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sabato 1º dicembre 2007

Da soldatino a generale: così Franco Siddi
primo tamburino sardo leader nazionale
dei giornalisti, ha vinto da solo sul campo

di Giorgio Melis

Franco Siddi è il primo giornalista sardo che è riuscito a farsi eleggere alle massime cariche sindacali della professione, scalandole tutte in pochi anni: prima vicesegretario nazionale, poi presidente della Fnsi, ora segretario. Da un decennio è un punto di riferimento di tutta la categoria, che benché sotto attacco, ha peso, valenza e visibilità che vanno ben oltre il dato numerico della rappresentanza di decine di migliaia di giornalisti professionisti e pubblicisti.

Il ruolo e la sua carica travolgente hanno portato Siddi non solo al centro di ogni vertenza in ogni giornale e tv, nazionale e locale. Ma anche nel dibattito sui problemi dell'informazione. Nel confronto-scontro con gli editori che da mille giorni negano il rinnovo del contratto dei giornalisti. Nella discussione e negli incontri ravvicinati con tutte le figure istituzionali, dagli uomini di governo ad alcuni presidenti della Repubblica.

È un'impresa abbastanza insolita, questa di Siddi, che riesce anche a farsi eleggere - come al congresso della Federazione della stampa dei giorni scorsi - con una maggioranza di due terzi dei votanti. Da una categoria molto difficile, problematica, conflittuale, con molti galli nel pollaio e primi della classe che non la cedono a nessuno. Senza esagerare, è un fenomeno abbastanza fuori dal comune. Perché un giornalista sardo, con alle spalle una quota-parte minima di colleghi rispetto alle grandi associazioni di categoria (la Romana e la Lombarda per tutte, che insieme rappresentano i due terzi della “base” anche elettorale) ha potuto sempre aspirare - oltre le qualità personali - solo a ruoli marginali o di comprimario. Le leggi dei numeri sono implacabili e in questo caso sono state quasi sempre applicate, anche giustamente, facendo pesare il peso delle azioni detenute e calate sul banco.

Gli outsider di associazioni regionali medio-piccole hanno avuto un ruolo apicale quando lo scontro tra le maggiori centrali della categoria imponeva una soluzione di compromesso, una medazione per non andare alla rottura. È stato quasi sempre così: una semplice annotazione di vita vissuta e di osservatore. Per un breve periodo, tanti anni fa (meglio non dire quanti), in una Fnsi spaccata verticalmente sul piano geografico, politico e anche culturale. Dopo una ventennale egemonia della destra romana post-fascista e la ricomposizione con i lombardi secessionisti nel congresso del 1964 a Cagliari (voluto da Mario Mossa Pirisino: da L'Unione era passato all'ufficio stampa della Regione), con presidenza al direttorissimo del Corriere, Mario Missiroli, agli inizi degli anni settanta ci fu una piccola rivoluzione. Animata culturalmente e politicamente da Enzo Forcella, grande personaggio, editorialista politico del Giorno, scrittore e personaggio di forte carisma. Fondò la corrente di “Rinnovamento” che nel congresso di Salerno prevalse di un paio di voti, dopo una durissima battaglia anche ideologica che andò avanti per molti anni.

Segretario della Fnsi era Luciano Ceschia, con le potenti truppe della Rai, nella Giunta esecutiva c'erano personaggi del calibro di Andrea Barbato (a malincuore, non era la sua passione), Sandro Curzi allora solo Kojac, Franco Abbate “lettore” di Laterza e Giancarlo Carcano. Ma si poteva contare sul sostegno di Paolo Murialdi, Giampolo Pansa, Bernardo Valli e altri grandi nomi della professione. Sull'altro fronte c'erano anche personaggi di grande livello: per tutti Luigi Barzini jr. In quella circostanza, con i numeri all'osso, la minima pattuglia sarda (al Consiglio nazionale Enrico Clemente e chi scrive) era stata determinante: come ogni singolo componente da una parte e dall'altra. Era una bellissima e tesa esperienza, abbandonata anzitempo perché allora a molti non era dato essere sindacalisti e giornalisti insieme, in un piccolo giornale: non era consentito. E in ogni caso il richiamo della professione era più forte della fascinazione dello stare accanto, ragazzino, ai mostri sacri di allora.

