mercoledì 5 dicembre 2007
di Giorgio Melis
Il Consiglio regionale aveva voltato la faccia: come sempre, quando si tratta di far chiarezza su affari molto sospetti. Tranne l'impennata (sacrosanta) sul caso Saatchi & Saatchi, il parlamentino-struzzo caccia la testa sotto la sabbia: non vuole vedere e sentire per non dover parlare. Specie se si tratta di volgere lo sguardo appena appena indietro nel tempo. Aspetta sempre che sia la magistratura a occuparsi di certe faccende: con notevole ritardo sul alcune fra le più clamorose, denunciate ripetutamente da chi prova a tener aperti occhi e orecchi.
Renato Soru - messo pesantemente sotto accusa per l'appalto Sibar, con Roberto Capelli che annunciava «altro lavoro per il procuratore Marchetti» - aveva replicato con estrema determinazione. Mettiamo a confronto l'uso dei soldi pubblici dal 2004 a oggi e nei cinque anni precedenti: il modo migliore è un'inchiesta consiliare sugli appalti prima e dopo. Una sfida lanciata a tutto il Polo e personalmente a Capelli, che aveva detto subito di volerla raccogliere: come La Spisa e altri, interpellati solo dal nostro giornale. Raccolta? Ma neanche per idea. Lasciata cadere nel nulla. L'ha raccolta, per dovere d'ufficio, il pm Mario Marchetti, che ha mandato i carabinieri alla Regione a chiedere la documentazione sugli appalti contestati da anni - alcuni annullati e rifatti tra sospetti e accuse, in qualche caso confermate dal Tar - e anche sull'andamento del parco-macchine regionale: impennatosi a 750 mezzi e falciato agli 80 attuali.
Il procuratore aggiunto, che deve ancora completare l'inchiesta sul caso Saatchi e dintorni dopo l'avviso di garanzia notificato a Soru, avrà molto da lavorare per studiare i faldoni e giungere alla conclusione se in quegli appalti ci siano stato o meno profili penali da sanzionare. Sarà importante, ma chissà quando avremo un responso. Quello, a prescindere dagli aspetti giudiziari, che avrebbe potuto e dovuto dare il Consiglio con l'inchiesta proposta da Soru. L'opposizione non l'ha rigettata ma neanche accolta. La maggioranza ha fatto il pesce in barile. Curioso. Sul caso Saatchi ha virtuosamente raccolto e collaborato all'inchiesta voluta dal centrodestra. Ma quando Soru chiede un'indagine consiliare sui nefasti clamorosi e ben noti del Polo negli anni neri del nero malgoverno alla Regione - col sacco delle finanze, della legalità e della decenza autonomistiche - non sente niente, resta fredda e inerte.
Qui non si tratta di vendette a posteriori contro gli avversari ora all'opposizione. Solo di far chiarezza su quel che è accaduto, fare luce su irregolarità e magari illegalità, perché non abbiano a ripetersi, per appurare o meno se si sia fatto strame del denaro pubblico. Nessuno fiata dal centrosinistra che indaga su Soru ma non sui misfatti di Mauro Pili, Italo Masala (sotto inchiesta con accuse non lievi) e di molti loro assessori e sodali. Che fa, parte del centrosinistra, tace e acconsente con il Polo e si fa complice dei suoi atti? Proprio così: infatti di inchiesta consiliare proprio non parla.
Un caso di garantismo spinto, rifiuto di giustizialismo? Magari, sarebbe ugualmente intollerabile ma dignitoso. Non è così. Non si parla di corda in casa degli impiccati, ovvero gli appalti informatici, neanche nel centrosinistra per una solida ragione. Coinvolgono in modo totale i due gruppi editoriali della Sardegna: in misura largamente prevalente L'Unione Sarda-Videolina, di Sergio Zuncheddu, a ruota e minoritariamente anche K-Solution, gruppo Espresso, editore de La Nuova Sardegna, in sinergia o in concorrenza con la multinazionale Accenture, rappresentata dal figlio dell'ex ministro Pisanu. Ai quali erano e restano legati molti esponenti del centrosinistra. Che si ritrovano con la destra in ogni occasione dove si giocano interessi anche loro.
