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lunedì 17 dicembre 2007

Militari e civili, le cavie inconsapevoli
nella sperimentazione di nuove armi
Bisogno di verità sulle malattie di guerra

di Elvira Corona

«Nessuno può dire con certezza se l'utilizzo di uranio impoverito sia direttamente collegato ai numerosi casi di malattie che si registrano. Ma nessuno può neppure escludere con altrettanta certezza che questa relazione esista. Per questo è fondamentale utilizzare il principio della precauzione», dice Falco Accame, presidente dell'Associazione nazionale Assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti -. L'ex ufficiale di marina è intervenuto sabato a Cagliari alla conferenza-dibattito “Le malattie della guerra che colpiscono i soldati e le popolazioni civili della Sardegna”, voluta dalla Tavola sarda della Pace.

Nonostante sia convinto che la relazione esista, Accame spiega che l'utilizzo di armi all'uranio è ugualmente certo: «non tanto quando vengono fatte le esercitazioni, quanto soprattutto durante le sperimentazioni. Mentre le prime infatti vengono fatte utilizzando altri materiali, quando si deve testare la resistenza dei mezzi di guerra come i carri armati allora sì che è probabilissimo l'utilizzo anche dell'uranio impoverito, oltre che di altri materiali pericolosi». E le responsabilità in questo caso sono da attribuire alle aziende che commerciano armi, «quelle che poi vendono i loro prodotti allo Stato», continua Accame: «è scandaloso che nessuno, non conoscendone i rischi, abbia mai proibito queste sperimentazioni, neppure a livello internazionale.

Accame è polemico per l'atteggiamento del Ministero della Difesa, non solo per il continuo balletto di cifre presentate sui casi di malattia e di morti tra i militari di ritorno da missioni all'estero, ma anche per la poca trasparenza e per il continuo tentativo di minimizzare il problema. Per quanto riguarda le cifre, bisogna fare molta attenzione a come vengono elaborati i dati: anche nell'ultimo rapporto che indica 312 malati e 77 morti, si prendono in considerazione i militari che hanno partecipato alle missioni dal '96 in poi, mentre secondo si dovrebbe iniziare dal '91 (prima guerra del Golfo). Inoltre si mettono insieme i dati di persone che hanno operato munite di protezione, insieme a quelli di chi non ne aveva; si contano solo i tumori e non le altre malattie; e si contano solo i casi registrati tra i militari, mentre sono stati numerosi anche tra i civili, oltre alla popolazione dei luoghi di missione, anche tra operatori di Ong e associazioni umanitarie. Per questo si parla di dati falsati: «si dovrebbero analizzare i singoli casi, cioè quelli di chi è stato realmente esposto a questo rischio», conclude l'ex ufficiale.

Fare luce su numeri e cause non sembra facile, lo dice per prima Lidia Menapace, senatrice e presidente della terza commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito: «la Commissione è stata dotata di un fondo di soli 100 mila euro, con questi dobbiamo lavorare; i nostri sette consulenti fanno parte per lo più di Istituzioni pubbliche e ricevono solo un rimborso spese, non un compenso. Inoltre non è facile reperire i dati dai distretti e dagli ospedali militari, in alcuni casi abbiamo dovuto mandare la polizia giudiziaria per averli».

Nella commissione - che presenterà i primi risultati a febbraio 2008 (anche se verrà chiesta una proroga di sei mesi) - si è deciso di lavorare seguendo criteri nuovi rispetto alle precedenti due commissioni, cioè secondo un metodo statistico-probabilistico. «Non siamo in grado di dimostrare l'assolutezza in ogni ambito, è questo è uno dei casi. Del resto è lo stesso criterio che utilizza il medico per fare una diagnosi», spiega ancora la senatrice. Sui dati in possesso della commissione la presidente non si sbilancia: preferisce non divulgarli fino a alla conclusone dei lavori a scadenza del mandato, anche per non creare falsi allarmi o false speranze. «Quello che conta, una volta in possesso del lavoro finito, saranno le conseguenze: come ci si comporterà da allora in poi sulla base di questi risultati. Di sicuro lavorerò perché sia approvata una legge che garantisca risarcimenti alle famiglie e che sia valida per tutti quelli che hanno avuto problemi di salute riconducibili alle malattie di guerra, militari ma anche civili».

