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giovedì 6 dicembre 2007

Il sonno di politica e giustizia
complice l'informazione
ha generato il mostro-Regione:
corruzione e abusi di sistema

di Giorgio Melis

L'inchiesta giudiziaria a largo spettro sugli appalti informatici (ma è doveroso estenderla ad altri fatti non meno inquietanti) impone una riflessione che non deve restare puramente accademica. Bisogna farne discendere la pressante richiesta alla magistratura ordinaria e ancor più a quella amministrativa (Corte dei conti) di andare a fondo. Per far luce su un fenomeno sistemico di degrado, corruzione e illegalità che ha coinvolto, e in misura ridotta ancora investe, l'intero sistema-Regione. Assieme a molte amministrazioni provinciali e comunali, enti e aziende pubbliche, alla burocrazia anche ai livelli più elevati. Perché questo è stato il fenomeno che in cinque anni ha travolto le barriere della legalità, provocando un collasso etico in una Sardegna che aveva conosciuto i suoi scandali. Ma entro un costume politico-amministrativo abbastanza sopportabile: con un tasso di clientelismo affaristico ben marcato ma al di sotto della media soglia meridionale.

Si chiede di far luce non con intenti vendicatori o per ossessioni inquisitorie. Semplicemente perché non può esserci una tacita prescrizione morale e politica su una fase così disastrosa, con gravissime ricadute di ogni genere. Perché tutto è potuto avvenire grazie al sonno della politica ma anche alla contestuale distrazione delle magistrature. Con l'indispensabile complicità attiva di una larga parte del sistema mediatico. Trasmutato in morte dell'informazione: intesa come corretto servizio alla comunità, inaccettabile quando sia solo copertura di comportamenti perversi contro l'interesse generale, in difesa di quelli propri extraeditoriali, per sinergie collusive.

Parlare di morte dell'informazione non è un'esagerazione se ancora ieri Videolina ha praticamente ignorato l'iniziativa della magistratura. E L'Unione Sarda ha espunto dai suoi servizi ogni e qualsiasi riferimento al fatto che in tutti o quasi gli appalti ora subjudice ma subito contestati, il gruppo editoriale era presente e vincente. In gare decise da personaggi politici notoriamente fin troppo legati al gruppo Zuncheddu, beneficato da ultimo con l'acquisto (poi annullato) di palazzi da costruire che la Regione alla bancarotta non poteva farsi sfuggire.

Purtroppo questo genere di informazione non è il cane da guardia del cittadino ma da presa per se stessa, azzannando casse pubbliche e privilegi legislativi e pubblicitari di ogni tipo. Quindi ha garantito l'indispensabile silenzio sui lavori in corso anche a proprio favore. Concorrendo in maniera determinante al sonno complessivo che ha generato il “mostro” di una Regione mutante viscida pelle in pochi anni. La gestazione era certo in corso da parecchio ma in quella fase si è dispiegata appieno, facendola scadere nella corruzione e nell'abuso diffusi, proliferando con metastasi a tutto campo.

Molti continuano a voler frammentare in tanti episodi incoerenti gli avvenimenti dal 1999 al 2004. Vogliono vedere solo tanti alberi isolati: per negare che l'intera foresta sia stata attaccata da un virus micidiale. Rifiutano di guardare all'intero, connesso scenario per non dover ammettere che il male è stato sistemico: con collusioni, coinvolgimenti, silenzi conniventi e interessi totalizzanti. È una lettura falsa e pericolosa. Perché rifiuta di fare i conti con una realtà non riducibile a singoli aspetti negativi. Era animata e segnata da un crollo di valori e comportamenti impudenti e impuniti: possibili per la mancanza militante di anticorpi politici, amministrativi e di vigilanza, con poteri sanzionatori.

Non si tratta di criminalizzare in blocco una fase e gruppi dominanti, ora all'opposizione ma allora arroganti e tracotanti. Considerati un esempio vincente nel loro ordinario metodo di malgoverno. Attingendo anche a solidarietà e complicità interessate nell'altro campo. Trovando imitatori che parevano attendere solo la “rivelazione” e il primo passo altrui per scatenare una volontà di saccheggio senza più timori e freni inibitori del passato. Perciò è necessario trarre le conseguenze da un chiarimento complessivo: le ricadute sono sempre possibili. Anzi certe, se non c'è una cauterizzazione o, peggio, si lascia la certezza dell'impunità, che tutto sarà condonato e rimosso.

