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martedì 18 dicembre 2007

«Niente affari con l'ultimo dittatore»
Bielorussia, una richiesta di aiuto
dagli oppositori del regime di Lukashenko

di Matteo Bordiga

Oscurantismo. Culto della personalità. Senso mistico-religioso della patria. Pillole di ignoranza dispensate a piene mani fra la popolazione per tacitare sul nascere le espressioni di dissenso. Nel silenzio pneumatico della campana di vetro eretta dai mass media, al servizio del potere. Lo scenario disegnato non è quello della Germania del totalitarismo hitleriano. Ma, meno fantasiosamente, quello dell'attualissima Bielorussia: «L'ultima dittatura europea», come ha rimarcato ieri a Cagliari Olga Karach, bielorussa di 29 anni, dissidente politica iscritta al gruppo Nash Dom (Casa Nostra).

A Minsk, sia chiaro, non si registrano rigurgiti di persecuzione sanguinaria nei confronti delle minoranze etniche. Ma, per contro, dilaga la sofferenza, spesso “dimenticata” dai giornali del resto d'Europa, di una nazione afflitta da piaghe latenti. Ferite di stampo dittatoriale che pregiudicano lo sviluppo di una società fondata sul libero pensiero. Olga Karach, in questi mesi, è impegnata in un faticoso e coraggioso viaggio per l'Europa con l'obiettivo di denunciare le malefatte del «regime silente di Alexander Lukashenko».

Nel corso di un incontro con i giornalisti organizzato dai Radicali di Cagliari, Karach si è soffermata sulla filosofia di governo di Lukashenko, leader bielorusso dal 1994 e figura estremamente controversa: per i suoi sostenitori ha contribuito a rilanciare l'economia del paese (la disoccupazione è rimasta sotto il 2%, la povertà è diminuita e lo stipendio medio è aumentato più che in altre repubbliche ex-sovietiche). Per i suoi detrattori, invece, ha instaurato un regime autoritario e oltranzista, calpestando impunemente i diritti umani e civili e limitando fortemente la libertà di espressione.

«Una barzelletta che circola spesso su Lukashenko racconta che, il giorno delle elezioni, il supervisore dei seggi si avvicina a lui e gli annuncia una notizia buona e un'altra cattiva», ha esordito Karach. «Quella buona è che ha vinto le elezioni, quella cattiva è che non l'ha votato nessuno. Ecco, questo è il clima politico nel quale si svolge la vita nel mio paese».

La Bielorussia si trova al centottantaseiesimo posto (su centonovantacinque Paesi) per la libertà di stampa, e mantiene in vigore la pena di morte. Secondo il rapporto 2007 di Freedom House, i diritti politici e civili vengono misconosciuti e brutalizzati. Lo status della nazione è definito “non libero”, la partecipazione e il pluralismo politico sono ridotti ai minimi termini. Bassa è anche la libertà di credo religioso e di pensiero, mentre addirittura nullo risulta il diritto di associazione e organizzazione. «Non a caso, gli attivisti dell'opposizione vengono perseguiti dal governo, che ha l'obiettivo di metterli nelle condizioni di non nuocere a Lukashenko», ha proseguito Karach. «Il caso più eclatante è quello di Aliaksandr Kazulin, ex candidato alle elezioni presidenziali e incarcerato dal marzo del 2006 semplicemente per aver organizzato una manifestazione di protesta contro gli spudorati brogli elettorali».

Ma le stigmate della dittatura marchiano a fuoco tantissimi altri aspetti della vita quotidiana in Bielorussia. «Agli esponenti del regime non è richiesto svolgere al meglio il loro compito specifico, sfruttando le proprie competenze», evidenzia Karach, «ma è raccomandata piuttosto un'adesione totale, e rigorosamente fiduciaria, all'azione del governo. Da supportare incondizionatamente, come in un patto di eterna lealtà. Nel nome del bene superiore della patria».

