domenica 2 dicembre 2007
di Andrea Falqui
È un misto di assurdo e surreale quella che molti analisti e commentatori politici chiamano “l'esplosione” del centro-destra italiano, in quella versione che la nazione ha visto calcare le scene politiche dell'ultimo decennio. Una coalizione conservatrice che non ha eguali in nessun altro paese democratico occidentale. Il partito principale, Forza Italia, è diretta emanazione del suo fondatore e padrone, composto in parte da dipendenti paracadutati dalle sue aziende, in parte da reduci dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, infine da avvocati, lobbisti e famigli vari che negli anni hanno curato con successo gli interessi legali e economici di Silvio Berlusconi.
Forza Italia è caratterizzata dall'assenza di democrazia interna: non un programma elaborato dal basso; nessuna sezione vera ma uffici prodighi di gadget che aprono solo in prossimità delle competizioni elettorali; nessuna selezione democratica della dirigenza ma cooptazione esercitata dal padrone. È un partito che talvolta si presenta come alternativo alla vecchia politica, talvolta invece pretende di richiamarsi, cambiandole di continuo, a tradizioni politiche italiane e straniere del tutto diverse tra loro (quella democristiana, quella liberale, quella tatcherian-reaganiana, quella neo-con…): si tratta di succedanei citati alla carlona di una cultura politica completamente inesistente nella storia del padrone e che deve necessariamente restare tale per permettergli qualsiasi operazione.
Il vero e unico tratto della pseudo-politica di Forza Italia è infatti la difesa, prima, e l'accrescimento, poi, dell'impero economico-mediatico del padrone e di coloro che più gli somigliano, con l'aggiunta dell'optional della risoluzione per via politica dei suoi numerosi e annosi problemi giudiziari e di una conseguente, ossessiva azione di delegittimazione della magistratura tout court per evitare che altri problemi si possano presentare.
Poiché questi sono i tratti fondamentali e fondanti dell'esercizio berlusconiano del potere, è facile comprendere perché questo coacervo d'incultura politica, d'interessi personali, di grettezza, d'arroganza mediatica, venata spesso di peloso e aggressivo vittimismo, e di totale estraneità a qualsivoglia spirito istituzionale abbia partorito prove di governo al di sotto della più fosca previsione. Non limitandosi fra l'altro a tenerle entro gli italici confini, ma esportandole sotto forma di ricorrenti figuracce di fronte a diversi consessi internazionali: la più famosa è quella che ebbe luogo ai primi di luglio del 2003 di fronte al Parlamento di Strasburgo e che segnò l'inizio del semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo.
Quel che è interessante analizzare, pur non sapendo se si tratti di un fenomeno destinato a riassorbirsi o di un cambiamento irreversibile, è la mutata posizione degli alleati che accanto a Forza Italia ne hanno sottoscritto la politica dal 1994 ad oggi, in particolare il centro-destra cattolico di Casini e la destra dominata senza soluzione di continuità da Gianfranco Fini. Il primo, lui sì, erede di quella parte della cultura democristiana usa al potere, che trae energia dalla capacità di tramutare la clientela diffusa in forza politica, dall'infinita abilità di forlaniana memoria nella ricerca del compromesso e dalla sbandierata sintonia con le alte gerarchie cattoliche. Casini si è così identificato con siffatti tratti caratteristici da ottenerne una propria peculiare identità politica.
Il caso di Alleanza Nazionale è più complesso: a differenza di Casini, quando Berlusconi conduce la neonata AN al governo della nazione, per Fini e il suo partito si tratta della prima volta assoluta al potere, sotto molti aspetti inaspettata. AN è l'erede diretto del Movimento Sociale Italiano, il partito fondato alla fine del '46 da un gruppo di reduci di Salò e di esponenti del dissolto regime fascista. Il MSI diventa per diversi decenni il solo punto di riferimento di quella parte della nazione che non ha mai accettato i valori antifascisti contenuti nella Costituzione repubblicana, e per questa ragione viene tenuto in un ghetto politico assoluto a livello nazionale e locale, se si eccettuano alcune episodiche convergenze parlamentari con la parte più reazionaria della DC.
Ciononostante esistono numerose tracce del ruolo che uomini del MSI ricoprono nel perpetuare e alimentare quella cultura eversiva che mira al rovesciamento dell'ordine costituzionale, cultura che scorre sotterranea per manifestarsi infaustamente in molteplici occasioni e momenti della storia della Repubblica. Dopo la morte del suo segretario storico, Giorgio Almirante, avvenuta nel 1988, il MSI attraversa una fase critica: incapace di riposizionarsi in un quadro politico completamente mutato dalla caduta del muro e dal conseguente scioglimento del nemico storico, il PCI, il partito si affida al trentacinquenne delfino almirantiano, Gianfranco Fini. Nel 1991, dopo una breve parentesi dove alla segreteria si insedia un personaggio dal passato oscuro come Pino Rauti, Fini è di nuovo eletto segretario.
