivare: non da uccidere negando l'innegabile o facendo leva per basse ragioni sulle macerie esistenti e prodotte soprattutto da quelli che oggi le denunciano: attribuendone la paternità agli ultimi tre anni di governo.
La memoria corta non può far dimenticare il punto di partenza. Nel 2004, dopo cinque anni rovinosi, la Regione era sull'orlo della bancarotta, l'abbondanza regnava solo nei garage, con un parco-macchine di 750 mezzi (oggi ridotti a 50). Governare non è asfaltare «ma anche scontentare», dice Soru, come premette Prodi. Chi non vorrebbe, dal governo, distribuire soldi, tagliare le tasse, garantire la piena occupazione? Se fosse possibile. Non lo è stato e non lo è: per nessuno, il bluff di Berlusconi si è sgonfiato, i cocci sono nostri e dobbiamo pazientare a rimetterli insieme. Ci vuole tempo, e non è detto che i sardi lo accordino a Soru: ne chiede altro perché avendo messo molte prime pietre vorrebbe esserci quando si arriverà alle ultime. Non è detto che lui ci sia ancora. E tuttavia si può ben dire già ora che, con tutti i limiti ed errori, proprio nessuno degli annunciati concorrenti spendibili avrebbe potuto fare meglio. Anche perché espressione di una malapolitica scellerata che non accenna a riscattarsi: da una parte e dall'altra.
Acciaccata da un disagio sociale cui Soru è chiamato a dare le possibili risposte emergenziali, la Sardegna è a un bivio epocale. La sua immagine e il credito che le azioni anche localmente più controverse di Soru le hanno dato a livello nazionale e fuori dai confini italiani, sono un patrimonio tutto da valorizzare e spendere: comunque mai avuto in passato. Certo, se tutto viene squalificato, vilipeso, se «il rumore di un albero che cade copre il silenzio della foresta che cresce», se viene negata e falsificata anche la realtà positiva, tutto sarà più difficile. Mancherà la convinzione dei sardi. Non in Soru ma in se stessi, nella possibilità di un riscatto non immediato ma possibile a media scadenza.
Ribadendo l'impegno sulla scuola, l'università, la formazione culturale alta, il presidente ne ha difeso la priorità assoluta citando don Milani: «Mandare nel mondo un ragazzo non istruito e preparato, è come lanciare in volo un passerotto senza ali». La Sardegna è un vecchio, stremato passero cui le ali sono state tarpate da tanto tempo. Per poter ricominciare non a volare ma almeno a camminare, deve investire su se stessa, su speranze non generiche, e battersi perché possano materializzarsi. Se si continua solo a spargere sale sulle ferite. Se il pessimismo corrosivo si applica anche alle possibilità vere e non immaginarie. Se si disprezzano le occasioni concrete per puro disfattismo di schieramento, potremmo tornare al 2004: l'anno zero del collasso dell'autonomia sul piano istituzionale, politico, morale soprattutto, della credibilità.
L'opposizione di centrodestra ha liquidato le dichiarazioni «in pompa magna» di Soru come evocazione di una Sardegna immaginaria per propaganda, falsificando la realtà di una terra «in ginocchio». Va bene la polemica, il controcanto. Ma con qualche limite. Dov'era «la pompa magna» di una conferenza che più sobria e informale non si può, senza squilli di tromba, senza toni alti ed effetti speciali, mancando perfino una bottiglia d'acqua sul tavolo del presidente e per i giornalisti? A Soru si possono imputare mille difetti: ma non quello d'essere un demagogo, imbonitore, millantatore alla Pili: semmai il contrario.
E poi, se la Sardegna è in ginocchio, è sempre un miglioramento e non da poco: chi lo dice, appartiene all'allegra, impunita brigata che l'aveva stesa a terra, sderenata in cinque anni da brivido. Non è ancora in piedi. Ma quelli che l'avevano messa al tappeto le avrebbero inferto il colpo di grazia, se fossero rimasti dove hanno fatto di tutto e di peggio. Se i competitori sono questi e quelli che potrebbero farsi avanti nell'attuale centrosinistra a tocchi (come tutte le maggioranza negli ultimi quindici anni: spappolate e distruttive nelle fasi finali delle legislature), Soru potrà riproposi e vincere. Resta comunque, con i limiti detti altre volte, anni luce lontano da personaggi senza idee e senza convinzioni. Specie da quelli distrutti dal cinismo del potere: gusci vuoti che non credono più in niente, salvo la loro perpetuazione: al potere. Non politici ma portatori di interessi spesso impresentabili.
