venerdì 7 dicembre 2007
Interventi.
di Mario Carcassi*
Nuoro è una città senza.
Senza prospettive, senza sogni, senza desideri, in ultimo, senz'anima. In perenne attesa di qualche evento, esterno alle proprie capacità di produrlo, che ne modifichi la storia.
Una città autoreferenziale in costante conflitto con se stessa, in fuga verso l'emancipazione e immersa in un insopportabile immobilismo, soggiogata da questo paradosso kafkiano nel quale sguazza e di cui in fondo si compiace.
Noi nuoresi abbiamo giocato duro per ridurla così. Ormai educati a questa funzione demolitrice e masochista, non solo non abbiamo saputo tradurre in positivo le potenzialità latenti ma le abbiamo soffocate nell'indifferenza e nel più insolente provincialismo.
Certo, la città ha un'anima ruvida e aspra e la si ama per educazione ricevuta, come succede con i genitori poco propensi alle effusioni e alle carezze, per un aspetto di ordinaria psicologia che lega il prodotto al produttore, e perchè ci hanno insegnato che è giusto così. E come succede in questi casi, l'amore per convenzione non produce gli effetti positivi del vero amore e del profondo rispetto reciproco che questo genera.
In sostanza i cittadini sono estranei alla città che abitano, la riconoscono esclusivamente come somma di spazi privati, ben delimitati e cinti da mura reali e mentali, dove ogni singolo spazio esclude gli altri, impermeabile a qualsiasi rapporto con l'esterno e soprattutto con gli spazi di tutti.
A questo si aggiunga una congenita insofferenza verso qualsiasi forma di autorità e di regole precostituite, che naviga disinvoltamente nelle acque dell'abusivismo edilizio e urbanistico e di un'attività progettuale mal governata e con pochi principi. Quest'ultima, in particolare, si manifesta in una combinazione micidiale che fonde la volontà del committente, solitamente persuaso di essere un architetto mancato, con quella del progettista, spesso in posizione defilata nella ricerca della qualità, in un contesto dove, per evidenti ragioni economiche, il rapporto tra le due posizioni risulta sbilanciato a favore del committente, cioè verso la posizione intellettualmente più debole ma forte sotto il profilo decisionale, quella, insomma, determinante ai fini del risultato conclusivo.
Peraltro, gli stessi progettisti sono spesso appiattiti su stereotipi progettuali mediocri, o inclini alla ripetizione e alla modularità o troppo propensi a banali e improbabili sperimentazioni.
Esempio emblematico, ma non solo, ne è il cosiddetto centro storico, quella che dovrebbe essere la porzione più importante della città, lo scrigno delle memorie e della tradizione, il luogo in cui la comunità ha lasciato le maggiori tracce del proprio passato, idealmente il luogo depositario della nostra ascendenza e del nostro sapere.
È questo il centro storico di Nuoro? O è, piuttosto, un luogo macinato e digerito dalla presunzione e dall'indifferenza? Non è forse il riflesso del gusto coreografico e folcloristico degli ultimi arrivati, lo specchio delle mode del momento, il salotto arredato con volgare cattivo gusto? È o no il risultato perverso di un'attività di stratificazione e sostituzione in cui il vero alieno è il patrimonio edilizio storico residuale, strangolato da un'opera demolitrice irreversibile, condotta in modo sistematico e mistificatorio?
Quanti di noi, percorrendo i viottoli della città antica, hanno la percezione di un luogo emozionante, di un patrimonio di valore che conserva la memoria, che mostra il passaggio degli antenati e che ha vissuto altre storie meritevoli di essere raccontate e conservate e quanti invece hanno la sensazione di trovarsi in un posto qualsiasi, il risultato della mera ripetizione di interventi brutalmente attuali, uguali a se stessi, incongrui e scollati da qualsiasi riferimento storico, logicamente irrazionali.
Le periferie, poi, sono sempre più marginali, tanto sotto il profilo architettonico che sociale, e mai è stato compiuto un reale sforzo per renderle parte integrante della città delle origini, salvo forse negli anni settanta attraverso l'istituzione dei comitati di quartiere, una timida velleità di coinvolgimento collettivo che, se pienamente attuata, avrebbe potuto rappresentare l'avvio di un sistema di aggregazione sociale e di una dinamica di rapporti evoluti, coerenti con la prospettiva di emancipazione cui tende una città moderna. Invece, come da cronaca, quel tentativo, che forse, avrebbe rappresentato anche l'occasione di riscatto di una classe politica assente, è presto abortito nel solito brodo dell'insipienza collettiva.
È bastato qualche ritaglio di terreno pubblico, occasionalmente sottratto alla destinazione a discarica o deposito (a Nuoro ogni spazio, pubblico o privato che sia, viene occupato da qualcosa che inevitabilmente non ha nulla a che fare con la vocazione dello spazio che lo contiene) per destinarlo al solito sgangherato campo di calcio, qualche manata sulla spalla del politico di turno, naturalmente vicino alle esigenze della cittadinanza, e un paio di palettate di asfalto elargite come companatico, per tacitare le proteste delle “banlieue” e per dare l'idea di un vero interessamento al problema.
In sintesi, tutti gli aspetti della trasformazione e della gestione che nel tempo si sono inflitti a questa tormentata città, dalla pessima organizzazione spaziale alla pessima qualità architettonica, passando attraverso l'approssimativa manutenzione di tutto il patrimonio pubblico e privato e, soprattutto, in assenza di una seria e lungimirante programmazione, hanno prodotto un luogo instabile, poco riconoscibile, squilibrato nel rapporto tra l'urbano e l'extra urbano, tra la città storica e le periferie.
