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mercoledì 19 dicembre 2007

Cittadino italiano ma nato in Marocco
Il dramma dimenticato di Kassim
consegnato alla Cia e torturato in carcere

di Elvira Corona

Mentre si fa festa per il voto favorevole dell'Assemblea Onu sulla moratoria contro la pena di morte, della quale il governo italiano si è fatto promotore e paladino, un cittadino italiano detenuto in Marocco è al suo 33º giorno di sciopero della fame per chiedere giustizia: di lui, il governo sembra essersi dimenticato.

Abou ElKassim Britel, originario del Marocco ma cittadino italiano dal 1999, aveva vissuto una vita normale a Bergamo con sua moglie Khadija Anna Lucia Pighizzini fino al 2001. Tutto cambiò con una segnalazione arrivata alla Digos di Bergamo, secondo la quale a casa del fratello di ElKassim sarebbe passato un personaggio forse legato ad ambienti vicini ad al Qaida. Anche se il 29 settembre 2006 il tribunale ha disposto l'archiviazione del caso, senza nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio, durante questi 6 anni molte cose sono successe.

Nel maggio 2002, durante una permanenza in Pakistan - dove si trovava per lavorare a una traduzione del Corano - Britel è arrestato dai servizi segreti di Islamabad. Ammanettato e incappucciato, viene consegnato a uomini della CIA e trasferito con un volo delle famigerate extraordinary rendition in Marocco. Si tratta dei voli segreti disposti dalla CIA per trasferire persone sospettate di terrorismo verso paesi in cui le garanzie sul rispetto dei diritti umani sono inesistenti.

Una volta in Marocco, Abou ElKassim viene torturato per sospette complicità con terroristi. Nel maggio 2003 viene liberato senza accuse, dopo quasi un anno di dura detenzione in segreto. Ma quando cerca di rientrare in Italia - complice il clima di terrore subito dopo i sanguinosi attentati di Casablanca di quell'anno - viene nuovamente incarcerato e fatto sparire, a quanto sembra con la complicità dei servizi italiani. Altri quattro mesi di detenzione segreta, durante i quali non mancano nuove torture. Viene poi sottoposto a un processo senza alcuna garanzia, alla fine del quale viene condannato a quindici anni di carcere per “organizzazione sovversiva e riunioni non autorizzate”. La sua pena viene poi ridotta a nove anni.

Oggi è rinchiuso nel carcere di Äin Bourja a Casablanca. Per il governo marocchino il caso è chiuso e secondo la pena inflittagli Britel dovrebbe uscire dal carcere nel 2012. Ma lui continua a dichiararsi innocente, e per questo dal 16 novembre si rifiuta di mangiare. Nessuna prova a suo carico è stata mai presentata pubblicamente e questo rafforza il dubbio che sia anche lui una vittima innocente del clima di terrore instaurato dopo l'11 settembre 2001, che in nome della sicurezza e della lotta globale al terrorismo ha portato anche alla preparazione di vere e proprie liste nere.

Secondo la Commissione Affari legali dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa - che poco più di un mese fa ha approvato il rapporto di Dick Marty - «le procedure impiegate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall'Unione Europea per l'iscrizione - nella lista nera - di persone e gruppi sospettati di avere legami con il terrorismo, sono totalmente arbitrarie e senza alcuna credibilità».

Il Parlamento Europeo invece lo scorso febbraio ha adottato una risoluzione sull'uso di aeroporti europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di prigionieri. Nel documento, al punto 63 si «condanna la consegna straordinaria del cittadino italiano Abou Elkassim Britel, che era stato arrestato in Pakistan nel marzo 2002 dalla polizia pakistana ed interrogato da funzionari USA e pakistani e successivamente consegnato alle autorità marocchine e imprigionato nella prigione “Temara”», sottolineaando che le indagini penali in Italia contro Abou Elkassim Britel erano state chiuse senza che egli fosse incriminato. Al punto successivo si fa notare che «secondo la documentazione trasmessa alla commissione temporanea dall'avvocato di Abou Elkassim Britel, il ministero degli Interni italiano all'epoca fosse in “costante cooperazione” con servizi segreti stranieri in merito al caso di Abou Elkassim Britel dopo il suo arresto in Pakistan». Infine la risoluzione «invita il governo italiano a prendere misure concrete per ottenere l'immediato rilascio di Abou Elkassim Britel».

Ma ad oggi queste misure ancora non sono state prese: sembra quasi che il caso Britel non riguardi lo Stato italiano. Forse perché si tratta di un cittadino naturalizzato italiano, e per di più di religione musulmana? Solidarietà espresse individualmente, qualche interrogazione presentata da parlamentari (l'ultima è di Ezio Locatelli e verrà discussa ala Camera domani), appoggio da parte di organizzazioni internazionali come Amnesty International, Human Rihghts Watch e Fair Trials International (che ha fatto della sua storia il “caso del mese per dicembre 2007): ma dal Governo, dal ministro degli Esteri e dal Guardasigilli in particolare, nessun segnale concreto, solo promesse.

Dal carcere di Casablanca, ElKassim continua a ripetere che se l'Italia facesse pressioni sul governo marocchino il caso si risolverebbe nel migliore dei modi e in tempi rapidi. Per far conoscere la storia di suo marito ignorata dai media e che non ha paragoni con altre vicende di italiani che hanno subito violazioni dei diritti umani (basti pensare a Silvia Baraldini o agli ostaggi in Iraq, solo per fare alcuni esempi), la moglie di Abou ElKassim quotidianamente aggiorna on line le notizie che riguardano suo marito. Sul sito giustiziaperkassim.net è possibile trovare le modalità per sollecitare le istituzioni a chiedere verità e giustizia in questa oscura e triste storia.


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