Come fare a tenere a galla il partito? Fini inizialmente vezzeggia i nostalgici col richiamo continuo al passato fascista, che trova la sua più efficace espressione nell'elezione di Alessandra Mussolini al Parlamento repubblicano: è il 1992. In quell'anno l'insieme dei partiti di governo, indebolito dal referendum che ha introdotto il sistema elettorale maggioritario, crolla sotto i colpi delle inchieste condotte dalla Procura di Milano. Il partito di Fini, grazie all'esclusione totale dal sistema politico patita per decenni, non ha alcuna compromissione col sistema corrotto dei partiti storici e può così permettersi di sostenere incondizionatamente l'operato dei giudici. Tra il 1992 e il 1993 esponenti del MSI come Francesco Storace e Domenico Fisichella avanzano la proposta che il partito evolva in una nuova “alleanza nazionale” coinvolgendovi, oltre ai missini storici, esponenti della destra democristiana in fuga e della cultura conservatrice italiana.
Di quale cultura si parlasse è a tutt'oggi impossibile dire: è mai esistita in Italia una cultura conservatrice democratica, non clericale e non minoritaria come in molti altri paesi occidentali? Nel 1994 Berlusconi vince le elezioni e porta con sé AN al governo. Di che partito si tratta? Che affidabilità può dare il suo passato di erede della tradizione fascista? Fini capisce che a quell'inaspettato “sdoganamento” operato da Berlusconi deve seguire anche una rapida svolta ideologica che garantisca della conquistata vocazione democratica del nuovo partito ora al potere. È la svolta di Fiuggi del 1995, dove l'MSI si scioglie definitivamente: AN sceglie allora come come personaggi di riferimento Dante, Machiavelli, Mazzini, Gioberti, Croce, Gentile e persino Gramsci e afferma che «è giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenza che l'antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato».
L'esame è passato, nessuno ritiene di sottoporre Alleanza Nazionale, come era stato fatto per decenni col PCI e i suoi eredi, ad una verifica della reale rottura col suo passato: basta l'uscita del vecchio Rauti, che se ne va e fonda il MSI-Fiamma Tricolore, per confermare indirettamente bontà e serietà dell'operazione finiana. Ma si tratta di una svolta vera? AN possiede una minima cultura di governo? Ha davvero trasferito nel proprio codice genetico l'antifascismo, è riuscita a far diventare democratica e liberale una classe dirigente che arriva diretta dalla militanza missina?
Alcune risposte a queste domande arriveranno alcuni anni più tardi, quando l'MSI ora diventato AN ha l'occasione di esercitare il potere che gli viene consegnato ad ogni livello come membro del vincente centro-destra berlusconiano e durante i quali si possono osservare gli effetti di quell'esclusione totale cui il vecchio partito d'origine era stato condannato nei primi decenni di storia repubblicana. Le nostalgie fasciste sono tutt'altro che sopite: molti esponenti di AN, appena giunti al potere, cercano il pareggiamento di un conto lungo una vita: rivalutano noti e meno noti esponenti del ventennio, gli intitolano strade e piazze, organizzano convegni dedicati. Molti testi scolastici vengono rimaneggiati, a partire dagli anni di governo di centro-destra, per dare una più benevola interpretazione del regime di Mussolini ad uso degli insegnanti vicini al nuovo corso.
Sul fronte interno, con la rottura di Fiuggi inizia quella mutazione che negli anni porta AN, un tempo paladina dei magistrati anticorruzione e di chi diceva di volere una politica pulita, prima all'adesione incondizionata alla lotta senza quartiere che Berlusconi dichiara alla magistratura che l'ha inquisito o insiste nel farlo - bollata come cieca esecutrice di un disegno politico avverso - poi all'appoggio totale dell'attività legislativa che nel quinquennio 2001-2006 vede la maggioranza di centro-destra sia cancellare dal codice penale alcuni dei reati per i quali il leader-padrone è inquisito, sia cambiare le norme dei codici di procedura per favorire prescrizioni mirate per altri reati in cui sono implicati il premier e uomini a lui vicini. A questo si aggiunge una serie di norme che vengono varate per rafforzare il predominio mediatico ed economico di Berlusconi e del gruppo che fa a lui capo.