Un nome per tutti, Silvio Cherchi. Ex dominus di Legacoop, già in società con Zuncheddu per il nuovo mercato all'ingrosso di Sestu, in cordata con Cellino, con l'avvocato d'affari Peppetto Del Rio (già molto legato a Benedetto Ballero) e con Romano Fanti (Ecoserdiana e tutto il resto) per il campus universitario nell'ex semoleria, capo della sinistra immobiliarista, consigliere diessino legato a triplo filo con Emanuele Sanna e Antonello Cabras. Cherchi è stato il vicepresidente della commissione d'inchiesta sul caso Saatchi e non ha risparmiato, com'era suo obbligo, le bordate sulla pessima conduzione della contestatissima gara. Però non alza un dito quando Soru chiede l'indagine sugli appalti. Pretesa assurda: perché mai Cherchi dovrebbe fare harakiri? È legatissimo a Zuncheddu (e si vede dalle attenzioni che L'Unione e Videolina riserva a lui, Sanna, Cabras e Paolo Fadda), come potrebbe mordere la mano amica?
L'Unione Editoriale, con K-Solution, Accenture e una quota del dieci per cento anche Tiscali, ha fatto la parte del leone negli appalti. Grazie ai buoni uffici di Carlo Ignazio Fantola, general manager di Zuncheddu, che ha ottenuto lo scandaloso appalto di VisitSardinia dall'allora assessore Roberto Frongia, riformatore e amico di Pili, ma soprattutto fedelissimo dell'altro Fantola: Massimo, il referendario fratello di CIF (ovvero Carlo Ignazio). Nel mega-appalto da 48 milioni di euro, una clausola prevedeva che i concorrenti dovessero garantire la copertura informativa della Sardegna: chi poteva, se non L'Unione e La Nuova? Altro che foto e didascalia! Non c'era possibilità per i concorrenti neanche di fare capolino in una scelta pre-blindata e mirata.
Cose di questo genere dovrebbero forse incuriosire Silvio Cherchi e i suoi omologhi? I Sanjust e gli Artizzu magari marcherebbero un poco di disagio. Ma Cherchi? Forse gli viene il mal di mare, a manifestare la stessa severa curiosità inquisitoria mostrata nel caso Saatchi. Insomma, non si indaga su amici e fratelli, lo facciano altri. Cioè nessuno. E poi, mettersi a rivangare vecchie storie, nuove litigate con quelli del Polo? Basta nemici, solo cordiali avversari. Gli stessi con i quali affondare, in piena, totale solidarietà, l'assurda pretesa di commissariare i Consorzi industriali. Dove tanti affezionati compagni e camerati sguazzano da decenni nei soldi, nel potere e i voti mantenendo in vita carrozzoni vergognosi.
Perciò, ben venga l'intervento della Procura a mettere il naso sugli appalti degli anni del sacco alla Regione: con una barca di miliardi erogati e spesi, versati e incassati. È possibile scoperchiare le fogne: non solo quelle legate al mare di soldi per l'informatica. Guarda caso, Videolina ieri non ha dato neanche la notizia, in breve, per caso, delle acquisizioni richieste da Marchetti: censurato anche lui. Vogliamo mandare di traverso l'aperitivo al padrone? E poi, quando mai distrarre i telespettatori sardi dall'odio scagliato a ogni istante su Soru? Visto, non si stampi e si taccia: il nemico ascolta, non facciamolo godere. Silenzio, nebbia e sabbia dai teleschermi: è la malainformazione, ragazzi.
Ma sull'iniziativa della magistratura c'è qualcosa da ridire: non senza amarezza. Arriva tardi, incomprensibilmente tardi, con dubbi non temerari. Molti degli sconci del quinquiennio nero sono stati denunciati ripetutamente e documentati. Su La Nuova Sardegna, nei primi anni del terzo millennio, da chi scrive e da altri colleghi specificamente sugli appalti ora messi nel mirino. Poi decine di pagine di inchieste mai rettificate o smentite nei primi due anni del Giornale di Sardegna: portando pezze d'appoggio, documenti e testimonianze, già largamente raccolti in dettaglio da Gian Mario Selis in un volumetto (“Gli anni del malgoverno”) non clandestino ma diffuso, presentato pubblicamente, recensito ampiamente. Meglio tardi che mai, si dirà. Pretendiamo di più. Perché gli appalti da ri-valutare sono una piccola parte della grande trama di affari, corruzioni, saccheggio di soldi pubblici, imbrogli e quant'altro ha contrassegnato gli anni del Polo alla Regione: sui quali il centrosinistra non ha voluto e non vuole fare luce. Consentendo a improbabili consiglieri di quell'area di ergersi a giudici quando dovrebbero essere anche loro sul banco degli imputati: come correi, conniventi e facce di bronzo.
