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giovedì 20 dicembre 2007

Il latte sardo entra nel mercato nazionale,
oltre la Regione-mammella e matrigna:
ha allevato postulanti ed evirato i coraggiosi

Paolo Pili, chi era costui? Era, era. Addirittura per qualche anno “vicerè” di Sardegna dopo aver firmato l'accordo con Mussolini portando il Psd'Az nell'orbita fascista a metà degli Anni Venti. Mandato in avanscoperta e poi lasciato solo da Emilio Lussu: rimasto - dopo un iniziale sbandamento - all'opposizione (anche di Pili), a capo della frazione dei Rossomori, e finendo in esilio. L'amico prima e poi “nemico” Paolo Pili di Seneghe era un eccellente agronomo (il figlio Raimondo è stato un protagonista della magistratura sarda), spedito a trattare l'accordo con i fascisti. Correva l'anno 1924 e due-tre dopo, ottant'anni fa, consacrato “vicerè” politico, Paolo Pili usò della sua influenza per cercare risposte concrete a problemi secolari della Sardegna tagliata fuori dal mondo.

Fece la sua traversata del deserto: ovvero dell'Atlantico. Non c'erano voli di linea, negli Stati Uniti si arrivava dopo un lungo viaggio in nave. Pili andava a proporre e vendere nel ricco mercato Usa il pecorino romano: in realtà prodotto in Sardegna. Obbiettivo: saltare l'esoso collo di bottiglia degli industriali del Lazio, che avevano il monopolio del commercio. Pagavano una miseria il prodotto, rivendendolo con profitti che appena sfioravano i pastori sardi. Pili aveva organizzato cooperative di produttori e messo in piedi una massa critica per trattare direttamente con i ricchi acquirenti americani. Così fu aperto il mercato Usa. Ancora quello principale: battuto dai maggiori produttori isolani e in particolare dai fratelli Pinna di Thiesi, con congrui scambi in pecor-dollari, come li ha fantasiosamente chiamati Giacomo Mameli.

Restando a Pili, pagò a caro prezzo lungiriranza e visione mondiale. I caseari romani - tutti ras fascisti - lo individuarono come principale nemico, chiesero e ottennero la sua testa da Mussolini. Così perse tutto: incluso il seggio di principale parlamentare sardo-fascista, sostituito da un Putzolo suo rivale, anche lui di Seneghe. Per di più, fu epurato dopo la fine del ventennio. Peraltro confortato dall'amicizia di Titino e Mario Melis e di Michele Columbu. Mai “perdonato” da Lussu (in torto): come ebbe a raccontare in una intervista di quattro ore, a 94 anni: ancora lucidissimo, con una memoria strabiliante e una incrollabile passione per Lussu nonostante quel che era passato tra loro negli anni di ferro e fuoco.

Paolo Pili “scoprì” l'America per i pastori sardi dopo averne organizzato una porzione importante ma allora troppo piccola in cooperative di produttori. Bisognerebbe oggi rendergli giustizia mentre alcuni suoi pallidi e tardivi continuatori riscoprono l'America: in Toscana e Lazio. Dirigenti della Coldiretti hanno avviato proficue tratttative per vendervi a un prezzo più remunerativo il latte che in Sardegna sconta quotazioni miserrime. Bene, approvato, apprezzato: sempre che si trovi la capacità di contrastare l'esiziale, genetico e un poco imbecille individualismo esasperato di tanti pastori (uguale a quello del sardo medio). Renitenti a forme di alleanze e collaborazioni indispensabili: esaltando anche come una virtù la vocazione disintegrante al rifiuto di associare forze deboli per non risultare sempre vinti, come sempre è accaduto in ogni campo.

In forza di questi e altri accordi raggiunti praticamente senza sforzo (bastava proporsi), molti milioni di litri di latte potranno finire nella penisola e alimentare produzione casearie: allo stesso tempo, l'apertura del mercato peninsulare farà lievitare le quotazioni interne del latte.