Rappresenta, Nuoro, lo spaccato di una politica urbana e socioeconomica estremamente provinciale, insicura, zeppa di scelte sconclusionate e più spesso di non scelte. E così, con i risultati di questa impostazione si è giunti ai tempi attuali, alla città che sottoposta al giudizio dei nostri sensi primari viene percepita come sgradevole.
Fortunatamente c'è la straordinaria intensità dei fondali naturali, la forza espressiva delle quinte del paesaggio circostante, quella che per quindici anni ha affascinato l'architetto Portoghesi, che ha incantato Henrique Pessoa Pereira, architetto brasiliano che di paesaggio se ne intende per sensibilità e professione e che ho avuto il piacere di accompagnare in una piccola escursione sino alla sommità del Monte Ortobene. Ero orgoglioso, da nuorese, quando Pessoa decantava la bellezza di quelle prospettive, delle quali l'unico artefice è la natura e il mio unico merito è stato quello di non aver interferito. E altrettanto mi sentivo umiliato per la sporcizia e l'incuria, segnale concreto del mio passaggio, di cui invece mi sentivo, eccome, responsabile.
Ecco, i luoghi che non abbiamo manipolato sono quelli che soddisfano i sensi, puliscono la vista, appagano l'udito, riportano tutto a una situazione di equilibrio.
Anche le nostre capacità di giudizio e di tolleranza, che non sono frutto esclusivo di percezioni e stati d'animo e stimano gli aspetti nobili dell'intelletto e della cultura, gli stessi che hanno contribuito al processo di crescita e hanno il merito di avere equilibrato, almeno in parte, i fattori negativi, toccano il nervo scoperto di questa città. Non è infatti comprensibile come la riconosciuta capacità di generare fenomeni d'ingegno e di straordinaria sensibilità non corrisponda ad altrettanti risultati di civiltà e di progresso.
Nella mia modesta sfera d'azione tento di dare un contributo come educatore dei miei figli, ai quali insegno che l'autostima passa attraverso il rispetto per gli altri e per i luoghi, pubblici e privati, in cui essi vivono e vivranno. Insegno loro, cioè, i fondamenti di educazione civica, che credo debbano essere alla base dell'educazione di un buon cittadino, quello che faticosamente tenta di fare la scuola e che non fa, insieme a tante altre cose, la politica.
Quella politica fortemente corresponsabile del mio disagio nei confronti di Pessoa ma, cosa molto più importante, del disagio delle nuove generazioni, cui non sa dare risposte nei termini di una prospettiva di vita sostenibile, all'interno di una città moderna.
La stessa politica, non dimentichiamo, che da quaranta anni non riesce ad approvare un nuovo piano urbanistico e che ha fatto in modo che l'architetto di chiara fama incaricato perdesse la pazienza e dopo 15 anni mandasse tutto al diavolo.
Il 95% dei nuoresi non ha mai saputo il perché, e nessuno a tutt'oggi si è sentito in dovere di spiegarglielo.
Questo non è altro che un esempio recente della cronica incapacità o volontà della politica di comunicare con i cittadini, di non avere mai potuto o voluto proporre modelli di democrazia partecipativa, di non aver saputo o voluto assumersi la responsabilità di istruire il corpo sociale che rappresenta, di non aver saputo o voluto promuovere il senso di partecipazione, di non essere stata capace di insegnare una sensibilità diffusa, solidale e consapevole.
A tal proposito, considerato che allo stato attuale è in atto la predisposizione del piano urbanistico comunale che, pare, dovrebbe vedere la luce nei primi mesi del prossimo anno, sarebbe interessante sapere quando sarà attivata la procedura di Valutazione Ambientale Strategica, che vede, appunto, la partecipazione corale della cittadinanza quale presupposto di efficacia e di legittimità del piano urbanistico medesimo.
La predisposizione di un piano urbanistico generale pianifica le strategie di sviluppo dell'intero territorio comunale e rappresenta l'occasione di convergenza delle migliori energie che dimorano nella città; non è un progetto astruso per addetti ai lavori ma la massima opportunità di partecipazione collettiva, nonché - evidentemente - di contrattazione, mediazione, patteggiamenti che, pur dispiacendo ai puristi, risiede in uno strumento portatore anche di rilevanti interessi economici.
L'attenzione generale su quest'ultimo aspetto dovrebbe essere sempre molto alta, perchè quanto maggiore è la partecipazione e il coinvolgimento popolare, la conoscenza diffusa alla cittadinanza dei contenuti e degli obiettivi, tanto minore è lo spazio di manovra per intrallazzi e intollerabili compromessi. Ecco perché è vitale, come parte attiva e propositiva, dare un contributo di idee, aspirazioni, desideri e speranze; ecco perché sarebbe fondamentale scrollarci di dosso lo sprezzante torpore che ci caratterizza, il noncurante distacco dalla cosa pubblica che ci porta a esprimerci spesso attraverso pregiudizi e critiche tanto sferzanti quanto inutili, che ci costringe ad atteggiamenti di cinica disapprovazione e disinteresse.
Dovremmo ragionare nella coscienza che saremmo comunque protagonisti nelle scelte e artefici del nostro destino anche se rimanessimo inerti, e questo mi pare un buon motivo per muoverci.
* architetto, dalla banlieue di Nuoro
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