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giovedì 13 dicembre 2007

Troppe ricette sicure per lo sviluppo
La politica ha raccolto fallimenti,
proviamo a organizzare le competenze

di Sergio Ravaioli

Volendo indicare con una sola parola cosa chiedevano i quasi trentamila lavoratori che alcuni giorni fa hanno manifesto a Cagliari, la scelta non è difficile: chiedevano sviluppo.

Difficile è invece elaborare la ricetta per accontentare loro e gli altri due milioni di sardi che, in Sardegna o sparsi per il mondo, chiedono la stessa cosa.

Per lo sviluppo le semplificazioni alla Celentano non funzionano: siamo d'accordo che per il lavandino tappato serve un buon idraulico (talvolta anche meno). Per lo sviluppo abbiamo provato la scorciatoia dell'imprenditore di successo, che trasferisse nella Pubblica Amministrazione i metodi collaudati nell'impresa; abbiamo provato a concentraci su singoli settori (petrolchimica, chimica fine, turismo, agro-alimentare); a estendere la partecipazione a tutti gli esercenti che avessero qualche sogno nel cassetto (le famose 18.000 proposte per i PIT). I risultati sono testimoniati dalla manifestazione di cui dicevamo all'inizio.

Ma allora cosa resta da provare? Con tanti dispensatori di ricette in circolazione, non ho remore a proporre la mia: cominciamo col provare ad esser seri! Rinunciamo a scorciatoie, a soluzioni brillanti partorite dalla nostra eccelsa intelligenza, e rassegniamoci al fatto che lo sviluppo è il risultato di un percorso lungo e faticoso, guidato non da una singola persona ma da un gruppo vasto, coeso e preparato, e soprattutto, supportato da una collettività che non sia condizionata da un clima avvelenato ma sia tenuta insieme da valori di responsabilità collettiva e da un patto di reciproca fiducia. Detto in termini più moderni: una società capace di “fare sistema”.

Scriveva un quarto di secolo fa il poco ascoltato Luigi Cancrini: «Un'organizzazione funzionante è una distribuzione di ruoli all'interno di un accordo. Presuppone finalità in cui i partecipanti si riconoscano a livelli minimi di fiducia reciproca. Presuppone un leader od un gruppo dirigente, che può essere o no lo stesso in momenti diversi, ma che assume comunque responsabilità che gli vengono affidate in un contesto di fiducia».

La società sarda non potrà esser una “organizzazione funzionante” sino a quando il gruppo dirigente che si regge sull'esistenza del nemico e sull'esigenza di vigilare ed armarsi per sconfiggerlo, non sarà sostituito da un altro gruppo capace di promuovere un contesto di fiducia e quindi costruire un accordo nel quale la grande maggioranza dei cittadini si riconosca, attribuendo responsabilità a diversi livelli.

Occorre organizzazione, come sottolineava più di un secolo fa il grande Gaetano Mosca. Se una “classe politica” (a Mosca non piaceva il termine élite e non conosceva il termine casta) vuole sostituire un'altra che non raccoglie più il consenso popolare, dovrà anche essa organizzarsi per proporsi come alternativa alla classe politica che vuole scalzare.

Superiamo la sperimentata, inutile pratica per cui, constatato il fallimento della politica del partito A occorre affidarsi alla politica del partito B (ammesso per ipotesi che sia A che B abbiano una politica). Riconduciamo il problema dell'alternativa alla più giusta, e più complessa, dimensione della selezione di una classe dirigente che sappia organizzarsi e proporsi come classe politica, tenendo a mente la lezione di Gaetano Mosca, il quale esattamente 123 anni fa teorizzava (si perdoni la sintesi) che il potere, sotto qualunque sistema politico, è sempre detenuto da una minoranza organizzata la quale, fondandosi su uno o più princìpi astratti, ha la facoltà di imporre alla maggioranza disorganizzata il proprio dominio.

Senza organizzazione, le pur grandi risorse intellettuali, manageriali e imprenditoriali che la società sarda possiede dovranno rassegnarsi a vedere le proprie capacità inutilizzate, incapaci di produrre trasformazione: dovranno rassegnarsi ad essere succubi rispetto a gruppi organizzati detentori di formule politiche inattuali, inefficaci, generatrici di povertà. E però capaci di conservare il potere in virtù della loro coesione, della consapevolezza del ruolo dell'organizzazione, della capacità di mascherare i propri interessi particolari sotto il manto di un millantato interesse generale.

È quindi necessario che le tante iniziative culturali che vengono organizzate in tutta la Sardegna, ed in particolare a Cagliari, rispetto a singoli settori, rispetto a tematiche verticali, ricerchino momenti, strumenti organizzativi comuni. È necessario che chi si impegna nel proprio campo di attività, o comunque di interesse, si ponga il problema di ricercare le intersezioni, le sinergie con altri, per dare impeto e finalizzazione a idee altrimenti svolazzanti nell'etere, incapaci di generare una visione, uno scenario che sia attraente, tecnicamente credibile e largamente condiviso all'interno della quale produrre trasformazione.

Altrimenti le pur valide energie saranno destinate, nel migliore dei casi, a conseguire qualche singolo risultato che ha piuttosto il sapore salato di una mancia che non quello dell'avvio di una innovazione.

Per tornare all'interrogativo iniziale: «Cosa serve per lo sviluppo?» Credo che un primo passo nella giusta direzione possa essere un “Forum unitario per lo sviluppo”, capace di occuparsi di politica e di politiche (se si preferisce di visioni e di scenari) senza patrocini e senza ipoteche partitiche. Un Forum nel quale possano incontrasi i diversi gruppi e le diverse iniziative che oggi si occupano di Regole (a cominciare dalla riforma dello Statuto) di Economia (Quadro Strategico Regionale 2007-2013) di Cultura (scuola, università, identità, comunicazione).

Mi auguro che altri intervengano su questa proposta e sono sicuro che l'AltraVoce non farà mancare la consueta disponibilità a dar spazio a chi ha idee ma non possiede strumenti di amplificazione.


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