Nel suo piccolo, neanche tanto piccolo e comunque significativo, questo evento contiene una morale a proiezione positiva e una valutazione disperante sulla cecità, mancanza di visione e intraprendenza antropologiche dei sardi: benché nel mondo pastorale ci sia stato storicamente più dinamismo e vivacità anche nel muoversi nei mercati. Una nuova via si apre, anche se con grandissimo ritardo: si poteva fare da decenni. Sarebbe comunque bastato ripensare (o conoscere) quella tracciata 80 anni fa da Paolo Pili per batterne di uguali: non siamo stati neanche capaci a valorizzare e copiare il solco tracciato in tempi lontani, quando le informazioni erano lente come l'aratro che lo apriva nel terreno.

Meglio tardi che mai, si dirà: ma fino a un certo punto, il ritardo è pesato e pesa enormemente. Ma servirà a poco, in ogni settore, se non si supererà la sindrome della dipendenza e del far conto soltanto sulla mammella di mamma Regione: cui si resta puntigliosamente e anacronisticamente attaccati, senza volersene svezzare benché sia ormai quasi disseccata.

Cosa è accaduto negli ultimi decenni sul prezzo del latte? I produttori - benché assai ben supportati dal sostegno regionale nell'esportazione - abbassavano il prezzo d'acquisto fino ad affamare i pastori: il latte valeva meno di una botgilia d'acqua minerale. Senza fantasia e visione, per di più in ordine sparso senza fare massa critica associandosi, i pastori pressavano la Regione. L'assaltavano come ora fanno altre categorie parassitarie protette dal vecchio clientelismo sindacal-politico (ogni riferimento alla formazione professionale non è assolutamente casuale). Si usavano anche riti barbari e feroci: sgozzando le povere pecore e scagliandole contro le vetrate di viale Trento fino a trasformarle in truci affreschi di sangue. Tristemente famoso un capopolo desulese con la leppe in mano e una povera pecora terrorizzata stretta al collo, sul punto di essere scannata e scagliata ancora semiviva contro le pareti di cristallo di viale Trento: balente.

La pressione della piazza l'aveva vinta quasi sempre, magari con giusta sensibilità sociale, almeno qualche volta. Ma trasformando una rivendicazione permanente nel vizio dell'assistenzialismo vincente: in realtà disfatta foriera di rassegnazione remunerata. Nasceva appunto dalla certezza di poter sempre mungere con successo la Regione. Non in casi eccezionali ma in perpetuo, come prassi routinaria: grazie alla corrività di politici pavidi che non sapevano indicare altre strade e mettevano mano al portafogli comune guadagnandoci magari solo loro, in voti. Questo sistema è valso in ogni comparto: a partire da quello dei presunti imprenditori immaginari, che - salvo poche eccezioni - non rischiavano una loro lira e ora euro senza avere intascato preventivamente il triplo dalla turgida poppa regionale.

Così si sono formate nei decenni una mentalità e una prassi clientelar-estorsiva che ha spento ogni lume di iniziativa e capacità di rischio e intraprendenza. Tanto a tutto poteva e doveva pensare mamma Regione, che in realtà diventava matrigna: allevando figliastri incapaci di provvedere a sé, creare produzione, reddito e sviluppo.

Il ritardo storico della nostra agricoltura inesistente è tutta in questo sistema degenerato: la compravendita di voti con i soldi pubblici sostituiva la produzione lorda vendibile di derrate. Bastavano e avanzavano le schede elettorali, sapientemente organizzate - queste sì - da faccendieri politici che ricompensavano con mance regionali anche sontuose la rinuncia collettiva al diritto di cittadinanza: messo all'incanto e ripagato col “tesoro” regionale. Finché c'è stato, alimentato enormemente su scala nazionale con la montagna himalaiana del debito pubblico che imcombe e schiaccia l'Italia: interessi passivi annuale di quasi cento miliardi di euro (l'equivalente di sei Finanziarie come quella appena approvata alla Camera).

Il dramma è che l'abitudine di addentare i capezzoli regionali è sopravvissuta alla disponibilità di latte eurifero. Non c'è più il tanto, i soldi a perdere, anno dopo anno, con fantomatici piani senza luoghi di lavoro e produzione. Mance che non si possono piùà elargire. Una tantum, magari, non sostitutive di salari e stipendi da prestazioni vere. I soldi disponibili vanno investiti per creare vere occasioni di lavoro, non produrre redditi insostenibili per ceti da trasformare in plebe elettorale, con le banconote e le bollette a metà, da completare dopo il voto. Quando si sentono sindacalisti parlare di 250 milioni per piani straordinari, mettete mano non al revolver ma almeno alla bocca per un pernacchio. Meglio darli alla Caritas per assistenza alimentare e materiale.

Quando mezza Rifondazione che da tre anni detiene l'assessorato al lavoro chiede - contro l'altra metà interna - piani per il lavoro, deve prima collegare il sensorio alla realtà: non può esserci occupazione seria senza luoghi in cui abbia un senso comune e diventi un concreto, durevole investimento. Questa logica assistenziale ha evirato, sotto la pressione di necessità finanziate a pioggia e senza ritorno, l'intraprendenza, la ricerca, la volontà e il bisogno di trovare da sé le soluzioni possibili. È bastato che con qualche decennio di ritardo alcuni dirigenti di una nomenklatura agricola - impastata al peggio con la politica più che col mondo dei campi - alzassero lo sguardo oltre il palazzo di viale Trento. Senza essere solo abbacinati dalla mangiatoia e dalla cassa continua regionale.

Così ha potuto con grande sorpresa vedere, oltre i propri ritardi culturali e la pigrizia mentale, che qualche volta il mercato offre possibilità che nessun ente pubblico può più garantire. Guardare a Lazio e Toscana, era fin troppo ovvio, addirittura banale. Nelle due regioni ci sono grandi colonie di pastori emigrati da 40 anni che hanno fatto fortuna, comprato e creato aziende, inseriti appieno nel tessuto economico della zona, scalato anche posizioni politiche e istituzionali. Bastava chiedere a loro, da vent'anni almeno, quali possibilità esistevano e anche in altre regioni avrebbero potuto essere il tramite ideale, oltre che agevole e alla portata di tutti.

Ma non si è mai riusciti a levare la bocca dal poco fiero pasto delle mance regionali, tutti concentrati sulle sue casse scassinate per via politico-sindacale: su connottu abusato, che ha stravolto il ruolo della Regione, svuotato le sue risorse, spinto all'accattonaggio permanente intere categorie. Sottraendole alla necessità di confrontarsi con i problemi e col mondo grande e terribile ma anche ricco di possibilità per non chi non si limita a interpellarlo con la mano tesa, da postulante che rivendica pasti gratis negati ovunque a tutti.

Insomma, lo sguardo ha casualmente travalicato il muro regionale e personaggi già ciechi od orbi hanno visto oltre le brecce che ci sono possibilità e occasioni per vendere, a condizioni migliori, milioni di litri di buon latte sardo nella penisola: senza per forza cingere d'assedio la Regione per mediazioni ed esborsi che non può più permettersi. Anche l'anno scorso Soru aveva dovuto impegnarsi in prima persona nel braccio di ferro tra industriali e produttori, supplendo infine con un'integrazione al prezzo: un compito che va lasciato - salvo vertenze eccezionali - alla dialettica tra le parti, magari attraversando il Tirreno quando non ci sia accordo possibile.

Non sappiamo quale sia stato il percorso dello sbarco del latte nella penisola. Temiamo che non sia derivato da una ricerca ma dal caso, da qualche contingenza fortunata. L'importante è che, comunque sia avvenuto, spalanchi prospettive che facciano da battistrada anche ad altre produzioni, alzando lo sguardo oltre l'orto concluso della Sardegna. Per uscire dall'ossessione della Regione come unico sportello e sbocco di tutto, superando un inerte fatalismo che porta a cercare soluzioni tradizionali, non più praticabili. In fondo, sarebbe bastato appena più di conoscenza di storia patria per non dover inventare nulla. Solo mettersi nelle orme prevegggenti, spalancate sul mondo, che Paolo Pili lasciò 80 anni fa, attraversando non il Tirreno ma l'Atlantico: nel 1926, dalla Sardegna era poco più vicino della luna.

L'Antisardo


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