Quindi i ministri non vengono scelti in base alle loro competenze? «Per nulla», risponde Karach, «possono passare disinvoltamente dall'economia all'ecologia all'istruzione. Si occupano delle vicende del Paese in maniera quasi dilettantesca, con spirito di improvvisazione». Quello che conta non è la loro preparazione, ma il rapporto di fiducia con il “totem” Lukashenko.

La fidelizzazione e l'ammaestramento ai valori della patria dei cittadini “iniziati” si esprime anche attraverso altre forme di lavaggio del cervello: «Nessuno può chiamare “leader” o presidente il capo della propria azienda, perché il solo presidente è Lukashenko, capo dello Stato», prosegue la dissidente. A chi non scende a patti con questo ordine costituito rimane un'unica soluzione (oltre a quella dell'espatrio): il silenzio. «Tutte le manifestazioni e le forme di organizzazione politica non riconosciute dal governo sono sanzionate dalla legge», ricorda Karach, che ha già trascorso numerosi giorni in carcere e diverse volte è stata sottoposta all'umiliazione dell'arresto per “associazione eversiva”. Inoltre, dal primo gennaio il governo vorrebbe far approvare un pacchetto che prevede anche il divieto per “certe persone” di viaggiare all'estero per raccontare come si svolge la vita in Bielorussia: «Questo potrebbe essere il mio ultimo viaggio di sensibilizzazione», sospira Olga, vittima probabile della futura “lista nera”.

E l'Unione europea? Come si comporta di fronte al degenerare della situazione in un Paese cui non è stato concesso nemmeno di entrare a far parte del Consiglio d'Europa? «Le visite ufficiali dei leader europei ottengono l'unico effetto di nuocere al nostro popolo», ha sottolineato Karach, «perché vengono utilizzate come specchietto per le allodole dai mass media e dagli esponenti del potere». Il loro slogan è: se i premier Ue vengono fin qui dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia, non solo riconoscono la nostra nazione e la nostra autorità, ma sono intenzionati a copiare il nostro modello di sviluppo sociale, che funziona tanto bene….

«Dobbiamo evitare che il governo riattacchi con la sua prosopopea ogni volta che un leader europeo giunge in visita in Bielorussia», ha detto Olga Karach. Secondo la quale «l'unico modo per zittire la propaganda di Lukashenko è promuovere il dialogo fra i Paesi Ue e le organizzazioni, brutalmente represse a Minsk, che rappresentano l'opposizione. Anche la Sardegna può fare la sua parte, ponendo chiare condizioni per continuare il dialogo con la Bielorussia».

A tal proposito, nei prossimi giorni la dissidente di Nach Dom incontrerà il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che ha risposto positivamente all'appello lanciato dai Radicali. Interpellati anche il presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu e il sindaco di Cagliari Emilio Floris. In programma domani, alla facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, è invece un incontro dal titolo “Bielorussia, l'ultima dittatura europea”, fra la dissidente bielorussa, alcuni docenti dell'ateneo e gli studenti (aula magna, ore 17).

Marcello Medici, coordinatore dei Radicali di Cagliari, ha auspicato aiuti da parte della Sardegna che «travalichino l'assistenza legata all'accoglienza dei bambini di Chernobyl». Secondo Medici, non ci si deve limitare a una «collaborazione in un'ottica puramente commerciale», ma occorre «un dialogo temperato che deve basarsi sulla richiesta del rispetto dei diritti umani». L'esponente radicale ha chiesto «chiarezza nei rapporti tra Regione e regime bielorusso», anche in vista di un annunciato viaggio di una delegazione di imprenditori sardi guidata dal presidente della Regione Renato Soru.

Infine Maria Grazia Caligaris, consigliere regionale dello Sdi, ha invocato «sanzioni per chi non rispetta i diritti civili e politici», affermando di voler sollecitare l'intervento di Bobo Craxi, sottosegretario agli Affari esteri, e di Ugo Intini, viceministro degli Esteri.


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