Allora non erano nemmeno pensabili le maggioranze strepitose conquistate da Siddi. L'exploit del tamburino sardo consiste nel fatto che col due per cento della categoria (quella sarda), viene accettato e acclamato da quasi il 75 per cento. Come se, poniamo, partiti del due per cento (Diliberto, Pecorario Scano o altri di sigle residuali) conquistassero in pochi anni per il loro lider minimo la vicepresidenza del governo, la presidenza del Senato e infine la leadership di palazzo Chigi. Niente male per un country boy, un ragazzo di campagna come Franco Siddi: partito dalla natia Samassi, si è fatto strada a Cagliari e in Sardegna e poi ha espugnato l'Italia nella sua categoria.

Non celebriamo corporativamente e patriotticamente (niente sciovinismo, per carità) la non resistibile ascesa di un conterraneo. La faccenda è intrigante perché Siddi ha fatto tutto da solo: senza padrini e padroni, senza mezzi, con pochissimi soldati alle spalle. Senza essere espressione di un grande giornale nazionale, come il Corriere o Repubblica, o della Rai: solo di un quotidiano provincial-regionale come La Nuova Sardegna. Senza poter dire «mi manda…» e giù il nome di un grande partito o influenti centri di potere. È davvero una singolare eccezione, in un Paese dove, se non “nasci” o non pasci da subordinato agli ordini dei potentati e dei potenti, resti nessuno anche se sei fra i migliori. Purtroppo non distorce la regola della selezione solo per cooptazione di privilegiati.

Non siamo a un capitolo della serie “sardi che si fanno onore”. Perché la sardità c'entra abbastanza poco. Benché Siddi sia sardissimo. Ostinato e come un asino paziente e tenacissimo. Impenitente sequestratore di parola e microfoni per smentire la falsa leggenda dei nuragici mutangoli. Massimamente sardofono ma non certo nell'abusiva, sciagurata koiné della Limba sarda comuna. Nella redazione della Nuova a Cagliari passava ogni sera un'oretta al telefono a parlare con un mitico ziu Cicciu, vecchio amico del padre, col quale discorreva in purissimo samassese: lingua tra l'ostrogoto e l'ugro-finnico, di cui i colleghi intorno, ascoltandoli sgomenti e divertiti, non riuscivano a capire una parola nel dialogo serratissimo.

Perché, se si analizzano anche i comportamenti all'asilo-nido degli emergenti per capire le ragioni del successo, non posare la lente dell'antropologo sociale su un campesino che si impone come leader nazional-sindacale, e non solo, di una categoria difficile, dove l'individualismo è spesso esasperato e la concorrenza più forte? Mi viene facile farlo con Franco Siddi perché, con parecchi anni più di lui anche professionalmente, ne ho seguito l'ascesa in un mix di sorpresa non incredula e di orgoglio affettuoso per avergli dato una mano (gli era dovuta) all'inizio del suo cursus. Un self-made man che non ha scalato posizioni di vertice per maggior bravura o aggressività di rampante o per caso. Era stato corrispondente de L'Unione Sarda da Samassi e dintorni. Poi, cresciuto, si era trovato a lavorare per giornali in chiusura, diventando rapidamente il leader di colleghi disoccupati come lui. Come tale riconosciuto, benché inizialmente antipatizzante, apostrofato ironicamente da Gino Zasso come il pretino: per la sua cattolicità che non era affatto da baciapile, concreta e sanguigna come la fede contadina.

Così accadde di proporlo per l'assunzione alla Nuova: con impreviste difficoltà di ordine extraprofessionale. Era un periodo in cui l'ideologizzazione e il “partito in redazione” (a fianco del padrone) erano un dato diffuso e ovvio. Con reazioni contrapposte a seconda dei giornali e dell'orientamento prevalente nelle redazioni. Non avendo mai chiesto ad alcuno, per proporne l'arruolamento, «di che segno sei?», non avendone uno per primo (partitico, massonico o altro), restai abbastanza incredulo e contrariato dalla resistenza contro “un democristiano”. Con l'allora direttore Alberto Statera a chiedere: «Ma ci tieni davero tanto? Guarda che ti crei tensioni col cdr», come accadde.

M'interessava quanto ogni altro giovane pieno di slancio e alla ricerca di un lavoro: dunque era d'uopo insistere. Siddi ripagò tutti diventando in pochi anni il referente sindacale e molto, molto di più per l'intera redazione, le direzioni, la proprietà. Sì, era democristiano (benedetta sia la scuola perduta e rimpianta della vecchia Balena bianca) ma di osservanza aclista. Non assolutamente cattocomunista ma di grande sensibilità sociale, come, dall'altra parte, la destra Dc di Forze Nuove e Donat Cattin: avanzata sul piano dei diritti dei lavoratori per la sua estrazione dal sindacalismo bianco del fondatore e leader Cisl, Giulio Pastore, padre di quel garbato e rigoroso giornalista che è stato Mario Pastore.