Questo vale per tanta parte dell'informazione sarda, scritta e trasmessa. Soru è infine sbottato perché l'improbabile direttore dell'improbabile Unione Sarda gli ha scaricato addosso perfino i misfatti di Cellino, che sta finendo di trascinare il Cagliari alla rovina. Ha sollevato il problema dell'informazione: con molto ritardo. Giornali e tv non si contestano per la linea. Ma quando falsificano e lanciano accuse demenziali e grottesche, vanno affrontati a muso duro: perchè ingannano i lettori, tradiscono anche l'oggettività delle notizie e dei fatti. Il gruppo Unione, con sinergie allargate anche in campo pubblico, è un complesso editoriale-affaristico-politico in cui la qualità dell'informazione è assolutamente estranea alla volontà dell'editore: nel silenzio-assenso di redazioni rassegnate e genuflesse.
Non è un dissenso politico: la disamistade barbaricin-burcerese di Zuncheddu contro Soru è cominciata quattro anni prima che l'uomo di Sanluri pensasse a proporsi per la Regione. Questione di appalti, concorrenza, invidia. Per cui ora appoggia qualunque blocco affaristico e politico che vada contro Soru: raccattando il peggio del centrodestra e del centrosinistra. Tutto e solo business, perseguito con un'informazione mistificante: peggio che al tempo dei petrol-giornali di Rovelli. L'obbiettivo non è sostituire un presidente con uno più in sintonia. Solo riavere il controllo della politica-ancella e a disposizione. Per avere leggi ad hoc, appalti e sponsorizzazioni a gò-gò: agli ordini, come quando qualche segretario di partito dava i comunicati non al redattore politico ma all'editore. Così si chiudeva il cerchio per poter avere mano libera sulle casse regionali: è avvenuto per molti anni.
Zuncheddu non darà tregua non a Soru ma a qualunque Giunta che non sia sottomessa e ubbidiente. È una realtà verificabile in mille fatti recenti e passati. Basta chiedere notizie ai giornalisti o ex di Olbia, quando Settimo Nizzi irrompeva in redazione, stracciava pezzi in scrittura e comunque la linea veniva appaltata direttamente a un geometra di Zuncheddu, che figura nel consiglio di amministrazione. Non c'è niente da scoprire: è tutto noto e documentato da sempre. Come il manager CIF Fantola, che si intratteneva - per l'appalto turistico vinto dal gruppo Unione - con assessore eletto col fratello Massimo. Quello che difende il monopolio della Tirrenia, sostenendo che Soru vuole una compagnia sarda per attenuare il fallimento della continuità aerea. Fallimento? Eppure fra poco i cieli sardi risulteranno troppo intasati e c'è la guerra tra compagnie su Elmas e altrove. Mentre dai tre scali sardi si va in tutta Europa, con un affollamento di voli che appena cinque anni fa sarebbe stato follia solo immaginare.
Queste sono le mistificazioni che vengono esaltate dal gruppo Unione: sta con Cellino, gli si regali anche il Sant'Elia. Quando era presidente Pili, con i Balletti e tutto il resto del Polo nelle istituzioni, le conferenze stampa di fine anno, se non ricordiamo male, venivano trasmesse in diretta e replicate su Videolina e Sardegna 1. Ora è molto se figurano nel palinsesto e nei titoli, mentre Rai3, spesso ambigua come se continuassero a comandare Berlusconi e Pili, si riduce al solito panino vergognoso. È assurdo che la Rai non debba offrire uno spazio largo e quotidiano a un vero pluralismo, al dibattito sui problemi della Sardegna: lasciato in appalto a emittenti private che, l'un per l'altra, sono quasi sempre al di sotto della decenza.
Questa è una questione grande non solo di democrazia ma per il divenire della Sardegna, che prescinde da Soru e lo travalica: riguarda tutti. Non si può stare per sempre sotto il tallone di un personaggio che umilia la correttezza dell'informazione, assecondato da pecore-scrivane. Beato il paese che non ha bisogno di giornalisti-eroi. Però, povera Sardegna, se almeno per dignità non si oppone una qualche resistenza a questa informazione: del padrone, non dei giornalisti.
Un collega mi ha appena ricordato una bruciante denuncia dell'ultimo Montanelli, credo rielaborata da Montaigne: «La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tendenza dei servi». Una buona informazione, almeno corretta nelle notizie e ultralibera nella linea e nelle scelte dei commenti, è condizione essenziale per un buon funzionamento della politica e della democrazia in generale. Questa condizione minima non è più data, in Sardegna, e non c'è modo di metterci riparo se i giornalisti non riescono ad ascoltare l'appello rivolto mille volte da Ciampi: «Schiena dritta, per la vostra libertà e dignità, e per il Paese». Richiamo sempre attuale e ora più che mai da noi.
Soru chiede «un altro giro di giostra», per dirla con il grandissimo Tiziano Terzani. È una richiesta che si può sostenere, rigettare con forza, appoggiare o combattere. Tutto lecito. Purché possa esserci un dibattito vero e non falsato, consentendo un libero confronto di opinioni e posizioni senza abusare con protervia di posizioni dominanti e fuorvianti. Perché vinca il prescelto dei cittadini: non il preferito o un compare di chi ha e conculca la libertà di stampa per un diritto esclusivo di proprietà.
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