Molti insorgeranno contro questa valutazione di una fase disastrosa per la nostra vita autonomistica. Per negare questa sintesi, dovrebbero però spiegare come sia potuto avvenire che presidenti di Giunta e Consiglio, un numero impressionante di assessori regionali (mai accaduto in passato), altissimi dirigenti, presidenti, commissari e direttori di enti e aziende pubbliche, esponenti di partito ad alto livello si ritrovino sotto inchiesta, in attesa di rinvio a giudizio o a processo, molti condannati, molti di più costretti a patteggiare per fatti ristretti in quel preciso arco temporale di governo e di comando della cosa pubblica a tutti i livelli. Con un quasi monocolore del centrodestra dalla Regione a tre Province su quattro, tutti i capoluoghi tranne Nuoro. In un coinvolgimento di corruttela e malaffare fianco a fianco con faccendieri, affaristi rampanti, squallidi personaggi portati alla ribalta sulla scia politica. In un valzer generale di familismo amorale all'attacco delle casse pubbliche.

Affidamento di enti e aziende a parenti come fossero pertinenze private. Diversi figli di ministri ed ex al centro di appalti miliardari, chiacchierati, annullati e comunque sospetti. Tratta di licenze immobiliari dallo sportello-Regione scavato dall'interno e compensato con aperture di credito, terreni pubblici e ascesa ai vertici. Assalto ai fondi pubblici attraverso operazioni oltre il codice: sotto lo schermo di improbabili donne fatali, incistate in un milieu politico-affaristico con ben altri referenti, bancari, massonici, partitici.

La magistratura ha messo a nudo le realtà miserabili degli scandali Fideuram, Cisi, il dirigente all'ambiente Lucio Pani e molte altre inchieste che hanno infine raggiunto anche boss antichi, ritenuti per decenni troppo furbi per farsi incastrare: oltretutto in età assai avanzata. Ma è solo una parte dello scenario. C'è stato e c'è molto di più ancora sommerso: non tutto necessariamente con profilo giudiziario e penale, ma sicuramente di rilievo amministrativo, certissimamente sul terreno della spregiudicatezza politica, di governo e istituzionale.

Non può essere assolutamente un caso che si sfondassero le casse regionali con un debito moltiplicato per dieci negli stessi anni in cui le spese del Consiglio andavano alle stelle, così come quelli di enti pubblici e consorzi industriali e di bonifica usati per il controllo del potere e dei voti, consulenze, incarichi, assegnazione per cordate sinergiche dei centri di comando. Tutto si tiene, in questa ricostruzione che non è palese solo a chi voglia foderarsi gli occhi di prosciutto assolutorio. Gli anni del grande scialo non sono stati un caso. All'origine, c'è la madre di tutte le corruzioni politiche. La compravendita della legislatura del 1999 messa all'incanto prima che fosse inaugurata. Con un tradimento premiatissimo degli elettori che non ha precedenti: in queste forme e gravità, supera ogni altro fatto anche nel Mezzogiorno infestato dalle grandi organizzazioni criminali.

Era stato facile, quando quel peccato originale ebbe a compiersi, prevedere che ci sarebbe stato una slavina immorale a valle: inarrestabile, puntualmente avvenuta, fino all'eclisse di ogni legalità e dignità pubblica. Quasi emblematicamente, quella legislatura inaugurata nel modo più vergognoso, si chiuse con l'epilogo scandaloso delle pensioni di invalidità politica: bloccate in extremis tra mille difficoltà, resistenze, silenzi complici della casta che ancora non si chiamava così ma era già tale. In mezzo, cinque anni di assalto alla diligenza nella parziale inerzia di un'opposizione che si acconciava a mutuare il sistema corruttivo (peraltro già praticato con più sobrietà) degli avversari: trovandolo conveniente anche per sé.

Non è un caso che mentre il centrodestra abbia l'impudenza di ergersi ad accusatore e gridare allo scandalo a ogni pié sospinto, mentre dovrebbe essere alla sbarra per i misfatti che rimuove e copre con le grida, il centrosinistra non abbia mai chiesto i conti di quella stagione fangosa. Infatti non ha affatto raccolto la sfida per un'inchiesta sugli appalti 2000-2004. Mentre non ha esitato a essere parte attivissima, con qualche personaggio di notoria, piccolissima virtù, nell'indagine doverosa sul caso Saatchi & Saatchi.

Come mai questi due pesi e misure per vicende di ben altra gravità, profondità e durata nel tempo? Ha buon gioco un ex uomo del Polo a sottolineare: spettava al centrosinistra proporre l'indagine consiliare, così come aveva raccolto quella chiesta dal Polo. Ecco, in questa grande, allarmante ambiguità diffusa, solo il bisturi delle magistrature può risvegliare da un sonno onirico e immorale una politica incapace di vigilare al momento, riottosa a denunciare e men che meno a guardare in profondità sui propri misfatti a posteriori. È un'operazione di trasparenza e di ripristino della legalità indispensabile: come deterrente. Per impedire a molti, pronti a perseverare, di credere che tutto sia prescrizione, smemoratezza e impunità.


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