I processi in atto - dal mega-scandalo Fideuram all'altro sul caso Cisi passando a quello contro Lucio Pani, l'ex capo a gettone dell'ufficio paesaggistico della Regione - hanno chiarito da molto tempo che tutto si teneva e si tiene in questo squallido intreccio. Ha visto insieme politici di primo piano, figli di ministri, assessori regionali, editori o loro manager, presidenti di enti, dirigenti regionali di primissimo piano, faccendieri a tempo pieno, sindaci e chi più ne ha più ne metta dentro fino al collo nel sacco della Regione e dintorni. Dove tutto si comprava e si vendeva, da appalti a licenze immobiliari, da grandi aperture di credito bancarie alla dissipazione dei Tfr di enti pubblici, carriere pilotate da trafficanti allo scempio di ogni regola e legalità.
Ci sono stati molti arresti, rinvii a giudizi e sentenze in arrivo. Davvero qualcuno può pensare che la storia degli appalti non fosse connessa totalmente in quella situazione totalizzante, in quel clima di corruzione ambientale, concussione e abuso in un malaffare diffuso, che coinvolgeva centinaia di persone? Sta ricicciando, nel processo a Lucio Pani ed altri, la figura di Pietrino Fois e del suo capo di gabinetto: chissà che ora non vengano allo scoperto i bandi-fotocopia per gli appalti informatici in Province e Comuni che pare partissero proprio dall'assessorato (Affari generali) del mitico Fois. Dovrebbe essere anche tempo di fare piena luce sui voti comprati e venduti che consentirono al Polo di governare con i consensi dati dagli elettori ai popolari Fois, Onida e Silvestro Ladu e travasati a destra: in cambio di due assessorati per tre teste, più sottogoverno e ben altro prima e dopo.
Ma è opportuno che la magistratura - e non meno la Corte dei conti, che avrebbe titolo anche preferenziale - non si fermi a quegli appalti. Ci sono mille altre cose che gridano vendetta contro la moralità e il rispetto delle regole. Ne citiamo poche, esemplari, per averlo fatto ripetutamente senza che facesse una piega. Si chiede ancora se il milione di euro in due tranche dato da Mauro Pili al Rally della Sardegna, prelevandolo dai fondi per la pubblicità istituzionale della Presidenza della Regione, configuri o meno un abuso, una decisione illegittima, con danno erariale da valutare e profilo di legalità da precisare. Senza dire della caterva di denari spesi per il “tubo” dell'acqua di miniera da Iglesias a Cagliari o quelli per il faraonico progetto di portare l'acqua dalla Corsica con una condotta sottomarina da Bonifacio a Santa Teresa.
C'è da far luce su consulenze (tutte, naturalmente, quelle di ieri e di oggi) sulle quali è caduto il silenzio: da quella ad personam data da Pili al figlio dell'ex ministro Pisanu, Gian Mario (pare abbia vinto anche una gara a trattativa privata indetta dallo stesso Mauretto), a quelle a 360 gradi di Giorgio Oppi e dello stesso Roberto Capelli. In quei cinque anni è accaduto di tutto: una legislatura comprata e venduta, il massacro delle finanze e della legalità, una corruzione di massa, Parentopoli, il debito regionale alle stelle e nelle stalle politiche, il costo del Consiglio aumentato del 40 per cento, idem quello dei Consorzi industriali intoccabili. Non solo appalti: di tutto e di peggio. Ben venga la magistratura. Ma con attenzione a 360 gradi e sguardo lungo: per farsi perdonare la vista appannata per molti anni.
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