lunedì 24 dicembre 2007
di Elvira Corona
«È necessario trovare le risorse per le forze armate impegnate all'estero. Non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità con le organizzazioni internazionali di cui l'Italia fa parte, così come recita l'articolo 11 della Costituzione. E dobbiamo fare la nostra parte anche attraverso l'impegno militare». Con queste parole, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in videoconferenza dal comando operativo del vertice interforze di Roma, ha fatto gli auguri di Natale ai militari impegnati in missioni all'estero.
Chissà se il Presidente - prima di pronunciare il suo discorso - aveva già dato un'occhiata all'ultimo rapporto del Development Assistance Committee dell'Ocse. In quelle pagine si segnala che nel 2006 l'Italia era al decimo posto nella classifica generale per quote versate per l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps), ma al terz'ultimo nel mondo e al penultimo in Europa in rapporto al prodotto interno lordo. Il totale di aiuti governativi alla cooperazione internazionale nel 2006 è stato infatti di 3.641 milioni di dollari, pari allo 0,20% del Pil, cioè 30,6% in meno rispetto al 2005 (anno in cui l'Italia raggiunse una cifra gonfiata di Aps, 0,29%, con la cancellazione del debito estero dell'Iraq e della Nigeria).
Cifre decisamente al di sotto della media degli altri paesi Ocse, ma soprattutto inferiori ai livelli che si erano prefissati i paesi europei riuniti nel Consiglio dei ministri dell'Ue a Barcellona nel 2002 (lo 0,33% entro il 2006) e ancora più distanti dallo 0,51% entro il 2010 deciso al Consiglio europeo di Bruxelles di due anni fa. Fanno peggio dell'Italia, nel rapporto Aps/Pil, solo gli Stati Uniti (0,18%) e la Grecia (0,17%). La media nell'Ocse si attesta nel 2006 sullo 0,46%, con paesi come la Svezia che presentano contributi governativi pari all'1,02% del Pil, o come la Spagna che nel 2006 ha incrementato del 20,7% la propria quota - mantenendo gli impegni - e portandola allo 0,32 nel rapporto Aps/Pil.
Insomma, se si parla di impegni internazionali da rispettare, perché tutta l'attenzione è spesso e volentieri concentrata sugli aumenti di spesa per la difesa? «L'Italia non può sottrarsi alle sue responsabilità. Siamo un grande paese e dobbiamo avere il giusto senso del nostro ruolo storico, del nostro orgoglio nazionale». A sentire il Presidente Napolitano, sembra quasi che il nostro orgoglio di italiani e il nostro ruolo storico siano direttamente proporzionali agli “impegni militari” che prendiamo. E allora si capisce perché le spese militari rappresentino una delle voci più onerose nel bilancio del nostro Paese.
Se i dati Ocse dicono che gli Aiuti Pubblici allo Sviluppo sono diminuiti del 4,5% nel 2006, secondo il Sipri (Istituto di studi per la pace di Stoccolma) nel mondo le spese militari sono cresciute nello stesso anno del 3,5% rispetto al 2005, superando i mille miliardi di dollari (quasi 680 milioni di euro). Nella classifica dei Paesi produttori di armi, l'Italia è al settimo posto, con 20 miliardi di euro.
Il nostro Paese destina al settore difesa l'1,5 percento del proprio prodotto interno lordo. Nella legge Finanziaria appena approvata, sono previsti stanziamenti per 23.352 milioni di euro. L'aumento rispetto al 2007 (erano poco più di 21 miliardi) è dell'11,1%. Un fatto preoccupante è che da qualche anno a questa parte, le previsioni di spesa per il comparto militare non si trovano solo nel bilancio del ministero della Difesa, ma sono ripartite anche tra i contributi destinati al ministero per l'Economia a quello dello Sviluppo economico. Il tutto nonostante le promesse del governo Prodi, che nel programma pre-elettorale si era impegnato, «nell'ambito della cooperazione europea, a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti».
La questione delle spese militari è una delle più contestate dagli ambienti pacifisti, che criticano aspramente la sinistra radicale per aver votato anche gli articoli che prevedono maggiori risorse per la difesa. Lidia Menapace, in uno dei suoi interventi a Cagliari durante la conferenza sulle malattie di guerra, aveva parlato di scelte difficili, anche perché le fabbriche di armi ormai si fanno chiamare “industrie della difesa” e si trovano nel bilancio dello stato tra le spese produttive.
L'industria militare si considera orgogliosamente una delle colonne portanti dell'economia nazionale. «Questa è la conseguenza», aveva commentato la senatrice, «di una interpretazione dell'articolo 11 proposta anni fa dal generale Carlo Jean, secondo la quale la difesa deve intendersi non più come difesa del territorio nazionale, bensì degli interessi nazionali ovunque nel mondo, anche con forze di intervento rapide». Una interpretazione condivisa ora dalla più alta carica dello Stato?
© 2007 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari