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mercoledì 19 dicembre 2007

Chi cerca di demolire il Piano paesaggistico
ancora non ha detto se l'alternativa
è il saccheggio già visto, in stile coloniale

di Mario Carcassi

Ho letto con interesse il pezzo su Bidderosa scritto da Sandro Roggio, pubblicato su “Carta” e riportato nel sito Eddyburg. Lo condivido nei contenuti e lo apprezzo nella forma.

Nei contenuti perché Bidderosa è esattamente così come descritta: un luogo di straordinaria bellezza, immutato nel tempo, integro nei connotati ambientali e naturali. Come nel carattere dei sardi, nel particolare degli oroseini, aperto all'ospitalità umana, ma solo se educata e rispettosa, e di questo si fa garante l'amministrazione che governa il comune.

Per ciò che attiene alla forma, semplicemente osservo che il fondo di idealismo che per fortuna anima ancora molti intellettuali, si traduce, come nel caso di specie, nello scrivere e nel parlare con espressione dell'anima, nel comunicare le proprie opinioni in un modo appassionato, tanto più convincente quanto più intimamente sentito e onesto.

E quando si parla di paesaggio e ambiente, Sandro Roggio tira fuori la grinta. Non quella aggressiva, vagamente monocorde e stolida di tanti gendarmi dell'ambiente, ma quella passionale, che mette in gioco anche il cuore oltre che il cervello e che, in fin dei conti, si attaglia molto bene al profilo dei pochi portatori di ideali in tempi non sospetti, pertanto autorizzati a parlare di paesaggio a pieno titolo anche in tempi sospetti e di retropensiero, come l'attuale.

D'altronde in questo particolare momento della vita politica sarda, non è facile trattare dell'argomento in modo sereno e privo di pregiudizi.

La mela della grande discordia lanciata dalla giunta Soru sul tavolo delle decisioni, il Piano paesaggistico per l'appunto, ha evidenziato la frattura ideologica inconciliabile tra sostenitori e detrattori, vero cavallo di battaglia di pragmatismo politico. Questa volta, perlomeno la visione del mondo che le parti difendono è chiara e perfettamente antitetica, altro che contorsioni di filosofia politica, altro che massimi sistemi e convergenze parallele, c'è chi il piano paesaggistico lo sposa e chi non lo vuole neppure come vicino di casa.

Premetto che è mia convinzione, sulla base di un elementare principio di democrazia, che le posizioni divergenti debbano convivere all'interno di un dibattito civile, anzi ne costituiscano l'humus e lo stimolo di reciproca crescita. Non sono disposto a dare la vita in difesa di quelle posizioni, lascio l'onere ai grandi pensatori, e umilmente mi associo ai tanti uomini di piccolo pensiero che solo metaforicamente sono disposti all'estremo sacrificio per difendere la libertà di parola avversa alla loro. Anche perché sono contrario agli spargimenti di sangue. Personalmente, se non offensiva, la tratto con rispetto e ci rifletto sopra senza pregiudizio.

Pertanto, tornando al Piano paesaggistico, non mi scaglio contro chi lo considera una catastrofe e lo vede come la summa delle decisioni sbagliate, in tema di ambiente e territorio, assunte dall'amministrazione Soru, però gli chiedo, come minimo, qual è la controproposta.

L'opzione Soru è la seguente: consumare suolo a gò gò riversando ancora cemento, spesso di pessima qualità e soprattutto sulle coste, è una strategia che nel tempo non paga perché, oltre agli sfasci idrogeologici, si deturpa l'ambiente, si inquinano le terre e le acque, si alterano negativamente delicati ecosistemi ed equilibri naturali di immemorabile era geologica, si trasformano abitudini vegetali, animali e umane, si modificano irreparabilmente profili di paesaggio irripetibili.

Pertanto, in prossimità del mare non si costruisce e sin dove l'influenza del mare si spinge verso l'interno, si costruirà applicando un regime di tutela graduale e significativo, privilegiando la riqualificazione e la valorizzazione dell'esistente (comunque tanto). Analogamente, nel territorio extraurbano si dovrà contenere il fenomeno dello sprawl e ottimizzare le attività agropastorali.

Come si vede, argomentazioni semplici, essenziali e neppure originali, perché le stesse cose, all'incirca, le vanno dicendo dalle dichiarazioni di Rio in poi, eminenti scienziati, urbanisti ed economisti di levatura planetaria.

Qual è l'opzione contraria? Intanto è leziosamente confezionata all'interno di un principio assolutamente condivisibile che è quello della pari dignità tra Enti locali e Regione, ma con altro condimento pericoloso e demagogico, e cioè la totale indipendenza dei comuni a gestire il proprio territorio sul principio di un potere sovrano esclusivo.

Quello che è successo sinora è sotto gli occhi di tutti e l'opzione contraria stabilisce che è bene continuare così.

Già, ma nessun ragionamento di tipo ambientale? La controproposta pone prescrizioni e limiti superficiali, volumetrici, temporali e un qualche regime di tutela?

Neppure si può impostare una controproposta nella difesa di una rendita economica elevatissima per pochi, spesso neanche sardi, e volatile per gli altri. La salvaguardia di un lavoro precario per una legione di manovalanza locale, irrilevante per il tessuto economico e sociale regionale, non può essere una motivazione seria, ma neppure furba, nell'ottica di un confronto serrato. E pure chi non s'intende di economia, si rende conto che un siffatto modello economico è palesemente terzomondista, senza offesa.

Per cui, spoglio di qualsiasi veste politica ma dotato di semplice buonsenso non posso che condividere la prima opzione.

Certo, se il sacrificio richiesto al territorio fosse compensato da una straordinaria ricchezza collettiva per tutta la comunità, duratura, trasferibile ai posteri, tale da consentire a più generazioni una vita serena e spensierata, ci rifletterei con attenzione.

Se fosse garantito a tutti i sardi un tenore economico tale da poter istituire, chessò, la giornata dell'obolo, per devolvere in beneficenza a Briatore e compagni, invece che trovarsi nella condizione di accettare spocchiose donazioni, in tal caso, caro Roggio, perfino tu cambieresti idea.

Ma a parte il riconoscersi o meno in certi valori, anche trascurando le ragioni di buon senso, in fondo aspetti soggettivi della questione, nell'approvare il Piano paesaggistico con le scelte che esso contiene la Regione ha compiuto un preciso e dovuto passaggio tecnico, adeguandosi a un'indifferibile disposizione legislativa. Infatti, come detto e ripetuto anche nei raduni dei boy scout, il Piano paesaggistico doveva essere adottato, così come tassativamente e inderogabilmente prescrive il Codice Urbani (D. Lgs, n. 42/2004), in aderenza alle prescrizioni ivi contenute, pena la facoltà dello Stato di esercitare discrezionalmente il potere d'intervento sostitutivo.

Altrettanto è facilmente verificabile, basta leggerlo, che il contenuto di detto Codice non si limita semplicemente all'obbligo coattivo di redigere i Piani, ma prescrive, all'interno del vario e complesso articolato normativo, una somma di disposizioni e regole di obbligatoria applicazione, le stesse che in gran parte costituiscono, appunto, le norme di attuazione del vigente Piano paesaggistico della Sardegna.

Naturalmente, sulla base dei contenuti del Codice, l'Amministrazione regionale ha compiuto delle valutazioni che attengono a quella visione del mondo di cui ho parlato prima e che si traducono in scelte politiche e valori di riferimento molto chiari, talché tutti quelli che, come Sandro Roggio, vorrebbero continuare a vedere i fenicotteri e gli aironi rossi a Bidderosa, in quei valori condivisibili si possano riconoscere.


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