giovedì 27 dicembre 2007
di Marco Pitzalis
Oramai tutti hanno capito che esiste un problema di dispersione scolastica nella scuola secondaria sarda. Occorre dire che questa tematica nel corso degli anni novanta era quasi scomparsa dal dibattito scientifico, politico e giornalistico italiano. Solo dopo l'avvio del processo di Bologna - che poneva al 2010 l'obiettivo di portare l'80% dei giovani al livello di diploma di scuola secondaria e il 40% al livello di laurea triennale - gli attori politici e scolastici e persino alcuni attori imprenditoriali hanno cominciato a interessarsi al problema della scolarizzazione dei giovani rimasti ai margini dei processi di istruzione e di formazione.
In Sardegna tale fenomeno come sappiamo presenta un'ampiezza tale - in termini quantitativi e qualitativi della formazione dei ragazzi - da spingere e giustificare un intervento finanziario di grande portata. Da circa dieci anni gli investimenti sulla scuola in Sardegna non hanno cessato di crescere. Eppure non si ha la sensazione che la scuola sarda abbia fatto quel salto di qualità che i cittadini avrebbero diritto di aspettarsi.
Tali progetti hanno riguardato, tra l'altro, l'informatizzazione e la connettività delle scuole, la formazione degli insegnanti e la stessa dispersione scolastica. Quello che è mancato del tutto è una capacità di riflessività, di controllo dei processi di valutazione dei risultati. Ciò che è inaccettabile da un punto di vista della correttezza dei processi amministrativi e della progettualità politica.
Un'altra grave mancanza è costituita dal fatto che delle decine di milioni di euro spesi, nulla è andato a finanziare progetti organici (e auspicabilmente pluridisciplinari) di ricerca sui processi e le politiche scolastiche.
Questa scarsa capacità riflessiva e progettuale ha dato luogo, in Sardegna, a politiche caratterizzate dall'improvvisazione e da un atteggiamento che va dal clientelare all'ideologico, nel migliore dei casi, e hanno teso ad aprire dei veri propri mercati all'interno dei quali attori scolastici e non scolastici hanno trovato il loro buon conto. Il proliferare di “enti di formazione” sotto la giunta Pili è un esempio della creazione di un mercato della formazione.
Un caso differente sotto il profilo istituzionale, ma simile dal punto di vista della creazione di un mercato, è costituito dalla delibera e dal bando sulla dispersione scolastica del dicembre del 2006 (deliberazione 53/4 del 20 dicembre 2006). La Giunta regionale stanziava con questo atto 18 milioni di euro per la “Prevenzione della dispersione scolastica”. Di fatto tale finanziamento si traduceva in una distribuzione a pioggia senza nessun coordinamento né progetto, né alcuna forma di monitoraggio e valutazione in itinere e a posteriori.
L'allora assessore ad interim Carlo Mannoni comprese, purtroppo in ritardo, l'errore. Ma l'instabilità del governo (abbiamo avuto tre assessori alla pubblica istruzione in tre anni e mezzo) impedisce la costruzione di relazioni serie, continuative e proficue con il territorio e di dare una continuità “riflessiva” alle politiche.
Il bando del 2006 utilizzava circa la metà di quei fondi per la costruzione di centri di accoglienza per studenti pendolari (per essere chiari, si trattava di una sorta di snack-bar per studenti). Postulando implicitamente che il pendolarismo degli studenti costituisce uno dei fattori principali dell'abbandono scolastico. Le evidenze scientifiche mostrano invece che il pendolarismo non incide affatto sull'abbandono scolastico e che il momento cruciale dell'abbandono è anteriore alla decisione di “viaggiare”.
In una ricerca condotta nel quadro del progetto regionale Campus, ma che questo bellamente ignora, ho mostrato come la distanza del luogo di studio non incida sul tasso di diplomati. In sostanza, il fatto che la scuola disti cinque minuti o più di trenta dal luogo di residenza non fa alcuna differenza. Ciò che cambia è la valutazione dei costi e dei benefici da parte delle famiglie nel momento in cui decidono di prendere il rischio sociale ed economico di un figlio “studente pendolare”. Fino ad oggi le politiche regionali non hanno affrontato questo problema.
Nonostante queste evidenze, anche oggi il problema del pendolarismo appare al centro della politiche dell'assessorato. Il limite principale di quella azione è dato però soprattutto dall'assenza di una progettualità generale e in secondo luogo dall'assenza di ogni obbligo di monitoraggio e di valutazione dell'azione stessa. Ancora una volta si dimentica che la “riflessività”, cioè la comprensione dei processi messi in atto è un elemento cruciale per correggere e implementare tali processi.
In realtà, l'elemento cruciale è rappresentato dalla struttura dell'offerta formativa in Sardegna. Per ragioni storiche e geografiche nell'Isola, a parte i grandi centri urbani, ha un'offerta formativa caratterizzata dalla prevalenza di monoculture scolastiche. Come ho mostrato in varie occasioni - tra cui un seminario al CREL - il tipo di offerta scolastica è legato strutturalmente al tasso di diplomati all'interno del medesimo distretto scolastico. Questo nodo non è stato fino ad oggi affrontato.
Oggi la Giunta regionale stanzia ulteriori investimenti (10 milioni all'anno) la sua politica per il rilancio della scuola sarda. Eppure ho l'impressione che il risultato rischi di essere mediocre come per gli interventi precedenti.
Lo stesso metodo utilizzato dall'assessore Mongiu mi sembra foriero di scelte politiche che rischiano di riprodurre gli errori precedenti. In perfetta buona fede, l'assessore ha messo in moto un processo di coinvolgimento delle scuole nella determinazione degli indirizzi della politica dell'assessorato. Purtroppo quello che dovrà ancora scoprire l'assessore è che le scuole non sono un tutto unitario che agisce e si auto-governa come sistema. Si tratta di un arcipelago attraversato da contraddizioni strutturali, conflitti per il dominio e in qualche caso per la sopravvivenza e in cui si sviluppa un vero e proprio mercato interno dei progetti che dà luogo ad un'economia scolastica la cui finalità principale non è il raggiungimento dei risultati ma l'accesso alle risorse e la loro distribuzione.
Per inciso, gli alti tassi dispersione nella scuola sarda sono accompagnati da un'alta densità di progetti contro la dispersione: nel 2006 ogni scuola secondaria ha realizzato in media 1,5 progetti sulla dispersione per scuola, meno di quanti ne siano stati finanziati: 1,7. Nessuno conosce i risultati - in termini di ricerca e di effetti sul fenomeno - di tale messe di progetti.
Ciò che sembra mancare a livello di politica regionale è “un progetto” e tale assenza viene sopperita con un processo induttivo che sembra voler costruire le politiche scolastiche a partire dagli interessi manifestati dalle scuole stesse. Sono evidenti le difficoltà dell'assessore. Maria Antonietta Mongiu deve avviare in tutta fretta una politica scolastica regionale quando già si vede la fine della legislatura.
Purtroppo è già da ora prevedibile che la grande quantità di soldi che la Giunta si appresta a mettere a disposizione (senza saper bene come spenderli) non permetterà di realizzare quei cambiamenti strutturali di cui la scuola sarda ha bisogno. Infine, continua a mancare ogni sensibilità verso la ricerca. Spero che l'assessore Mongiu ci stupisca ma, in generale, gli intellettuali messi a gestire le politiche scolastiche ritengono di sapere già cosa serve per la scuola, solo perché a scuola ci sono andati.
(questo articolo è stato pubblicato su www.insardegna.eu)
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