martedì 18 dicembre 2007
di Elvira Corona
«Sentirsi bene, avere un bell'aspetto e una vita piacevole”: sul proprio sito internet, la multinazionale Unilever accoglie così i consumatori, per invitarli ad acquistare i propri prodotti. Ma che vita piacevole potranno avere i dipendenti cagliaritani dell'azienda senza uno stipendio? Da due settimane occupano lo stabilimento di viale Marconi e dal 31 dicembre si ritroveranno senza lavoro, come annunciato dalla lettera di licenziamento recapitata a tutti qualche mese fa.
Se un'azienda va male l'unica soluzione è la chiusura, ma non è esattamente il caso della nota multinazionale ango-olandese, titolare di 23 brand tra prodotti alimentari, cura del corpo e della casa. Roberto Casula, Ganluca Melis, Stefano Sedda, Ignazio Trudu e Maurizio Altea - alcuni dei dipendenti che ieri sera hanno presentato le loro ragioni nella sede del Cagliari Social Forum - confermano la fotografia di un'azienda sana, che in Sardegna produce i gelati Algida e distribuisce i surgelati Findus: un fatturato di circa 90 milioni di euro l'anno, obiettivi di produzione raggiunti e superati, considerata tra i migliori stabilimenti in Italia e in Europa per qualità della produzione, sicurezza sul lavoro e rispetto dell'ambiente.
Ma tutto questo non basta, perché se si possono avere dei margini di profitto più alti, spostando la produzione per esempio in Ungheria - dove la forza lavoro costa molto meno e soprattutto si possono ancora prendere dei finanziamenti europei che in Sardegna non si possono avere più da quando si è usciti dall'Obiettivo 1 - allora la professionalità dei dipendenti e la disponibilità a collaborare per un modello di lavoro flessibile dimostrata negli ultimi anni non valgono nulla. Questa è l'idea che si sono fatti i dipendenti, che non si spiegano altrimenti i motivi della chiusura.
Per le circa 200 persone che ruotano attorno all'azienda di viale Marconi questa chiusura non è accettabile, i numeri non giustificano assolutamente un provvedimento tanto drastico. Ma così non è, anche se l'azienda fa sapere che «dopo una verifica delle condizioni dello specifico mercato, il cui trend si conferma riflessivo e rende sempre più marcate le caratteristiche di sovracapacità produttiva dello stabilimento di Cagliari, nonché l'insussistenza delle condizioni che possano consentire la destinazione del complesso ad altre attività del Gruppo Unilever, ha confermato la decisione di procedere alla chiusura dello stabilimento alla data preannunciata».
Lo scorso luglio, in un incontro con Regione e sindacati al ministero dello Sviluppo economico, i rappresentanti della società avevano assicurato che «Unilever sta attentamente ricercando nuovi soggetti imprenditoriali che possano assicurare allo stabilimento nuove e maggiori opportunità produttive». Le trattative erano in corso, si era detto, e avrebbero potuto concludersi entro settembre. Ma è arrivato dicembre, mancano solo pochi giorni alla fine dell'anno e niente sembra essere cambiato.
La vendita dell'azienda sarebbe una soluzione accettabile anche per i dipendenti, ma i vincoli posti dalla Unilever sono dei macigni per chiunque abbia intenzione di acquistarla. Uno su tutti: quello di vietare la produzione di gelati. L'azienda è intenzionata a portarsi via le macchine, perché brevettate. Impossibile dunque mantenere la stessa tipologia di produzione, ma questo significherebbe buttare all'aria le professionalità che i dipendenti dell'azienda hanno fatto crescere in tutti questi anni.
Secondo Gianluca Melis, che è anche rappresentante del consiglio di fabbrica, «in un primo momento c'erano delle aziende interessate all'acquisto, ma una volta dettate le regole non se n'è saputo più nulla». Tre i nomi che circolavano c'era quello di Sammontana (gelati), ma anche la nostrana 3A era in lizza per un'eventuale acquisto. «Alla Unilever però non va bene che si faccia concorrenza, perché loro sanno bene che è anche la professionalità dei dipendenti a fare la differenza» dice Roberto Casula.
Fondamentale a questo punto appare la mediazione della Regione Sardegna, anche perché - sottolinea Gianluca Melis - «la Unilever ha usufruito di finanziamenti, sgravi fiscali, leggi sulla formazione professionale e quant'altro da parte di Stato e Regione. Ora chiudono e se ne vanno solo perché non possono più prendere niente». La chiusura dell'Algida a Cagliari rientra in un più vasto piano di riorganizzazione aziendale che prevede il licenziamento di 20 mila lavoratori in tutto il mondo nei prossimi 4 anni e la delocalizzaizone di molte fabbriche verso paesi in via di sviluppo.
Dalle istituzioni qualche segnale è arrivato. Il presidente della Regione, Renato Soru, durante una visita all'azienda in occupazione si è detto disponibile a far intervenire la Sfirs almeno per finanziare un ipotetico acquirente e nel frattempo sospendere la mobilità dei dipendenti a favore della cassa integrazione. E anche da Unilever, in un primo momento assolutamente contraria all'ipotesi di sospensione della mobilità, sembra che ora si sia aperto uno spiraglio. Rimane la questione dei vincoli sulla vendita posti dall'azienda, che scoraggerebbero chiunque ad un eventuale acquisto. Nel caso fosse rimosso anche questo ostacolo, i dipendenti potrebbero riunirsi in cooperativa e proseguire l'attività, «anche se noi siamo bravi a produrre, non a vendere: avremmo bisogno di esperti di marketing e distribuzione, da soli non possiamo farcela», dice Maurizio Altea.
Stasera è previsto un incontro nella sede dell'Assessorato regionale al Lavoro e forse proprio da qui arriverà qualche certezza in più. Nel frattempo l'invito da parte dei dipendenti ai consumatori sardi è quello di boicottare tutti i prodotti della multinazionale. Un piccolo segnale, quasi simbolico, ma tutto aiuta.
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