giovedì 6 dicembre 2007
di Nanni Spissu
Mi era occorso di ragionare sui problemi dell'età grande, quella che io stesso ormai attraverso, iniziando proprio la mia collaborazione con questo giornale. Quando volli raccontare della mia idea, e non solo mia, che ci debba essere una capacità sociale di fare degli anziani non i depositari passivi di memoria, o magari di saggezza, ma una riserva di energia vitale che può stare anche nel circuito produttivo in forme peculiari, se pur non concorrenziali con le energie nuove che hanno pieno diritto al governo della società.
Oggi, scorrendo due note diffuse dall'Agenzia Italia, scopro senza alcuna sorpresa che noi dell'età grande siamo anche depositari privilegiati della paura. Di una paura strutturata, come quella di chi deve fare i conti con quel futuro corto che solo gli è concesso, ché non ci sono cannocchiali che possano spingere l'orizzonte troppo in avanti. Ma anche di una paura che l'anziano si porta dietro come l'anello debole di una catena generazionale, esposta, privilegio negativo, a gesti di violenza speculari alla sua fragilità, anche alla sua fisicità deprivata da un'energia che non gli è, ormai, propria.
La notizia è la seguente. La CNA, Confederazione Nazionale Artigiani, ha commissionato una ricerca sulle paure dei propri pensionati. Ne esce un quadro impressionante. Quella di una quotidianità segnata dalla paura, come una costante. Hanno più paura «quando vanno a prelevare al bancomat o quando qualcuno bussa alla porta della loro casa».
Riferisce l'AGI: «Da qui la richiesta di misure severe e drastiche che traspare dall'indagine e che dimostra come i timori e le paure diffuse condizionano i comportamenti, anche per gli associati a Cna Pensionati, i cui valori di riferimento sono sempre stati quelli sociali e della solidarietà».
Le pene poco severe (36%), le uscite di prigione facili (32%), nonché la presenza degli extracomunitari (30%) sono i fattori che, secondo gli artigiani in pensione, determinano il senso di insicurezza dei cittadini. Volgendo lo sguardo alla complessità del tema sicurezza, gli ex artigiani individuano nella pedofilia (62%), nello spaccio di droga (48%) e nella caccia ai topi di appartamento le priorità su cui intervenire. Hanno una certa valenza anche i reati come l'usura (16%) e l'estorsione (10%). La maggioranza degli artigiani pensionati, il 66%, si sente abbastanza sicuro nella propria città, anche se per il 63% la realtà urbana in cui vive è diventata negli ultimi anni più insicura.
Ora, per chi non lo ricorda, la CNA è un'organizzazione artigiana della sinistra democratica, che dell'idea di solidarietà ha sempre fatto una bandiera. Quindi l'inchiesta non racconta storie di fobie che rimandano alla coscienza oscura dei nostri razzismi nazionali. Ci rimanda, invece, a una sensibilità diffusa, oltre ogni immaginazione, in contesti di fragilità sociale, anche avveduta, perché l'uso, ad esempio, del bancomat per i prelievi di danaro contante appartiene a categorie abbastanza evolute socialmente.
Le nostre paure allignano e non pare scelgano di albergare sulla base di un pregiudizio politico.
«I risultati dell'indagine hanno stupito anche noi», ha spiegato Carlo de Matthaeis, presidente nazionale Cna Pensionati. «Dalle assemblee che svolgiamo continuamente scaturivano con forza le preoccupazioni, il disagio e le paure degli anziani in una società che cambia, che diventa più cruda, che disprezza la vita degli individui. Ma l'indagine pone anche in evidenza che c'è un allarme sociale molto vasto, basato spesso sulla percezione di insicurezza dovuta a condizioni ambientali e all'influenza dei mass media, piuttosto che a pericoli reali per la persona, che pure ci sono. Se è vero che il 18% dei pensionati intervistati è stato oggetto direttamente di eventi criminosi - e questa è già una percentuale elevata -, è anche vero che anche gli altri subiscono l'influenza delle condizioni di degrado e il senso di insicurezza fa scadere la qualità della vita di tutti i pensionati».
E la richiesta è che «si affronti il problema sicurezza e legalità nella sua complessità, agendo in via preventiva verso i fenomeni di micro e di grande criminalità, sapendo che si fa prevenzione anche dimostrando fermezza e facendo vedere che lo Stato c'è ed è più forte».
Leggo poi un intervento su Repubblica del sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, che si rivolge a Gad Lerner, autore di un intervento sullo stesso giornale. «[…] Penso […] che tentare di dare risposte ai cittadini sul versante sicurezza e controllo del territorio non provoca necessariamente una sorta di istigazione al razzismo. Anzi l'assenza e la fragilità delle istituzioni su questo fronte, possono dare spazio a gruppi o a singoli che vogliono farsi giustizia da soli. […]»
Io mi sento d'accordo, eppure non amo uno stato di polizia, non amo uno stato dalle orecchie e dalle mani lunghe, non amo uno Stato inospitale incapace di una vera integrazione culturale e sociale di coloro che arrivano chiedendo solidarietà e cittadinanza.
Ma quei vecchi artigiani, e altri allo stesso modo, chiedono qualcosa che costituisce un loro diritto di cittadini, chiedono che la loro emarginazione generazionale non sia ulteriormente accresciuta per una comunità debole davanti alla violazione dei diritti alla sicurezza. Una comunità che non può emarginare loro per non saper isolare chi non accetta il patto di una convivenza che immaginiamo pacifica e pacificata.
Certo, l'anziano non è di per sé la categoria più debole, perché può essere titolare di una qualità di vita alta e tutt'altro che frutto di emarginazione. Ma l'area della debolezza si sta allargando, quando livelli di reddito che sembravano accreditare verso una vecchiaia serena, oggi sono ormai il biglietto d'ingresso nell'area della povertà.
Allora non ha una qualificazione politica o di schieramento il diritto a uscire la sera e non subire un borseggio, il diritto a riscuotere la pensione e non beccarsi le botte in testa dentro i portoni di casa propria per essere rapinati, il diritto, insomma a essere vecchi e cittadini assieme, non inutili fardelli di una società distratta e presuntuosa.
Il solo controllo stringente e repressivo del territorio non può essere la soluzione se non ci sono politiche adeguate per istruzione, lavoro, integrazione, recupero di chi ha scontato la pena, integrazione dei cittadini immigrati. Ma è giusto anche attendersi la severità dello Stato, perché la sicurezza è un bene, è un diritto e non è un lusso.
E dobbiamo volerla senza complessi, a modo nostro, cioè non disgiunta dalla cultura della solidarietà, ma chiaramente immaginata come richiesta di uno spazio nel quale muoversi sia atto pacifico, libero da limiti e paure, incontro e non scontro. Insomma, qualcosa che è dovuta e vogliamo ci venga assicurata.
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