Non si tratta solo dell'appoggio alle turpitudini parlamentari berlusconiane, la mutazione riguarda anche il personale politico ex missino: diversi esponenti di AN iniziano a farsi notare per il coinvolgimento in fin troppo conosciuti episodi di clientela politica se non di peggio, e il partito che qualche anno prima si diceva il più convinto sostenitore di Paolo Borsellino e del Pool Antimafia di Palermo sostiene ora senza incertezze personaggi del calibro di Totò Cuffaro. AN segue così compatta l'alleato-padrone berlusconiano che in molti casi non si coglie più alcuna differenza con Forza-Italia, né si capisce più quale sia, ammesso che vi sia mai stato, il contributo che il partito di Fini fornisce in termine di idee, di programmi, financo di stile politico alla maggioranza di cui fa parte.
Fanno però eccezione alcuni episodi, il più noto dei quali è la gestione della pubblica sicurezza durante il vertice del G8 che si tiene a Genova nel luglio 2001. In quell'occasione AN si distingue sia per la presenza di diversi suoi esponenti accanto allo stato maggiore delle forze di polizia poco prima degli interventi messi in atto da queste ultime nella scuola “Diaz” e nella caserma di Bolzaneto, la cui violenza di stampo sudamericano fa il giro del globo, sia per il completo rifiuto che essa oppone subito dopo a livello politico a che si proceda a qualsivoglia indagine parlamentare su quanto è appena accaduto a Genova. AN sostiene senza esitazioni l'alleato-padrone berlusconiano anche nell'appoggio della politica che vede gli Stati Uniti di Bush junior da un lato iniziare pretestuosamente la sanguinosa e fallimentare impresa irachena, dall'altro abbandonare la politica di mediazione tra Palestina e Israele, schierandosi a sistematico sostegno di quest'ultimo con effetti rovinosi.
Cosa spinge AN a questa nuova politica estera, questa sì di rottura rispetto alla tradizione missina? Cerca di fugare i dubbi su qualsiasi antisemitismo di ritorno attraverso uno schieramento filoisraeliano senza compromessi? Titilla il primordiale istinto muscolare dei suoi elettori, vagamente superomistico e di fascistica memoria, nello schierarsi a favore dell'involuzione guerrafondaia che l'amministrazione neo-con americana cerca di imporre alla politica internazionale?
Nel 2006 il centro-destra perde per pochissimi voti le elezioni: Berlusconi resta a capo della minoranza di centro-destra e promette una rapida caduta del governo Prodi, confidando in una tanto sbandierata quanto fallimentare campagna acquisti di parlamentari eletti col centro-sinistra. Prodi invece, nonostante le molteplici pulsioni autodistruttive della sua stessa maggioranza, pare riesca a tirare avanti. A spallata fallita, Fini mette in discussione la leadership berlusconiana, per la prima volta in dieci anni.
Cos'è che ha fatto saltare il collaudato rapporto tra l'ex delfino di Almirante e il plutocrate di Arcore? È il sostegno che quest'ultimo dà, con gran platealità, al nuovo partito che nasce da una piccola scissione di AN: si chiama “La Destra” ed è creato per iniziativa di Francesco Storace, ex uomo di fiducia di Fini, ex ministro della salute, ex governatore del Lazio e per quest'incarico implicato in diverse inchieste giudiziarie sulla gestione della sanità laziale. “La Destra” nasce, come testimoniano gli uomini che vi aderiscono e le tesi che appaiono, con chiare nostalgie catto-fascistoidi che si rifanno ad un mitizzato passato missino, la cui eredità Fini avrebbe tradito e dissipato.
In quest'ultima piccola vicenda si manifestano con fragore le contraddizioni storiche e politiche mai risolte e il grave corto-circuito culturale che hanno accompagnato il turbo-sdoganamento del MSI al potere e la sua conversione supersonica all'antifascismo, con la quale a Fiuggi l'intero gruppo dirigente di AN, Storace compreso, aveva di fatto rinnegato l'eredità culturale missina. È un teatro che oscilla tra il ridicolo e l'assurdo: oggi, dopo più di dieci anni di un berlusconismo scassatutto che è campato e ha prosperato grazie al sostegno convinto e acritico di AN, gli scissionisti dell'ultim'ora gridano al tradimento ideale consumato da Fini e si richiamano all'eredità catto-fascista con la benedizione del primo autore dello sdoganamento del MSI, di colui che per anni ha rassicurato il resto del mondo sulla loro conquista della sponda antifascista: Silvio Berlusconi.
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