La questione degli indennizzi è infatti un punto cruciale: a molte famiglie non viene riconosciuto questo diritto, o viene riconosciuto solo in parte. Sono troppe le differenze di trattamento, ed è difficilissimo provare che le malattie siano attribuibili ad attività militari. Salvatore Pilloni - presidente dell'Associazione Genitori dei soldati colpiti da malattie belliche - racconta di quando venne chiesta la cartella clinica di suo figlio dalla dottoressa Antonietta Gatti, che all'epoca conduceva degli studi sulle nanoparticelle. In un primo momento dopo l'analisi gli venne comunicato che nel sangue di suo figlio c'erano tracce di uranio impoverito, plutonio, stronzio e altri minerali. Ma poco dopo arrivò una smentita dalla stessa dottoressa: «Un errore, niente di cui preoccuparsi», l'analisi precedente andava cestinata. Ma da lì nacquero i sospetti.

Pilloni racconta che suo figlio era orgoglioso di svolgere un lavoro al servizio della patria, ma ora, dopo la sensazione di abbandono da parte delle istituzioni e da parte dei rappresentanti sardi in Parlamento, l'entusiasmo si è spento. «È così per tanti giovani: molti di loro, a parte l'orgoglio di servire lo Stato, sono costretti ad arruolarsi per mancanza di alternative di lavoro, soprattutto nel Sud».

Importantissimo secondo la senatrice Menapace è la costituzione di un sindacato dei militari: per questo ha presentato insieme con le colleghe Silvana Pisa e Manuela Palermi il disegno di legge 1821 per l'istituzione delle associazioni sindacali per il personale delle forze armate e dei corpi di polizia ad ordinamento militare. A sostegno di questa scelta anche l'intervento di Paolo Erasmo, militare di carriera che durante il dibattito ha invitato tutti a firmare presso la sede Cgil per appoggiare la proposta di legge: «È importante avere una voce, perché così sarebbe più facile anche tutelare la nostra sicurezza. Spesso quando denunciamo certi fatti ci troviamo davanti a dei muri di gomma». Il riferimento è ai vertici militari, con i quali non è facile rapportarsi.

Mariella Cao, del comitato sardo Gettiamo le Basi - è convinta che sia importante prendere tutte le precauzioni prima di fare qualsiasi altra mossa. «Innanzitutto bisogna sospendere le attività del poligono di Quirra, anche prima di fare gli accertamenti e capire se c'è una relazione causa-effetto tra le malattie e le attività dei militari. È inutile continuare con l'ennesima indagine, se le persone che indagano sono sempre le stesse, le stesse nominate per il ministero della Difesa, che ritroviamo poi nella commissione d'indagine del Senato, e ora anche nell'indagine della Regione Sardegna. Non si può essere controllori e controllati allo stesso tempo. Anzi, la Regione Sardegna farebbe bene a costituirsi parte civile contro lo Stato per i danni alla popolazione derivanti dalla presenza militare nella nostra isola».

Come dice Francesca Monni - cittadina di Teulada e iscritta all'Assotziu Consumadoris Sardigna - «il problema ora non è più basi sì o basi no, ma salute sì o salute no. C'è bisogno di monitoraggi di terra, acqua e aria nelle zone dove ci sono basi militari, è necessario anche un monitoraggio della popolazione, che non dovrebbe essere particolarmente difficile vista la scarsa densità della Sardegna».

Nel dibattito sono mersi pareri e punti di vista differenti sul problema, confronti a tratti anche animati tra chi vorrebbe che ci fosse maggiore attenzione per i civili, che inconsapevolmente si scoprono malati senza aver mai impugnato un'arma, e magari sono dei convinti pacifisti, come Ugo Atzori, e quelli che invece scelgono un mestiere che comprende anche la guerra, e quindi più consapevoli anche dei rischi. Differenze che rischiano di dividere anziché unire nella ricerca della verità.

Ma sulla necessità di applicazione e tutela del diritto alla salute per tutti, militari e civili, così come sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione, a prescindere dall'ennesima indagine, dalla reale causa-effetto tra le malattie che provocano morte e invalidità a tanti militari che hanno avuto esperienze di missioni di guerra in zone dove si è utilizzato il famigerato uranio impoverito, cosi come le popolazioni civili che abitano vicine a zone militari e sull'utilizzo del principio della precauzione, l'accordo è unanime. Don Ettore Cannavera - della Tavola sarda della Pace - si augura che dalla Sardegna (che oltre ad avere la più alta percentuale di servitù militari tra le Regioni italiane, ha purtroppo anche un alto numero di malati), si possa fare sensibilizzazione, perché «chi ha più conoscenza ha più responsabilità degli altri».


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