Franco Siddi, da democristano della miglior specie e accezione, aveva e ha impressionanti curiosità e capacità di socializzazione non opportunistica. Comunque sia, anche facendo il sindacalista a tempo pieno da anni, quando arrivava in redazione dopo un passaggio in Parlamento, al Consiglio regionale o da un volo con parlamentari e varia umanità viaggiante ed eccellente, ci scaricava in un amen una mole di notizie che imponevano il ricorso a tre colleghi per riprenderle e approfondirle tutte. La capacità di relazione, l'attenzione e l'ascolto per tutti, il tratto umano, la furbizia contadin-scudocrociata lo hanno naturaliter imposto prima come leader sardo del sindacato, poi nelle centrali romane: dove ha imparato a muoversi come un pesce nell'acqua.

Non è solo vero che il ruolo fa l'uomo. Spesso è anche l'uomo che valorizza il ruolo oltre la sua importanza. È il caso nostro. Con un attivismo frenetico, una sensibilità a tutto campo verso colleghi infognati in vertenze disperate o alle prese con elementari problemi materiali, con vedove e orfani soccorsi in tutto in ogni parte d'Italia, Franco Siddi si è costruito un consenso e un “partito” sul merito, sulla qualità e anche sulla gratitudine per un'umana solidarietà profonda e sincera, spesa con tutti dappertutto, specie nelle situazioni più spinose. Anche un poco figlio di buona donna, altrimenti non si campa, ma senza perfidia o sentore di incenso e ipocrisia. Così il soldatino Franco, sardegnolo presto disinibito e senza complessi nella scena nazionale, ha sorpreso e battuto avversari più titolati e rappresentativi. Sorprendendoli perché avevano sottovalutato il sorriso e gli ammiccamenti del suo volto rotondo e sereno: pardula, come lo chiamava il padrino Bruno Asili, che ne ha capito prima di altri le qualità.

Insomma, una storia positiva e bella da raccontare, tra mille altre cupe e squallide. Aiuta. Un'umana avventura che mette di buon umore anche per un altro aspetto. Salendo di rango sindacale e nell'importanza dei rapporti, Siddi è molto cresciuto umanamente, culturalmente, nell'approccio disinvolto con importanti personaggi nazionali: con i quali il ruolo lo mette a continuo contatto. Ha completato gli studi pur correndo come un forsennato da un aereo all'altro, tra editori, ministri, politici e assemblee, si è laureato, ha imparato a scrivere robe importanti, a diventare un oratore vivace e ascoltato anche nelle occasioni solenni. Un collega dissacratore che non lo amava e ha imparato a stimarlo molto, racconta di un suo intenso discorso al cospetto di Carlo Azeglio Ciampi, che gli dedicò poi un saluto personale e attenzioni non protocollari.

Si dice che il giornalismo possa portare ovunque: a patto di abbandonarlo in tempo. Siddi non lo ha fatto, dedicandosi al sindacalismo senza perdere il rapporto e la passione per la professione, il profondo legame umano e la simpatia con i colleghi, senza gerarchie. Avrebbe potuto mollare tutto, credo, per l'opportunità di dare libero corso alla sua grande passione: la politica, che sente e capisce e interpreta con un fiuto da segugio dal pedigree antico e nobile, purtroppo frustrato. Il ruolo lo ha fatto capace di elaborazioni, strategia e tattiche in un terreno scivoloso e difficile come il rapporto con i colleghi e gli editori.

Farebbe bene anche in politica, con una carica da uomo della strada che viene percepita a pelle e ricambiata. Alcuni fra i nostri lettori lo avevano indicato come un possibile segretario ideale per il Pd sardo. Lo sarebbe stato davvero: capace di conciliare gli opposti con quell'arte smaliziata della mediazione senza porcate che era della miglior tradizione democristiana, più un tocco di sapienziale buon senso contadino. Cresciuto a pane di semola e carciofi che a Samassi animano anche una bella sagra: contro il logorio del sindacato e giornalismo moderni, hanno rafforzato il soldatino-campesino Franco. Che ha voluto farsi e si è fatto generale: da solo e sul campo. Con orgoglio affettuoso di chi lo ricorda ragazzino: da difendere contro pregiudizi, intuendone le qualità e il grande tratto umano.


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